I poveri di spirito e gli sconsiderati hanno questo di inquietante: non imparano mai e continuano a ripetere i medesimi errori perché non riescono proprio a comprendere il quadro generale e sono immersi in un loro solipsismo e narcisismo patologico che gli impedisce di rendersi conto della realtà circostante. Così, prima hanno pensato di poter piegare l’Iran uccidendone la guida suprema e gli alti comandi, poi, visto che non ci erano riusciti, hanno continuato su questa strada degli omicidi mirati, vedi Larjiani o con colpi a casaccio sulla popolazione civile, ma anche qui non hanno fatto altro che rafforzare la volontà di resistenza non solo del regime, ma dell’intera popolazione. Perciò hanno pensato che attaccare il più vasto giacimento di gas al mondo, quello di Sauth Pars, avrebbe avuto un effetto decisivo e invece gli iraniani hanno contrattaccato distruggendo gli impianti di liquefazione del gas in Qatar – e ci vorranno anni per ricostruirlo – due raffinerie di Kuwait, hanno centrato installazioni petrolifere in Bahrein ed Emirati, la raffineria Samref in Arabia Saudita e quella di Bazan in Israele. Cioè hanno creato più danni, anche di immagine, di quanti ne abbiano subiti.

Ci si chiede quando Trump e le lobby ebraiche che lo tengono per i suoi attempati pendenti impareranno qualcosa, ovvero che la ricerca della pace con la forza la puoi fare con i deboli, ma con i forti non funziona. E adesso mentre i prezzi dell’energia salgono tumultuosamente, il gatto e la volpe, quest’ultima non si sa se viva o morta, si trovano di fronte a un problema che non sanno risolvere, ovvero il fatto che l’Iran non smette di colpire e non ha alcuna intenzione di farlo fino a che non ci sarà un vero tavolo di pace. La censura israeliana lotta per bloccare la pubblicazione di qualsiasi informazione o video che mostri la reale portata dei danni inflitti dai missili di Teheran, ma le informazioni continuano a trapelare e il tentativo dell’Iran di indebolire le infrastrutture difensive ed economiche di Israele sembra avere successo. Gli omicidi di Khamenei e, più recentemente, di Ali Larijani, hanno rafforzato la determinazione dell’Iran a continuare ad attaccare obiettivi israeliani e statunitensi per il prossimo futuro: le speranze degli Stati Uniti di una rapida soluzione della guerra contro l’Iran si affievoliscono con ogni nuovo lancio di missili dal territorio iraniano, mentre infuria una carenza di energia che rischia di provocare un collasso dell’economia mondiale.

Solo quattro settimane fa Trump diceva altre cose. Durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione del 24 febbraio 2026 (appena quattro giorni prima di attaccare l’Iran), aveva rivendicato il calo dei prezzi dei carburanti come un risultato economico chiave della sua amministrazione. Li ha contrapposti ai prezzi più alti sotto Biden e li ha collegati alle sue politiche energetiche “America First”. Adesso la sua presidenza si va trasformando in un fallimento colossale, anche perché lo stesso Pentagono è ormai convinto che gli Usa non vinceranno mai. E di certo non saranno i 2200 marines della Marine Expeditionary Unit (Meu) a cambiare le cose. Non sono riusciti a vincere in Vietnam con 500 mila uomini, figurarsi in questo caso. Probabilmente quella della Meu è solo un diversivo per cercare di infiltrarsi altrove, ma anche se riuscissero ad isolare un sito, per esempio quello dove giace l’uranio arricchito, che – lo ripeto per l’ennesima volta, non è di grado militare e non servirebbe comunque a costruire un ordigno atomico – si tratterebbe di una missione costruita alla maniera ucraina: sbarcare da qualche parte e poi cantare vittoria, insomma un disperato appiglio per uscirne fuori. Ma con la sorveglianza satellitare russa e cinese non potrà comunque essere una sorpresa per gli iraniani e l’espediente si trasformerebbe in una missione suicida. Per gli uomini sacrificati e per Trump.