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La guerra calda

6812112Ho già avuto modo di dire che il 2013 è stato l’anno della svolta sul piano geopolitico quando la Russia ha reagito con vigore al golpe ucraino ed è successivamente intervenuta in Siria, mostrando un apparato militare potente e per certi versi superiore a quello americano, cosa che si è andata confermando nelle vicende mediorientali successive, come testimonia la stessa stampa specializzata made in Usa. In quello stesso anno si è avuta notizia dei missili antinave cinesi a mach 7 e in seguito una lunga serie di eventi ha confermato la crescita militare di Paesi sulla lista nera come l’Iran che è una gran brutta notizia per Washington, visto che Teheran è oggi in grado di distruggere gli impianti petroliferi della penisola arabica e di impedire il passaggio delle petroliere nello stretto di Hormuz facendo crollare l’economia mondiale e dunque portando immediatamente a una guerra totale anche in caso di attacchi parziali.

Certo il cittadino occidentale medio, infarcito di eroi, supereroi, caporali inflessibili, addestramenti fantasiosi e narrazioni  di intrinseca sicumera, fa molta fatica a comprendere ciò che sta accadendo e non può pensare che il bilancio militare Usa, superiore a tutti quelli del resto del mondo messi assieme possa portare a una situazione di stallo e addirittura di inferiorità in alcuni settori. Ma i quasi 800 miliardi di spese militari di Washington sono una specie di miraggio, non rappresentano la realtà così come le bolle borsistiche non rappresentano l’economia reale. Infatti in quel bilancio monstre solo il 13 per cento scarso è destinato all’equipaggiamento militare, tutto il resto se ne va per il mantenimento delle oltre ottocento basi militari sparse per il mondo e ovviamente per le situazioni di conflitto. Se sembra eccessivo basti pensare che dal rapporto dell’ispettore generale per la ricostruzione dell’Iraq, Stuart Bowen, emerge un verminaio difficilmente immaginabile e salta fuori come il Pentagono abbia acquistato da società  americane interruttori elettrici del costo di 7,5 dollari  al prezzo di 900 dollari per unità, mentre i tubi per fognatura siano costati 57 volte di più del normale,  un contratto per lavare le uniformi sia arrivato 13 miliardi di dollari o come  per il funzionamento dei soli condizionatori d’aria in Irak e Afghanistan l’esercito spenda la cifra astronomica di 20 miliardi l’anno che evidentemente vanno da qualche parte sconosciuta.

Qui tocchiamo il cuore del problema, quello di una una corruzione dilagante a cui la stessa truppa non è estranea, che finisce per toccare ovviamente anche l’armamento perché esso risponde  principalmente agli interessi del complesso industrial militare e solo in seconda istanza alle esigenze militari: un coacervo che  produce sistemi d’arma a prezzi quasi insostenibili, allunga artatamente i costi di progettazione, produzione e revisione perché ciò significa maggior profitto e causa anche l’effetto inverso perché favorisce il mantenimento di strumenti bellici e di gestione ormai superati ( vedi patriot e compagnia) visto che i costi di progetto e avvio produzione sono ormai ammortizzati e dunque garantiscono ricchi guadagni . D’altronde in questo verminaio è praticamente impossibile mettere le mani: i dettagli della spesa militare sono un segreto di stato non solo per l’uomo della strada o l’informazione, ma anche per i parlamentari ai quali viene fatto conoscere solo l’ammontare complessivo del bilancio. Del resto ogni tentativo anche del presidente o di apposite commissioni di fare chiarezza si è arenato nell’impossibilità di capire come e dover si spenda: è’ un pozzo senza fondo dentro il quale non si può vedere nulla e che di fatto si autogestisce, quindi non è affatto sorprendente che si tratti di un carrozzone che produce enorme inefficienza e tenda a perdere terreno.  Non è un fatto accidentale, ma di sistema perché gli avversari che Washington ha proclamato come tali, Russia e Cina hanno un approccio completamente diverso, più sistematico ed efficace, senza la scimmia del profitto sulle spalle,  riuscendo a stare al passo o a superare gli Usa con una frazione di ciò che essi spendono.

In realtà tutto questo è una premessa per dare conto dello smarrimento e dell’insicurezza delle elites occidentali che fino a qualche hanno fa erano convinte di non avere rivali e che anzi nel 2002 avevano dichiarato il loro intendimento di ricattare militarmente l’intero pianeta: in quell’anno il famigerato idiota petrolifero di nome George W. Bush stracciò unilateralmente il trattato contro i missili balistici, facendo intendere che gli Usa stavano rispolverando la strategia del first strike, del primo colpo preventivo. La cosa che ebbe un rilievo quasi nullo nell’informazione occidentale, invece di impaurire i possibili nemici li indusse a capire che dovevano riarmarsi  in tutta fretta per evitare il l’unipolarismo made in Usa li travolgesse. E lo hanno fatto così rapidamente che in una decina di anni la realtà è completamente cambiata senza che tuttavia gli Usa siano in grado di reagire con altrettanta efficacia, visto che il sistema non si può toccare sia perché essenziale nell’economia americana e perché i vari soggetti che partecipano al banchetto non vogliono certo mettersi a dieta. Dunque le guerre scoppiate nel secondo decennio del xx° secolo nella certezza di poterle facilmente vincere e sfidando la possibilità che uno scontro diretto accendesse le polveri planetarie nella convinzione di una assoluta superiorità si sono trasformate in un incubo che ha dato poi vita alla russofobia. Trump e il suo neo isolazionismo è anche figlio di questa situazione e della consapevolezza che l’impero non può più permettersi di rischiare al buio perché la sua posta è ormai insufficiente. Ma i lobbisti gli stanno alle calcagna.

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