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Come cambia l’ambiente Marino…

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ho accolto con soddisfazione la notizia dell’assoluzione un Cassazione dell’ex sindaco Marino dall’accusa di peculato e falso per la vicenda degli scontrini relativi a cene di rappresentanza quando era alla guida della città. Come non gioirne: adesso  si è finalmente autorizzati a dire tutto il male possibile della sua attività di amministratore. Perché la conseguenza  più buia e disonorevole di certe campagne di  denigrazione fino al linciaggio e alla pubblica gogna, consiste nel fatto che la conversione di un personaggio pubblico che è lecito criticare per le sue prestazioni, anche se si tratta di un eletto a larga o addirittura plebiscitaria maggioranza, induce a remore e censure per non contribuire a un tempo alla denigrazione o alla santificazione in qualità di perseguitato.

E infatti il caso di un uomo che diventa martire, capro espiatorio nel corso di una campagna spietata orchestrata da una classe politica che ricorre a delazioni, spiate e atti notarili per non assumersi responsabilità politiche, ha sortito l’effetto  di cancellare tutte le colpe della maggioranza che lo sostiene e l’ha espresso, e, più in generale, dei partiti coinvolti nelle indagini, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti, dalle mafie e dalla corruzione alle ricevute, dalla trasparenza nell’azione di governo della città che non riguarda solo i conti ma le scelte in contrasto con l’interesse generale, al tema dell’integrità “privata”, condizione necessaria ma non sufficiente.

Tardivamente il killer designato dallo stesso partito di appartenenza del sindaco defenestrato in via giudiziaria come non è stato fatto né si fa per altri augusti esponenti del partito trasversale dei primi cittadini, mette una pezza a colori per dare dignità politica alla scelta scellerata: l’abbiamo interdetto perché era un cattivo sindaco. Ma è un vero autogol perché accredita l’immagine di una disperata destituzione del ribelle da parte die poteri forti che si sarebbero sentiti minacciati o traditi.

Niente di più sbagliato, perché curriculum e smania di conservare buone relazioni con chi ha sempre comandato la città dimostrano che Marino, a parte le sue esuberanze ciclistiche con tanto di vigili ansimanti appresso,  a parte le scorribande con la vecchia macchinetta da città come un turista per caso, a parte la sovraesposizione mediatica in veste di marziano catapultato giù e perciò estraneo a certi  entourage della Capitale infetta, non intendeva certo rompere la continuità.

Lo dicono per lui gli inseguimenti fino allo stalking di alte personalità vaticane, i rapporti privilegiati con i capitani delle cordate del cemento consolidati da promesse di stadi e grandi eventi olimpici, dalla riconferma silenziosa quanto operosa delle misure- lascito di Alemanno che permettevano a alcuni proprietari di aree dell’hinterland autorizzando la modifica da zone agricole a zone edificabili, o la cancellazione di decine di linee urbane di collegamento delle fastidiose e insidiose periferie con il centro, o  i non dimenticati legami con ceti criminali cui doveva riconoscenza postuma per aiuti elettorali, quelli in divenire con i signori dell’export di monnezza beneficato dalla leggendaria chiusura di Malagrotta alla quale, in perfetta sintonia con la Regione di Zingaretti, è seguita una impotenza favorevole a traffici illeciti, crisi sanitarie, condizioni di emergenza da fronteggiare con il solito ricorso a spese dissennate e commissariamenti. Possiamo anche aggiungere la subalternità al management della aziende di servizio condannate a parole ma lasciate agire indisturbate, l’adeguamento a un modello di sviluppo della città contagiato dalla turistificazione come dimostra la dichiarata soggezione a “investitori” e sponsor perlopiù stranieri, assediati dal sindaco con tanto di book illustrativo dei beni comuni in offerta.

Paghiamo tuttora le sue scelte dissipate, perfino quella più illustre e glorificata dalla narrazione sulle vicende tristi del capo espiatorio: quella pedonalizzazione che si è ridotta a una restrizione dell’arteria dei Fori, cancellando da subito l’aspettativa che si potesse realizzare la più grande area archeologica all’interno di una metropoli, convertendola in una straduccia poco frequentata se non dai bus inquinanti, e limitata dai lavori di una metro della quale nessuno sa spiegare l’utilità, indirizzando la pressione del traffico sull’area Palatina e del Circo Massimo sempre più assediata, senza aver previsto gli effetti di una scelta propagandistica e “estetizzante”, come la definì lo storico Canfora.

