Secondo un noto analista americano, Larry Johnson, la riunione di tutti i vertici militari americani con Trump durante la quale abbiamo potuto assistere a una indecente mattana di militari frustrati, serviva a nascondere un vertice più ristretto dei comandanti delle forze schierate contro il Venezuela e l’Iran. Dunque si preparerebbe un attacco congiunto ad entrambi i Paesi o a uno di essi. Non ho elementi per appoggiare o decostruire questa tesi che deriva del resto da gente che conosce bene i suoi polli, tuttavia per nascondere le intenzioni sarebbe stato sufficiente un incontro con i sette comandanti delle aree di intervento militare in cui gli Usa hanno diviso il mondo. L’aver convocato invece i vertici militari ad amplissimo raggio sa molto di esibizione di forza che in questo momento potrebbe avere diversi intenti, oltre a quello normalmente usato di minacciare il mondo intero, che va sempre bene in ogni caso, per chi è abituato a considerarsi il padrone.

Ci sono probabilmente altri scopi dietro questo “spettacolo”. Innanzitutto il tentativo di nascondere l’inconsistenza geopolitica del piano di pace di Trump per Gaza, volto sostanzialmente ad impedire il riconoscimento di uno Stato palestinese e allontanare la soluzione a due Stati, mentre la Striscia diventerebbe un’area sostanzialmente soggetta all’autorità americana, escludendo ogni possibilità di autogestione reale degli abitanti, con il pretesto che l’unica reale rappresentanza politica, cioè Hamas, a suo tempo finanziata dallo stesso Netanyahu – questo è sempre bene ricordarlo – viene considerata dagli Usa e da soli altri nove Paesi al mondo una formazione terroristica. Tale piano però è anche una sconfitta per i sionisti di Tel Aviv e per il loro progetto della Grande Israele, ormai minacciato non solo dall’Iran, ma anche dalla Turchia e adesso dagli stessi tutori americani. Quindi ci sono molte probabilità che non venga accettato da nessuno, anche se Netanyahu nell’incontro con il presidente americano ha dovuto, lì per lì, fare buon viso a cattivo gioco. Il fatto è che gli Usa devono uscire dall’isolamento in cui si sono cacciati appoggiando ogni orrore dei sionisti di Tel Aviv e devono fare qualcosa per uscirne.

Un secondo motivo per mettere in piedi la sceneggiata dei vertici militari allargati che ha fatto temere l’imminenza di una deflagrazione mondiale, è quello di servire da arma di pressione per convincere, sotto l’incalzare dei tamburi di guerra, i democratici a cessare l’ostruzionismo contro la legge di bilancio (deve essere approvata entro oggi, pena lo shutdown). E infine può essere che la disperazione dell’intero apparato washingtoniano per la sconfitta in Ucraina e anche per la perdita evidente di supremazia tecnologica in campo militare favorisca la messa in opera di drammatiche rappresentazioni di aggressività e ferocia figurativa come surrogato di realtà. Aumentare costantemente la pressione psicologica è uno dei modi per trarsi d’impaccio.

Tuttavia, nonostante ci siano evidenti tracce di sceneggiatura, qualcuno ipotizza e teme che siamo realmente alle soglie di un nuovo attacco all’Iran il quale non potrebbe non essere che nucleare: le precedenti aggressioni convenzionali sono fallite clamorosamente: gli aerei di Tel Aviv e di Washington non sono stati in grado di penetrare lo spazio aereo iraniano e hanno dovuto lanciare le loro bombe da lontano, con risultati scarsi o pressoché nulli, mentre l’Iran ha risposto con decisione bucando tutte le difese israeliane e occidentali, provocando gravi danni, ancorché accuratamente nascosti. Riprovarci non cambierebbe molto la situazione. Dunque se attacco deve essere dovrà essere nucleare e portato eventualmente direttamente da Israele e non dagli Usa per ridurre il rischio di deflagrazione planetaria. In tale contesto il “piano di Trump” avrebbe senso come trappola: facciamo credere di voler pacificare e invece prepariamo la guerra che è un tipico modus operandi degli Usa, fin dagli albori. Tuttavia il rischio di un coinvolgimento mondiale è troppo alto per credere che persino uno come Trump e il suo gruppo, voglia correre questo rischio. Il problema è che in questo quadro di follia generalizzata le intenzioni possono essere travolte dalla logica delle cose. È ormai un gioco di scacchi in cui è facile perdere il senso originario delle mosse.