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Colore della pelle e colore dei soldi

160624114132-unequal-scenes-15-super-169Mi affascinano le figure come quella di Gandi ( come si scrive in lingua originale) o di Nelson Mandela, ma ciò non toglie che spesso diventano già in vita dei santini da invocare mentre si fa tutt’altro, degli epici paraventi per nascondere e sostituire la realtà. Chiediamoci ad esempio a fronte dell’universale fama di Mandela cosa sia effettivamente cambiato in Sudafrica rispetto alla fine dell’apartheid e con una certa sorpresa ci accorgeremo che il rapporto tra bianchi e neri dal lontano 1994 non è cambiato di molto, anzi l’atteso riequilibro non c’è stato affatto. Mandela viene molto citato, è diventato un eroe contemporaneo, ma in realtà il Sudafrica è stato investito in pieno dalle correnti del neoliberismo e del globalismo, mostrando come spesso ci si trovi a dislocazioni nominalistiche invece che a progressi di sostanza.

Ne parlo perché credo che possa essere illuminante sul modo di procedere del pensiero unico e anche per i nessi che possiamo trovare con la nostra situazione attuale e con le ipocrisie correnti: di fatto l’asse di frattura fra bianchi e neri, nato dal tradizionale razzismo anglosassone (pochi ricordano che la dottrina dell’apartheid fu elaborata nel primo dopoguerra e andò avanti per 15 anni prima della piena indipendenza  del Sudafrica dalla corona britannica e con il concreto aiuto degli Usa), si è tramutato nel baratro che separa ricchi e poveri. Dal momento che i bianchi partivano in posizione di enorme vantaggio la ricchezza si è concentrata alla fine nelle mani di questi ultimi come mai prima: in questo quadro di disuguaglianza crescente che coinvolge tutto l’occidente l’entrata dei neri nella stanza dei bottoni, le leggi di “discriminazione positiva” per garantire delle quote agli autctoni, il tentativo di Mandela di creare uno stato sociale non hanno prodotto i risultati sperati, anzi la situazione è peggiorata perché il Paese è stato generalmente sottoposto alle ricette del Fondo monetario internazionale che hanno comportato durissimi tagli ai servizi sociali, in particolare alla sanità e all’istruzione pubblica. Questa vera e propria strage di solidarietà  ha finito poi per creare quel clima di ostilità nei confronti del mondo bianco che si è tradotto, nel dopo Mandela in bizzarrie piuttosto che in politiche. Così per paradosso  il Sudafrica ha perso 29 posizioni nell’indice di sviluppo umano, mentre quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà assoluta e il lavoro nero è di fatto la regola appena al di fuori delle cittadelle bianche. Però su tutto questo c’è un totale silenzio, come se il nome di Mandela potesse riscattare ogni cosa e dare l’impressione di cambiamenti epocali.

Insomma siamo di fronte a un problema in gran parte nominalistico perché tutto è come prima, anzi peggio di prima salvo che al posto di bianchi e neri, ossia del vecchio razzismo etnocentrico le divisioni sono tra ricchi e poveri secondo il nuovo criterio del razzismo sociale che crocifigge il povero sulla croce della sue incapacità. In maniera più definita e più chiara si tratta di ciò che è avvenuto negli Usa dove in molti stati la segregazione esisteva eccome fin sulle rive degli anni ’70, ma anche di ciò che avviene in un’Europa, sottoposta a grandi correnti migratorie proprio a causa del razzismo intrinseco anche se non esplicito del neocolonialismo, dove le identità nazionali e quelle di classe – a seconda delle visioni – vengono sostituite da identità di ceto e dove l’imperativo assolutamente giusto di eliminare le discriminazioni basate sul colore della pelle viene però sostituito con quelle che riguardano la qualità dei vestiti, i cavalli dell’auto, i metri quadri della casa e il quartiere dove sorge, il tipo di cucina, l’accesso alla sanità, all’istruzione e via dicendo. Disuguaglianze vistose e inaccettabili in un  che esistevano anche prima, ma che erano ideologicamente ricomponibili e mescolabili al’interno di una concezione di società che semplicemente non esiste più, mentre ora fanno parte di una sorta di antropologia della disuguaglianza persino genetica, a sentire le risultanze di certa scienza reazionaria anglosassone. Basta con questa storia che i neri sono meno intelligenti: i poveri sono meno intelligenti ed è appunto per questo che sono tali.

