Quando ero ragazzo ci dicevano, con orrore, che Stalin aveva ucciso 3 milioni e mezzo di persone tra kulaki e oppositori: era sempre meno dei sei milioni di ebrei di Hitler, ma poi col passare degli anni e l’inasprirsi della guerra fredda, la cifra salì a 5 milioni, poi rapidamente a 10, a 30 e infine in un’esplosione finale a 100 che era oltretutto demograficamente impossibile, visto che sarebbe stata la metà della popolazione. Ma cosa c’è di impossibile quando l’etica e la civiltà sono legate alla quantità e quest’ultima non è legata al nulla della propaganda e a una pigrizia intellettuale che non permette alcuna verifica? Allo stesso modo saliranno a dismisura le presunte vittime del regime iraniano, dalle decine si arriverà alle migliaia, alle decine di migliaia, ai milioni. Del resto le vittime sono tra le quinte colonne scatenate dall’Occidente e dunque sono una perdita dolorosissima. Ma naturalmente si tace sul numero delle persone dai gruppi terroristici scatenati all’interno dell’Iran. Bene, basta fare gli allocchi e crederci. Solo che è sempre più vicino il momento che non solo si dovrà credere e ubbidire, ma si dovrà anche combattere. E allora le cose cambieranno: i mestatori nel torbido, le pasionarie a borderò, i troll biologici con l’ausilio di alias robotizzati, le redazioni che fanno il gioco dell’oca sui numeri e i neo estimatori dello Scià torturatore, sbiancheranno di fronte alle proprie responsabilità, visto che pensano di partecipare a un videogioco che non li toccherà mai, perché comunque hanno tre vite. Scopriranno di essere come il pallido delinquente di Nietzsche, dei malati prima ancora che dei furfanti.

Nel frattempo Trump sembra aver cambiato idea (sempre che questa parola si adatti alle ultime presidenze americane e ai leader europei)  riguardo all’attacco all’Iran per alcuni semplici motivi: non c’è realmente modo di danneggiare seriamente i siti nucleari iraniani, posti a centinaia di metri sottoterra, è molto improbabile uccidere Khamenei e oltretutto non sarebbe possibile fermare la risposta iraniana. Nel golfo Persico, a causa della dislocazione delle forze navali statunitensi nei Caraibi ci sono solo tre cacciatorpediniere dotati di difese aeree che potrebbero offrire protezione contro un attacco missilistico balistico. Pochi minuti dopo i primi attacchi, consumerebbero le munizioni e anche se fossero il doppio non potrebbero fare comunque molto di più. Prima dell’ultimo bombardamento dell’Iran, i sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot degli Stati Uniti e della Corea del Sud erano stati inviati in Medio Oriente. Un gruppo di portaerei statunitensi era di stanza nelle vicinanze e le basi americane erano state evacuate. Insomma c’erano opzioni migliori per un’azione meramente dimostrativa e anche così la risposta iraniana è stata tanto devastante (quanto censurata) per Israele che oggi lo stesso governo di Tel Aviv suggerisce di “aspettare che il regime crolli“: ennesima bugia che nasconde le debolezze dietro i ruggiti.

La cosa meravigliosa è che gli Stati del Golfo, tutte o quasi teocrazie assolute, sono meno disposte dare il loro appoggio agli Usa, sebbene condannino il governo iraniano, come se loro fossero modelli di democrazia e tolleranza. Ad ogni modo Arabia Saudita, Qatar e Turchia si sono rifiutati di concedere agli Stati Uniti l’autorizzazione a utilizzare il loro spazio aereo per lanciare l’attacco contro l’Iran. Finalmente  hanno compreso che senza un Iran forte loro sarebbero alla mercè di Israele.. Si dice anche che la Russia abbia svolto un ruolo informale dietro le quinte nel garantire che Israele e Iran non si sarebbero attaccati a vicenda.  Perciò adesso si pensa a una guerra informatica contro l’Iran, sebbene questa sia già stata persa grazie alla Russia che ha fornito gli strumenti per individuare e silenziare i terminali starlink che guidavano le quinte colonne occidentali costruite dalla Cia e dal Mossad.

Al di là di tutto questo, il fatto sostanziale  è che il tentativo di rivoluzione colorata è fallito: iniziato il 28 dicembre con un drammatico attacco concentrico alla valuta iraniana i rial, un giorno prima dell’incontro tra Trump e Bibi Netanyahu a West Palm, in Florida, si è scontrato con l’adesione di una gran parte della popolazione al regime e al concetto di sovranità nazionale.  Insomma si è preparato il terreno alle proteste sulle quali poi le quinte colonne avrebbero dovuto lavorare per soffiare sul fuoco e iniziare vere e proprie nazioni terroristiche. Ma il piano non è riuscito  e di qui la violenta reazione di Trump che ha cercato di tenere in piedi il castello di carte di un Khamenei in fuga verso Mosca con la minaccia militare prematura che adesso si va smorzando in attesa di poter trasferire nell’area un gruppo più consistente di mezzi di attacco e di difesa. Non si tratta di un mancato attacco, ma di una ritirata. Al fondo c’è però la consapevolezza che il problema iraniano è difficilmente superabile con la forza, perciò ci hanno provato col loro metodo più affinato: la rivoluzione colorata che ha dato loro tante soddisfazioni, ma che comincia  sempre di più a fare a fare cilecca.