E infatti Marino è stato il sindaco di Roma più amato dai non romani, quelli che hanno preso per buone le sue soluzioni demagogiche: commissioni istituite per non fare nulla, quelle per studiare il regime delle case del Comune affittate a prezzi irrisori agli immeritevoli, mentre lo stesso Comune era locatario di uffici con affitti stratosferici, quelle per il problema dei senzatetto, dai quali il primo cittadino esigeva comportamenti improntati alla legalità, proprio come la richiedeva agli sfollati delle zone a ridosso dell’Aniene dopo una esondazione, rimproverati per essersi installati in una zona a rischio.

In effetti a distanza di tempo, una volta risolta l’ignobile faccenda c’è da chiedersi come mai il Pd volesse rimandare su Marte un sindaco perfetta e emblematica espressione della sua ideologia, affaccendato nell’assicurarsi visibilità più che reputazione, vanitoso fino al ridicolo, ammanigliato con tutte le cupole di potere, affabulatore del niente come si conviene a una generazione politica che ha sostituito la comunicazione istituzionale con i social.  Invidia di sindaci? Patologia temperamentale? Narcisismo morboso?

Comunque la si veda è stato detronizzato l’uomo Marino e così si è dimostrato anche con le successive candidature che il Pd Roma non la voleva proprio governare. Meglio stare all’opposizione, meglio rimestare il fango dietro le quinte, meglio godersi i frutti delle rapine del passato che hanno la loro continuità in aziende malate guidate e popolate del ceto amovibile messo là per decenni, meglio ridere delle buche frutto di lustri di appalti opachi, meglio soffiare sul fuoco di evidenti sabotaggi che una maggioranza altrettanto esile e inadeguata anche se, ancora, meno corrotta non sa e non vuole contrastare.

 

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Roma: pedonalizzati a forza

ATAC-R~1Anna Lombroso per il Simplicissimus

E non venitemi a dire che il sindaco Marino non mantiene le promesse: aveva detto che dopo Via dei Fori Imperiali le pedonalizzazione sarebbe stata estesa anche alle periferie, forse pe promuovere una spericolata sperimentazione, un confronto tra antico e moderno, vetusto e futurista, ammesso che si possa definire cos’ un disordinato, spesso squallido agglomerato di costruzioni connotato per lo più da un unico fattore comune, la speculazione, quando non l’abusivismo.

Ma gli va dato merito comunque di aver fatto seguire alle parole i fatti, così che presto i cittadini delle periferie di Roma, malgrado contesti meno artistici, potranno godere insieme agli abitanti di vai del Colosseo, e altre strade attigue alla zona archeologica il piacere di lunghe escursioni a piedi, il gusto del passeggio, anche la corsa a ostacoli tra buche e lavori in corso.

Certo l’ispirazione progettuale non è del tutto ortodosso, le modalità non del tutto razionali, ma in fondo nemmeno l’incipit della trasformazione della grande arteria di scorrimento in sito protetto, prima porzione della più grande area archeologica al centro di una metropoli del mondo lo è stata. Nel dare avvio al pilastro simbolico della sua avventura di sindaco Marino, in vena memorialistica, attribuì il merito di aver suscitato in lui la volontà di dare forma al sogno antico da Baccelli in poi, Cederna, Insolera e tanti altri, fu una ragazza americana che aveva “rimorchiato” e che gli chiese che cosa avessero in testa gli italiani per seppellire 64 mila metri quadri di rovine sugli 80 mila originari. Una strada realizzata per offrire un teatro adeguato alla megalomania e ai trionfi spettacolari del duce, diventata uno stradone che, criticava il sindaco, appaga l’attaccamento morboso dei romani per l’auto, nei cui confronti un forte intolleranza: “cosa dovrei pensare del fatto che a Roma ogni 1000 abitanti ci sono 980 auto, che a Roma si muovono ogni giorno si muovono 600mila persone, di cui il 60 per cento fa meno di 5 chilometri?”.

Magari dovrebbe pensare che i suoi amministrati siano car-addict perché non funziona il servizio di trasporto pubblico, quello di superficie e quello sotterraneo, in attesa di una estensione probabilmente inutile oltre che dannosa come tutte le Grandi Opere, terreno di saccheggio e speculazione, parimenti concimato da governi e amministrazioni locali.

