Purtroppo sono costretto a tornare sui referendum, un tema che adesso sembra delicato come il pesce: dopo 48 ore puzza e nessuno ne vuole più parlare. Non ne vogliono più parlare ovviamente gli sconfitti e tanto meno i vincitori che in realtà non esistono, perché questo utilizzo delle consultazioni popolari non è altro che una prova dello stato preagonico della politica. Tuttavia una frase di Landini mi induce ad approfondire il discorso perché essa riassume in pochissime parole, molto della storia dell’ultimo trentennio: “Da oggi parte il sindacato di strada”. Apparentemente è qualcosa che non significa nulla e invece significa tanto: il sindacato per sua stessa natura dovrebbe essere eminentemente di strada, non avendo altra strada, oltre allo sciopero, di diffondere i temi della difesa del lavoro e dunque ciò vuol dire che da tempo immemorabile esso non sta facendo il suo mestiere e “concerta” con il padrone qualsiasi tipo di azione. Sappiamo di contratti firmati a 5 euro l’ora per non dire della disaffezione che questa arrendevolezza ha portato tra i lavoratori che non aderiscono più ai sindacati confederali, ridotti a raccolta di pensionati e a uffici Caf. Il risultato è che l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui i salari e gli stipendi non solo non hanno guadagnato nulla in fatto di potere di acquisto, nemmeno quel poco – dal 6 al 30 per cento che è tipico dell’Europa occidentale – ma sono diminuiti del 2% in termini reali. Una situazione unica al mondo, si potrebbe dire.

Nei giornaloni alcuni interpretano questa frase come la più semplice e banale delle tattiche per rimanere in piedi dopo una sonora batosta e cercare il salto nella politica. Cavolacci suoi e di certo un così fedele interprete dell’oligarchia non troverà le porte chiuse sulla via della poltrona da parlamentare. Il vero problema è che proprio l’assenza del sindacato, per così dire di strada tanto per riprendere l’espressione, ha spinto una produzione basata sui bassi salari e non certo sull’innovazione, il che sta portando a una crescente tensione. Così mi è venuto in mente che questa tornata referendaria sia stata più che altro organizzata per arrivare alla bocciatura di alcuni miglioramenti sui diritti dei lavoratori e sbarazzarsi così di un argomento che nessuno in Parlamento vuole affrontare, tantomeno la cosiddetta sinistra. In questa visione il quinto quesito sarebbe stato introdotto proprio per garantire il non raggiungimento del quorum, ma allo stesso tempo dimostrando il giusto ossequio alle oligarchie di comando. Capisco che questo ribaltamento possa sembrare pazzesco e arzigogolato, eppure chiediamoci che senso abbia avuto buttare sul tappeto, adesso, in mezzo a una tempesta che infuria nel mondo intero, temi di questo tipo, in assenza di qualunque volontà di discussione in Parlamento, che sarebbe stato invece il terreno più naturale.

Di fatto potremmo anche dire di trovarci di fronte a un vero e proprio delitto politico oppure alla dimostrazione che il milieu politico sia ormai totalmente privo di strategie, di idee e di programmi e si lascia trascinare dalla pancia. Il dramma per il “campo largo” è che la sconfitta è andata oltre ogni previsione ed è adesso fonte di enorme imbarazzo essenzialmente per due motivi: quello di ritrovarsi in numero meno folto di quanto non si pensasse e anche quello di trovarsi sfasato rispetto ad altre sinistre europee, come quella francese, per esempio, che si stanno distaccando dagli ideologismi immigrazionisti. Del resto quello che sta accadendo a Los Angeles dimostra alla perfezione i rischi e i limiti di queste operazioni di sostituzione etnica, prima favorite e poi attivamente organizzate da chi ha a cuore i bassi salari e lo sradicamento culturale, due fattori strettamente collegati nella visione globalista.