Innanzitutto Buon Natale perché ne abbiamo davvero bisogno: come si diceva con una vecchia frase fatta, i nodi stanno venendo al pettine e ci faranno rizzare i capelli in testa. La fossa biologica delle menzogne di un intero decennio, per non dire di un mezzo secolo, sta esondando e le conseguenze di un discorso pubblico volto a nascondere e stravolgere la realtà si faranno sentire duramente su tutti quelli che ingenuamente ci hanno creduto, ma anche su chi ha tentato in qualche modo di avvertire del pericolo. La stessa Meloni, giusto per rimanere a casa, com’è tradizione in questi giorni, è consapevole di ciò e nel tradizionale scambio di auguri con i dipendenti di Palazzo Chigi ha detto: “La fine del 2025 è stata difficile per tutti noi, ma non preoccupatevi perché l’anno prossimo sarà molto peggio”. 

Naturalmente non c’è alcuna analisi delle ragioni profonde del disastro a cui stiamo andando incontro, ma tuttavia lo si sente arrivare perché la guerra ucraina ha scoperchiato il vaso di Pandora e portato a un confronto con la realtà materiale. Non con la propaganda russa. Non con la cosiddetta disinformazione. Non con l’altrettanto cosiddetto populismo. Ma con l’acciaio, le munizioni, l’energia, la manodopera, la tecnologia e il tempo. Dopo quattro anni di una guerra di logoramento ad alta intensità, gli Stati Uniti e l’Europa si trovano di fronte a una verità che hanno negato a se stessi per decenni: un conflitto del genere non si combatte con discorsi teatrali, sanzioni, armi super costose e imbattibili solo sulle brochure o con la messa in mora della diplomazia. In più  si è visto che è difficile risalire la china  e raggiungere la produzione di armi russa a causa di un limite strutturale: l’industria occidentale è stata ottimizzata per la remunerazione degli azionisti per i guadagni in tempo di pace. Il che vuol dire, in pratica, prezzi altissimi e scarsa produzione. Per cambiare deve mutare l’intero assetto materiale e ideologico della società neoliberista che pensava di aver definitivamente vinto sul piano storico. Il fatto è che non appena la realtà prende piede, la legittimità inizia a erodersi, a partire proprio dai costrutti più caratterizzati dal culto del profitto e sull’elitarismo. In una parola l’Ue.

Ma dovrebbe cambiare anche la visione del mondo che cinque secoli di incessanti guerre e conquiste hanno forgiato in Occidente: la visione di uomini in totale concorrenza con i loro simili facendo dell’ostilità e del conflitto componenti essenziali della natura umana. Di qui la necessità della gerarchia e della concentrazione del potere proprio per evitare che tale natura prenda il sopravvento. In realtà è proprio il potere che scatena le guerre per il fatto che esso non pare mai abbastanza alle élite di comando. Da Hobbes ad Adam Smith per finire al darwinismo sociale, siamo stati condizionati a pensarla in questo modo e abbiamo sempre interpretato le società preistoriche come un esempio di questa verità. In particolare quella che chiamiamo la rivoluzione agricola avvenuta tra i 12 e i 10 mila anni fa, viene additata come l’inizio di uno stato di belligeranza continua perché le società stanziali non possono semplicemente spostarsi per evitare il conflitto, come avviene nella fase del nomadismo di cacciatori e raccoglitori.

Ma le scoperte archeologiche degli ultimi anni contraddicono completamente questo modo di pensare: scavi in Sudamerica e Anatolia  hanno rivelato villaggi di popoli stanziali in cui non sono stati ritrovate armi o rappresentazioni di violenza, né ossa che presentano segni di aggressione. Al contempo non esistono nemmeno segni di un’organizzazione gerarchica. Di qui l’idea che è proprio quest’ultima a fondarsi sulla disuguaglianza e dunque sulla radice ultima della guerra. Secondo nuove teorizzazioni per il 99% della sua esistenza, l’umanità è stata una specie piuttosto pacifica, la “scimmia” più pacifica” di tutte. Del resto la stessa nascita del linguaggio che non ha paragoni in tutto il regno animale da cui pure deriviamo, indica che è la cooperazione e non il conflitto la vera natura umana. Il che di certo non sorprende: una specie neotenica i cui cuccioli vanno accuditi per un tempo che spesso supera l’intero arco di vita di specie simili o antagoniste, non potrebbe sopravvivere senza legami sociali strettissimi. Ciò non significa che non vi sia competizione, ma non è quest’ultima che crea la civiltà come spesso si fa intendere.

Certo, da qui tornare alle miserabili vicende europee di questi anni e di questi giorni, è un bel salto. Ma è Natale e forse l’occasione è propizia a guardare dentro gli eventi con una mente più chiara e non avvilita dalla cronaca.