Ma il marziano a Roma, come ha voluto definirsi, si dice sia affetto da una sorta di solipsismo che le rende impermeabili a suggerimenti, consigli, sollecitazione. E andrebbe anche bene se così si sottraesse alle potenti lobby di qua e di là dal Tevere, invece anche nel suo caso vige quella separatezza, quel distacco sprezzante dai comuni mortali che ormai è il contagio che affligge tutto il ceto dirigente.

Così se il test sulla pedonalizzazione dei Fori resta tale, per mancanza di quattrini, di un progetto, di quella che un tempo chiamavamo la volontà politica, pare funzionerà quella delle periferie, grazie alle misure previste dal decreto Salva Roma, visto che il Campidoglio ha inserito nel bilancio di previsione una diminuzione per 50 milioni di euro ai fondi per i trasporti di superficie, metropolitane e parcheggi di scambio. L’azienda dovrà dare il via da subito alla riorganizzazione del servizio, anche perché il taglio ha valore retroattivo e si riferisce all’intero anno solare. Il primo intervento “chirurgico” riguarda la soppressione di venti linee a partire da questo mese, per agire su frequenze e orari soprattutto nelle zone ultra periferiche.

Si vede che la nuova urbanistica prevede l’incremento sempre più iniquo di disuguaglianze, in modo che le città diventino un sistema con zone di privilegio sempre più ristrette, protette e fortificate e intorno un hinterland fatto di periferie sempre più marginali, sempre più isolate, sempre più incattivite, cui si aggrappano ammassi di bidonville, favelas, baraccopoli, prive di servizi elementari, come bubboni preoccupanti ai quali si rivolgeranno nuove forme di repressione, in una guerra perenne e quotidiana.

È uno dei prezzi che si pagano da quando l’austerità nei bilanci pubblici è diventata l’arma più micidiale della lotta di classe, quella condotta alla rovescia, ricchi contro poveri. Ancora una volta le lezioni della storia non servono a nulla. Keynes, ormai considerato un letterato visionario, da prender poco sul serio, che aveva partecipato alla conferenza di Versailles che aveva stabilito le misure “punitive” contro la Germania, sosteneva nel suo pamphlet che “castigare” e umiliare così un popolo significava minare le componenti essenziali della sua civiltà e rendere improbabile la costruzione di una democrazia, già compromessa sul nascere dalla perdita di dignità, identità, senso della cittadinanza. E infatti il decennio di Weimar e poi il nazismo nascono là. E insegnano che lo sbocco naturale, fisiologico di politiche di austerità è la salita alla ribalta di regimi autoritari di destra e la perdita di sovranità di Stati e popoli.

La storia si avvita su se stessa intorno al solito perno, quello dello sfruttamento, del primato del profitto, dell’incrudelirsi delle disuguaglianze. E la speranza di riprendersi il futuro attraverso il riscatto sta perdendo anche l’ultimo metrò.


Marino, un marziano a Roma

Marino-marziano Anna Lombroso per il Simplicissimus

La montagna stavolta non ha saputo partorire nemmeno un topolino a meno che non siano le feroci “zoccole” che si avvantaggiano dalla crisi dei rifiuti nella Capitale d’’Italia. E la rivoluzione  del sindaco Marino non ha prodotto neppure una repubblica romana, breve ma ispirata dall’utopia democratica del suffragio universale, dell’autonomia dai potentati della chiesa e del latifondo.

C’è proprio da temerlo questo partito dei sindaci: se Renzi dimostra che il suo sindaco – e anche il suo premier, peraltro – assomiglia sempre di più a un podestà, che vuol governare senza consiglio comunale e un domani possibilmente senza parlamento, con indiscussi e indiscutibili poteri decisionali, a tutela di espliciti interessi padronali e con una collaudata inclinazione alla propaganda con la quale divulgare e sostenere il nulla, l’inazione e l’impotenza. E se allo stesso modo il modello Roma somiglia a una scatola col fiocco e delle etichette che invogliano all’acquisto sì, ma di pezzi di città, di beni comuni, di suolo, di risorse e di monumenti, mentre all’interno è vuota di un progetto per la città.

Non ne imbrocca una, povero Marino: aveva promesso la pulizia e l’efficienza testate in una sala operatoria, ma andando avanti così altro che capitale corrotta nazione infetta, il contagio dell’approssimazione, dell’inadeguatezza, dell’incompetenza minacciano di mietere più vittime di una pestilenza.

