Lili Marleen fu composta nel 1938, sulla base di una poesia di Hans Leip, scritta nel 1915, prima di partire per il fronte russo. Ma la canzone non ebbe successo per alcuni anni: dilagò solo alla fine del 1941, prima canticchiata dai soldati dell’Afrikakorps e poi trasmessa ogni sera alle 21,55 come conclusione delle trasmissioni per l’esercito tedesco di Radio Belgrado, allora sotto occupazione nazista. La canzone fu fortemente osteggiata dal regime e da Goebbels in particolare che ne vietò la diffusione per il suo carattere sostanzialmente antibellicista, ma fu costretto a ritornare sulle sue decisioni da una valanga di lettere dei soldati al fronte e dall’intervento personale di Erwin Rommel. Ora c’è da chiedersi come mai una canzone che era stata un flop in precedenza, sia diventata un brano simbolo e la risposta è facile: si diffuse a macchia quando tutti capirono che la guerra sarebbe stata lunga e quando la Wehrmacht cominciò ad avere le prime difficoltà sul fronte russo.

Questa storia ci dice come certi fatti che paiono marginali, indichino invece dei cambiamenti profondi nella percezione degli eventi. E in Ucraina ci troviamo di fronte a qualcosa, in qualche modo analogo alla storia di Lili Marleen, anche se apparentemente di segno contrario: le canzoni che inneggiano alla guerra sono ormai sgradite alla popolazione. E così un brano della più famosa cantante pop del Paese, una certa Tatiana Hryhorivna Liberman, alias Tina Karol, tanto per non far apparire troppo il cognome askenazita, è stata oggetto di protesta e di spernacchiamenti da parte della gente. Dopo che sono state colpite le forniture elettriche e idriche delle più importanti città, in primo luogo Kiev, con migliaia di grandi palazzi senza energia (quasi 6000) e senza acqua (oltre 4000), la gente comincia ad abbandonare le città e si calcola che circa 700mila persone si siano allontanate da Kiev, Odessa, Dnipro, Sumy, Rivne e Kharkov. Fino a un anno fa il grosso della popolazione ucraina non era stata sfiorata in maniera significativa dalla guerra e nonostante il numero esorbitante di caduti, sembrava ottimista riguardo alla vittoria finale, anche perché esprimere dei dubbi al riguardo era molto pericoloso. Dopotutto i negozi erano aperti, si trovava ogni specie di merce e persino la vita notturna era piuttosto vivace. Ma ora tutto sta rapidamente cambiando, i negozi chiudono, i locali dello sballo sono senza luce, gli approvvigionamenti sono incerti, si sta al buio e al freddo. La Tina Karol è scesa in campo a fianco del regime di Zelensky con una canzone per risollevare gli animi che gioca con la retorica in maniera davvero insopportabile:
Non abbiamo luce, ma abbiamo calore.
Non abbiamo calore, ma abbiamo bontà.
Non abbiamo acqua, ma abbiamo noi stessi.
Siamo insieme, siamo una famiglia.
Non abbiamo luce, ma abbiamo calore.
E sconfiggeremo ogni male,
Perché ci amiamo.
E questo è tutto, questo è tutto.

Apriti cielo: per la prima volta sono arrivati fischi e insulti da ogni parte. Il quotidiano online Strana scrive: “Prima canzoni del genere si sentivano costantemente in risposta ai problemi della guerra, ma la reazione, era diversa: fondamentalmente, la gente sosteneva questa tendenza e coloro che non si adattavano venivano censurati o addirittura accusati di essere una quinta colonna. Ma la situazione nel settore energetico è peggiorata drasticamente a causa degli attacchi russi: i residenti del Paese sono senza elettricità e riscaldamento, così la gente si sta stancando di credere semplicemente in una vittoria a portata di mano e la mancanza di servizi primari si scontra con un potere che non offre opzioni chiare per una rapida fine della guerra, per non parlare di unavittoria, chiedendo ancora pazienza e fede. In questo contesto si va diffondendo la convinzione che la cosa principale sia la rapida fine della guerra, mentre a quali condizioni ciò avvenga è una questione secondaria”.

È facile ipotizzare che cincischiare con la pace come fa la Ue e gran parte dell’apparato bellico statunitense, porti ben presto gli ucraini alla consapevolezza di essere stati usati come carne da cannone, con tutto ciò che ne consegue. Tanto più che gli Usa non vogliono più spendere in proprio per sostenere Kiev e in Europa è difficile reperire soldi sufficienti non solo ad armare l’Ucraina, ma a sostenerne il bilancio. Una volta sfumato il piano di rubare i soldi russi congelati nelle banche europee, tutto si fa più difficile: dove trovare i 90 miliardi promessi per sostenere l’esistenza in vita dello Stato ucraino per altri due anni, cifra peraltro ampiamente insufficiente a raggiungere questo scopo, visto che ne occorrerebbero almeno 137? E di certo in tutto questo manca la bontà.