Magari a prima vista può sembrare un’esagerazione, ma tutto tende proprio a questo e non potrebbe non essere così in una società atomizzata dove esistono solo gli individui e le storie individuali e non esiste altro; basta per esempio vedere cosa sta succedendo in California dove i senzatetto, sempre più numerosi, sono come inesistenti: le autorità si interessano a loro solo per i problemi di igiene che creano nelle strade dei quartieri benestanti, ma senza il minimo piano di intervento sociale perché è colpa loro se sono in queste condizioni. Ed ecco perché se il razzismo mi è incomprensibile tanto è distante dal mio modo di vedere le cose, rimango perplesso di fronte a certi anti razzismi i quali non fanno altro che spostare il problema pensandosi come l’apice dell’humanitas. Del resto come il Sudafrica anche l’Europa è governata dall’Fmi con i medesimi criteri imposti al Paese africano e dunque non c’è affatto da meravigliarsi e al colore della pelle si è sostituito quello dei soldi.


Rivoluzioni in punta di pussy

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Premesso che Putin è uno zar cialtrone e feroce, e come tale poco illuminato, comunque affine più al terribile Ivan che a Caterina la Grande. Premesso che le tre squinzie hanno comunque un agente molto efficiente. Premesso che all’amico di Berlusconi e anche di Monti non importa nulla del dio degli ortodossi e nemmeno di quello degli altri. Premesso che invecchiando sono sempre più prudente nel seguire la lezione di Voltaire, ma che va sempre garantita la libertà di espressione soprattutto se cerca di esercitarsi contro i poteri costituiti, spesso anticostituzionali e sempre forti. Premesso che a volte la Siberia sarebbe un buen retiro consigliabile per una opportuna pedagogia e rieducazione, ad esempio del suddetto zar e dei suoi famigli, beneficati di letti e condotte di gas, malgrado anzi grazie alla pessima condotta. Premesso che comunque Siberia, gulag e galera sono comunque pene sproporzionate per brutte canzoni e abiti quanto mai punitivi di buon gusto ed eleganza.

Premesso tutto questo, ritengo sacrosanto e doveroso manifestare solidarietà per le tre ragazze tacciate di teppismo antireligioso, anche se l’entusiastico ritrovato laicismo – oltre alla sempre troppo poco esercitata militanza a fianco di chi manifesta contro più o meno esplicite tirannidi e più o meno cruente dittature, si dovrebbero esprimere anche in patria.
Ma d’altra parte è comprensibile che al nostro tempo e al nostro sdegno si addicano battaglie che mettono in gioco la visibilità più che la reputazione, le immagini più dei contenuti, la grancassa mediatica più della potenza dell’offesi.
In fondo le tre eroine si ambientano nelle nostre visioni contemporanee più opportunamente di Rosa Luxemburg, chè i martiri belli e dannati sono sempre più graditi di sgorbi intelligenti, ma meno piacenti, come avviene per via di quell’imbastardimento estetico di certi miti rivoluzionari e della preferenza per la satira che per la politica.

Ma siccome sono bacchettona non finirò di sentirmi oltraggiata dal risalto e dall’adesione esaltata attribuiti alle Pussy Riots nello stesso giorno nel quale è passato sotto un silenzio, gravido di minacce per l’umanità, l’eccidio di 30 minatori, vittime di una esecuzione amabilmente oscurata per non ferire i nostri occhi civili e wasp, per il nostro pensiero occidentale e democratico, che vuole persuadersi che l’apartheid, la repressione padronale della libertà, della dignità e dei diritti sia solo il contesto narrativo dei libri di Gordimer, efferatezze finite con Mandela osannato alle olimpiadi, scempi che da noi non potrebbero mai verificarsi.
E non finirò di sentirmi offesa come persona, come giornalista, anche per una volta come donna, della pompa che i regimi dittatoriali concedono anzi promuovono in favore di oppositori più accettabili, meno apocalittici, più sgargianti, meno infausti, più spettacolari, meno scomodi, a nascondere la condanna al silenzio, all’oblio e alla morte di tanti, ricordati in qualche anniversario come Anna Politkovskaja.
E non finirò di sentirmi ingiuriata dalla condanna di governi democratici che denunciano i misfatti contro i diritti e la repressione, brutale o sobria che sia, purché a margine del biasimo si possano a stringere o baciare mani, accettare doni principeschi in cambio del consenso, siglare opache alleanze o profittevoli accordi commerciali.


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