Ve lo ricorderete, in burbanzose interviste aveva rivendicato il suo format di selezione del personale – ineccepibile e inattaccabile – proposto come un modello replicabile e consistente nella accorta cernita di candidature per pervenire alla scelta di amministratori e manager equipaggiati delle referenze di almeno 50 “testimonial” in gradi di garantirne capacità, integrità morale, preparazione. Già il primo esperimento era stato fallimentare, ancorché dotato di un bel mazzetto di attestati, il prescelto comandante dei vigili non possedeva i requisiti, quindi via! Occasione per il primario di presentare il fallimento come un successo del suo cammino verso l’assunzione di responsabilità che dovrebbe caratterizzare qualsiasi politico e amministratore.

Chissà come motiverà questa seconda ridicola performance della sua carriera di “cacciatore di teste”: Ivan Strozzi nominato amministratore unico, presidente e amministratore delegato della municipalizzata capitolina Ama, per fare pulizia nella pienezza del termine, della gestione dei rifiuti, selezionato dopo una lunga e accurata ricerca è oggetto di un’indagine in corso da parte della Procura di Patti (Me) per traffico illecito di rifiuti, inadempimento di contratti in pubbliche forniture e frode in pubbliche forniture in qualità di amministratore delegato di Enia, una multiservizi che opera in diverse città. Non è probabile che Strozzi sia indagato a sua insaputa e per dir la verità non è plausibile che lo sia anche all’insaputa del sindaco, ma forse i suoi sponsor erano più credibili del casellario giudiziario.

Ma fossero solo questi i problemi. Come i governi nazionali, il podestà di Roma dà vita a una superproduzione di buoni intenti e di appetitosi annunci, evitando accuratamente di far seguire alle parole i fatti. Non sappiamo se sia vero, come di dice, che ormai il partito che l’ha espresso abbia deciso di ributtare a mare il Marino che fa mostra di una strampalata autonomia, spacciandola per creativa indipendenza e per desiderabile autodeterminazione.  E non sappiamo chi siano i suoi referenti, a meno che non siano effervescenti  voci di dentro. Ma non può non inquietare sul destino della città, complicata, ma non meno di Città del Messico, San Paolo del Brasile, Dacca, sia pure con altrettanto vistose disuguaglianze, che l’annunciata rivoluzione copernicana sia sfociata nell’allarmante conferma dei più infamanti provvedimenti di Alemanno. “Cancellare e ritirare tutti gli atti dell’amministrazione Alemanno che aggravano il consumo di nuovo suolo agricolo”, aveva proclamato in campagna elettorale il candidato sindaco.  E invece è stata pubblicata, sia pure con forti  sospetti sulla sua legittimità,  una delle delibere più contestate, tra quelle approvate in tutta fretta nell’ultima seduta di Consiglio comunale targato Alemanno:  la 69/2012, con la quale vengono riconosciute all’Ater, Azienda territoriale per l’edilizia residenziale, e a numerosi proprietari privati di aree situate a Casal Giudeo compensazioni edificatorie. Per un totale di 1,3 milioni di metri cubi.

Piove cemento su Roma. e non solo. Ai suoi esordi, nel clima favorevole dalla fiduciosa attesa,    ha reso pubblico l’elenco degli affitti passivi che il comune di Roma paga alla grande proprietà edilizia per lo svolgimento delle sue funzioni, e cioè per gli uffici comunali, le scuole e altro, per un ammontare di circa 100 i milioni che i cittadini romani trasferiscono alla rendita immobiliare. .  Detto, ma non fatto.  La pubblicazione di quella lista nera doveva essere preliminare alla  lista della spesa degli investimenti   in alloggi per i senza casa, aree ma soprattutto  fabbricati da trasformare per coprire da subito la domanda di almeno 3mila alloggi per altrettante famiglie povere, applicando lo strumento principe della trasformazione urbana, il Print,   previsto dal piano regolatore, ma rimasto sostanzialmente inutilizzato.

La pedonalizzazione incompiuta dei Fori resta l’appassito fiore all’occhiello della profonda trasformazione del traffico cittadino, se  a fronte di una periferia che impiega mediamente due ore per raggiungere il centro, il sindaco ha proposto la realizzazione di tre nuove linee tramviarie che interessano sempre e soltanto il centro pregiato.

 Così è solo una delle rivendicazioni di Marino  a far testo: quella di essere un sindaco “marziano”. Più che dal Campidoglio infatti sembra che sia da Marte che governa Roma.

 


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