Siamo passati in poche dannate ore dall’America di John Wayne a quella di Stanlio e Ollio, o forse, chi lo può dire. a quella del Lupo di Wall Street. Dopo aver asserito di aver distrutto interamente l’Iran, Trump si è dimenticato di quello che aveva detto e ha dato un ultimatum di 48 ore a Teheran, altrimenti avrebbe cancellato la rete elettrica del Paese, ma invece di ottenere la resa ha avuto in risposta la minaccia iraniana di distruggere ciò che rimane delle infrastrutture energetiche degli Stati del Golfo, complici di Usrael. Non si tratta affatto di una vuota provocazione, come sanno bene al Pentagono: ormai la difesa missilistica di Israele e degli Usa è ridotta ai minimi termini perché i missili scarseggiano. non ci sono più vettori per intercettare con successo quelli iraniani. Così dopo aver fatto scadere il suo ultimatum, la Casa Bianca, ha fatto un’inversione di 180 gradi e si è inventato degli inesistenti colloqui di pace per salvarsi dalle conseguenze catastrofiche che qualsiasi tentativo di mettere in atto la sua minaccia avrebbe comportato. Infatti dopo l’ultimatum le borse avevano subito una forte flessione e dopo l’invenzione trumpiana delle trattative di pace, l’indice S&P 500 ha invece guadagnato 240 punti. Così anche un possibile insider trading entra nell’equazione.

Ma intanto il danno è fatto: l’Economist ha fatto un calcolo dei tempi che ci vorranno per un ritorno alla normalità: se la pace fosse firmata subito lo scenario migliore, ma anche il più improbabile, è di quattro mesi:  “Anche se Donald Trump e l’Iran raggiungessero un accordo per cessare le ostilità domani, ci vorrebbero altri quattro mesi prima che i mercati riacquistino una parvenza di normalità. I ​​produttori di altri paesi non riescono ad aumentare la produzione abbastanza velocemente da recuperare le perdite passate. Il risultato è una riduzione di circa il 3% della produzione globale di petrolio prevista per quest’anno. Ogni mese in cui Ras Laffan rimane chiusa, il mondo perde circa 7 milioni di tonnellate di Gnl, quasi il 2% dell’offerta annua prevista. E la piena capacità, a causa degli ultimi attacchi, sarà inferiore a prima. Il risultato è che la produzione sarà inferiore del 4% rispetto alla domanda quest’anno, anche se il Qatar iniziasse a pompare tutto ciò che può oggi stesso. I mercati energetici dovranno convivere con le conseguenze della guerra fino all’inverno”. Si tratta tuttavia di stime molto ottimistiche, fatte peraltro dagli stessi che hanno soffiato sul fuoco della guerra, visto che i principali editori dell’ Economist sono i Rothschild.

Ma domani non sarà firmata alcuna pace che per Trump, dopo tutte le sue spacconate, rappresenterebbe comunque una sconfitta. Come si sa le trattative con l’Iran sono state un inganno per prendere tempo e preparare l’attacco, esattamente come è accaduto a suo tempo per l’Ucraina e ovviamente Teheran sa che una proposta del genere, senza garanzie, non sarebbe altro che il tentativo di permettere il rifornimento di missili – che in ogni caso scarseggiano, da parte delle difese israeliane e dei Paesi del Golfo. Di fatto oggi Usrael può attaccare, ma non difendersi, il che rende la situazione quanto mai pericolosa. Però è quasi impossibile dire che cosa accadrà perché la sensazione è che Trump non capisca bene di che cosa sta parlando. Basta attenersi alla cronologia del suo delirio bellico: 

  • Una settimana fa ha affermato che la guerra è “praticamente conclusa”. Allo stesso tempo, sta inviando forze di spedizione dei Marines dal Giappone e dalla California nel Golfo, apparentemente per uno sbarco via terra.
  • Venerdì ha dichiarato di non aver intenzione di inviare truppe di terra in Iran, ma ha aggiunto: “Se lo facessi, di certo non ve lo direi”.
  • Trump ha annunciato che la difesa aerea iraniana è stata “annientata al 100%” nella prima settimana di guerra, ma un F-35,  è stato abbattuto due giorni fa.
  • Ha ripetutamente affermato che l’esercito iraniano è “scomparso” e “completamente annientato”, ma droni e missili continuano a colpire obiettivi in ​​Israele e nella regione del Golfo con sempre maggiore efficacia.
    Da ieri, gli obiettivi si estendono fino alla base congiunta anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, considerata troppo lontana per essere raggiunta dai missili iraniani. 
  • Trump ha anche affermato che l’apertura dello Stretto di Hormuz è una “manovra semplice”, ma si rifiuta di inviare navi da guerra statunitensi per garantire il passaggio sicuro.
  • La cosa più scioccante è che ha chiesto persino alla Cina di di inviare la sua marina per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.

The Donad ha perso ogni contatto con la realtà e la razionalità: le navi cinesi possono transitare in sicurezza attraverso Hormuz; il petrolio iraniano continua ad affluire in Cina; e l’Iran ha annunciato che consentirà il libero passaggio degli scambi commerciali denominati in yuan. Ma da tutto questo emerge chiaramente una cosa, anche sulla base degli spostamenti di truppe che si stanno verificando: l’unico modo per uscirne è tentare un’operazione di terra per quanto sanguinosa e incerta possa essere. A questo punto Trump, in quanto comandante supremo, finirà per essere incontestato e forse riuscirebbe anche a superare indenne le elezioni di medio termine: in ogni caso è l’unica chance che gli rimane, e non gliene frega nulla di mandare il mondo a remengo.