La notizia che ho inserito in un post di ieri, ovvero quella che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, avrebbe offerto agli Stati del golfo una sorta di tregua dai bombardamenti, se essi avessero cessato di essere la base per le incursioni aeree americane, era in realtà una mezza bufala: Pezeshkian aveva usato un tempo ipotetico e comunque sia l’esercito che la magistratura iraniana hanno chiarito che gli attacchi continueranno e l’Iran colpirà qualsiasi Paese confinante che consenta l’uso del suo spazio aereo, terrestre o marittimo per attacchi contro il proprio territorio. Potrebbe sembrare una questione a margine della guerra, ma invece è centrale perché proprio questi Stati del petrolio e del gas sono, in un certo senso, la chiave dell’aggressione dell’Usai: gli americani  tentano disperatamente di mantenere in vita il petrodollaro senza il quale l’economia degli Stati Uniti si sgonfierebbe come una mongolfiera bucata. Per questo devono eliminare l’Iran che costituisce una sorta di infezione che sta contagiando tutto il Medio Oriente: Teheran vende il proprio petrolio alla Cina in yuan e anche l’Arabia Saudita, il vecchio forziere americano, ha cominciato a fare la stessa cosa. Poiché il disperato tentativo – tra il diplomatico e il minaccioso – di evitare questo enorme colpo al dollaro come moneta unica per gli scambi internazionali, non ha prodotto risultati,  l’Iran è entrato nel mirino di Washington, convinta che, eliminando questa casella, tutto possa tornare come prima e mettere un ostacolo alla crescita diplomatica cinese.

Ma qualche giorno fa sempre l’Arabia Saudita con gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait hanno annunciato di volere annullare i contratti e gli impegni di spesa negli Stati Uniti a causa della guerra, suscitando il panico persino nella potente BlackRock. È abbastanza evidente che questi Paesi hanno compreso di essere esposti, che gli Usa non sono in grado di difenderli più di tanto e che anzi Israele è un amico dal quale guardarsi,  visto che ha cercato di distruggere impianti petroliferi, per addossarne la responsabilità all’Iran. Perciò sono abbastanza delusi, incazzati e consapevoli del declino dell’impero.

A questo punto la pressione iraniana sugli Stati del Golfo, diventa cruciale perché, meno gli Usa si dimostrano in grado di offrire una protezione effettiva, più saranno tentati di rivolgersi ad altri per i loro investimenti e per il loro futuro. In via ufficiale i dollari investiti o depositati in Usa  dai Paesi del Medio Oriente sono qualche centinaio di miliardi, che è già un bel problema, ma sottobanco si tratta di migliaia di miliardi che possono creare un caos finanziario enorme. Visto che il colpo iniziale, diretto a fomentare un cambio di regime in Iran, è completamente fallito e nessuna delle petro monarchie si sente più al sicuro, i colpi ricevuti sono tutt’altro che un incentivo a stare dalla parte americana. Quasi tutti questi Paesi hanno, per di più, delle forti componenti sciite che sono sul piede di guerra dopo l’attacco di una settimana fa. E di certo non aiuta il fatto che sia trapelato (intenzionalmente) in Usa – e pubblicato sul Washington Post – un rapporto della comunità di intelligence in cui si avvertiva l’amministrazione che difficilmente un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti sarebbe riuscito a spodestare il consolidato establishment militare e clericale dell’Iran. Come dire, vi avevamo avvertiti, ma non ci avete ascoltati.

Il rapporto proviene dal  National Intelligence Council, che è sotto il diretto controllo di Tulsi Gabbard e questo sembrerebbe segnalare che l’amministrazione di Washington si sta sfilacciando. Non ci potrebbe essere dimostrazione migliore del fatto che la guerra va tutt’altro che bene e, in effetti, le missioni aeree dell’Usai si sono ridotte di un quinto rispetto al primo giorno e sembrano colpire obiettivi senza importanza, tanto per aumentare il “punteggio” ad uso del teatro mediatico. La nave Trump comincia a temere l’ammutinamento.