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La leggenda del buon capitalismo

shutterstock_484781506Uno dei punti saldi della socialdemocrazia, dagli anni 30 del secolo scorso fino agli anni ’80, era quello di non respingere il capitalismo in sé, ma di criticarne alcune forme e fasi, per esempio il capitalismo dei consumi, il capitalismo di relazione, il capitalismo finanziario e via dicendo. In seguito l’accettazione del capitalismo è stata pressoché totale e priva di serie caratterizzazioni o alibi, ma in molta parte della cultura europea, anzi nella quasi totalità del suo arco politico – ideologico,  sopravvive la convinzione che ci siano solo alcuni aspetti del capitalismo che vanno respinti e che dunque il sistema sia in qualche modo riformabile e/o migliorabile, anche se spesso questo convinzione sia usata in mala fede. Ma gli ultimi vent’anni ci dicono che non è affatto così: una società basata strutturalmente sull’accumulazione di capitale e sul profitto non può che presupporre una crescita perpetua, vale a dire infinita quando le risorse sono invece finite.

A ben pensarci il capitalismo nelle sue forme moderne è nato precisamente in un contesto nel quale circa 100 milioni di persone  potevano disporre delle ricchezze dell’intero pianeta in qualche modo accordando la teoria a uno stato di fatto, cosa che ovviamente oggi non è più possibile e costituisce un boccone molto difficile da mangiar giù, anche per quelli che si fingono accoglienti, aperti e tolleranti. Per la verità il problema, l’antinomia è talmente evidente che non la si può negare, ma si è tentato comunque di aggirarla sostenendo che quando il consumo passa dai beni ai servizi la crescita economica può essere disgiunta dall’uso delle risorse materiali e dunque dalla contraddizione radicale del capitalismo nonché dai suoi effetti di devastazione planetaria. Ma le cifre dimostrano che  così non è stato: proprio nelle settimane scorse uno studio di due economisti che hanno controllato i dati disponibili ( qui il compendio) ci dice che il consumo di risorse materiali in rapporto al pil mondiale è un po’ diminuito durante il primo impatto negli anni ’90, ma poi si è riallineato e procede dritto come un fuso. In realtà l’argomento era nel migliore dei casi un auspicio, ma nella sostanza si trattava solo di una allucinazione teorica di cui ci sono mille esempi in economia, come ad esempio la cosiddetta legge di Say: qualsiasi servizio consuma comunque risorse materiali e l’ inutile moltiplicarsi in attività di nessun conto o  superflue o volte all’iperconsumo lascia le cose intatte, anzi tende ad addizionarsi semplicemente ai consumi tradizionali visti come incomprimibili.

L’argomento ha anche trovato una sua vulgata mediatica secondo la quale la tecnologia e in grado di risolvere i problemi connessi al suo sviluppo, deducendone che non ci sarà mai una reale necessità di cambiare modello sociale.  E’ del tutto chiaro che questa specie di atto di fede estrapola la tecnologia dal suo contesto che è ovviamente la società capitalistica e anche se in linea teorica il ragionamento potrebbe essere plausibile, non tiene conto che qualsiasi tecnologia deve ordinarsi sull’orbita circolare capitale, consumo, profitto, capitale. In soldoni ogni tecnologia deve implicare un ritorno in termini di accumulazione e dunque per quanto una qualunque tecnologia possa essere risparmiosa e pulita in sé finirà comunque per essere usata in termini tali da aumentare i consumi e i profitti. il capitalismo “buono”  in realtà cessa quando vengono meno i surplus che possono essere rapinati  altrove e il benessere creato nel frattempo grazie a questo meccanismo viene via via ridotto ridotto e azzerato. E’ come nella relatività: se l’unica costante è la velocità della luce, spazio e tempo divengono relativi al sistema di riferimento; in questo caso se accumulazione di capitale e profitto non possono essere compressi per statuto sociale, anzi devono necessariamente aumentare, dovrà cambiare tutto il resto, ovvero i diritti e i redditi, creando una disuguaglianza mai vista prima.g

Ma c’è un altro effetto legato a questa logica: man mano che le risorse reali e potenziali si riducono, quando non si può più evitare evitare di calcolarne la durata rimanente anche la questione della proprietà pubblica viene aggredita e distrutta: qualsiasi bene, anche quello più astratto o estetico come, ad esempio il paesaggio, diventa monetizzabile e dunque disponibile per il capitale e per il profitto: possiamo combattere e contrastare questa logica, come per esempio è avvenuto con l’acqua pubblica, ma alla lunga anzi sempre più spesso alla corta non c’è modo di arginare la privatizzazione e l’appropriazione indebita. Tra qualche decennio  tutto sarà privatizzato, sempre che questo sistema riesca a durare tanto nonostante la contraddizione che si porta appresso, mentre uscire fuori da queste logiche significa ritornate al pubblico il più possibile, anche se in  maniera molto diversa dal passato, puntando a un pubblico che non sia più come troppo spesso è accaduto qualcosa destinato a chi non può permettersi altro, ma l’eccellenza.

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Carta moscovicida

moscoviciJunckerC’è da ridere, anzi da piangere quando gli europeismi di bassa lega intellettuale o semplicemente ipocriti, celebrano uomini e istituzioni dell’unione continentale come se fossero l’apice del buon governo e non un volgare leviatano di serie b che fa cane da guardia per l’elite.  Spesso si scopre che coloro che ci ricattano o ci ammoniscono o ci mostrano le vie della virtù, non sono altro che politicanti della peggiore specie e questo si avverte con maggiore frequenza prima delle elezioni farsa per un parlamento puramente figurativo: la filigrana volgare che è la loro matrice  viene fuori senza pietà. Ed è accaduto anche a Moscovici, quello così severo con l’Italia e mai contento dei surplus dello Stivale, che è riuscito a creare il suo capolavoro di doppiezza e finzione nell’incontro con alcuni parlamentari greci, disgraziatamente privi di armi da fuoco.

Si tratta di tre semplici proposizioni che nessuno sarebbe capace tollerare in nessun caso della vita, ma che non paiono recare danno di immagine al fastidioso insetto francese. Per maggiore chiarezza voglio numerare le tre affermazioni, ognuna delle quali potrebbe essere menzionata per ignominia e insieme fanno una bomba di idiozia e malafede.

1) Per evitare di confessare le sue responsabilità davanti ai rappresentanti del Paese martire di Bruxelles ha sostenuto che gli avanzi primari richiesti al Paese erano “troppo alti e impraticabili”.

2) che essi non sono stati definiti dalla commissione europea, ma dall’Fmi che evidentemente il politicante gallico considera un istituzione superiore al governo continentale.

3) che comunque i patti devo essere rispettati, anche quando sono per sua stessa ammissione impraticabili e dovranno essere rivisti.

Ci si domanda a questo punto perché mai occorra andare a votare per un Parlamento che ha nessun potere rispetto alla Commissione, la quale a sua volta non ne ha alcuno, anzi non ne vuole avere, di fronte al Fondo monetario. Ma non sono le anguillesche e penose  bugie di un ometto che possono scandalizzare, quanto il fatto che esse sono la prassi del governo continentale ed esprimono a pieno l’ideologia di un ceto politico agli ordini degli organismi economici e  sempre più in allontanamento dalla democrazia verso un sistema oligarchico -autoritario. Lo ha dimostrato senza tema di dubbio lo stesso Moscovici quando, nel tentativo di far stare assieme le tre frasi citate, ha messo in luce come le condizioni poste alla Grecia facciano parte non solo e non tanto di aberranti e sconclusionate teorie economiche, quanto di una prova di sottomissione della Grecia e delle sue istituzioni. Infatti dopo aver detto che la santa e onorata commissione dovrà prima o poi rivedere le imposizioni fatte ad Atene dice: ”  Al centro della questione c’è la credibilità: è solo ubbidendo in maniera duratura che la Grecia può convincere i suoi partner, quando verrà il momento, che si può fare un passo avanti. Ma questo potrebbe essere il risultato, non una precondizione. Se provi a farlo immediatamente, creerai solo dubbi nei tuoi partner. La gente deve avere fiducia che la Grecia rispetterà i suoi impegni non solo per gli ultimi sei mesi, ma anche per i prossimi anni. Quindi ridurre i surplus non è l’idea più brillante che si possa avere”.

Si tratta dunque di una specie di prova di passaggio, di un esperimento fatto sulla pelle dei greci, costringendoli ad accettare condizioni inaccettabili e controproducenti per vedere se sono completamente asserviti alla delirante visione europea. La fiducia insomma può nascere solo dalla soggezione. Personalmente ritengo che per un uomo di questa vaglia morale e politica la ghigliottina sarebbe una ben misera punizione che tra l’altro non comprometterebbe sistemi vitali, ma il problema non è quello di un riverito imbecille e di un ignobile voltagabbana, che è stato persino un modello per una sinistra contraffatta sulle bancarelle dell’informazione, ma rappresenta l’essenza di ciò che è diventata l’Europa, il modo di pensare e di essere della politica continentale.


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