Non vorrei sbagliarmi, ma credo che nei prossimi giorni assisteremo a una calata di braghe del signor Trump, vedovo Epstein. La sua telefonata a Putin sembra proprio mirata a chiedere un qualche aiuto per liberarsi dalla trappola in cui si è cacciato e che diventa di giorno in giorno più evidente. Non solo non è riuscito a provocare – come Netanyahu e gli uomini della lobby sionista gli avevano fatto credere – un cambio di regime, ma adesso ha compreso che l’Iran mira a sloggiare gli Usa dal Medio Oriente il cui controllo è vitale per il dollaro e dunque per la posizione dell’America. La guerra che avrebbe dovuto essere lampo si è trasformata in un conflitto di logoramento nel quale gli Stati uniti e la sua élite politica hanno tutto da perdere. Certo causeranno morte e distruzione, ma altrettanto capiterà a Israele e non credo proprio che il Messia voglia tornare in queste condizioni, anche se per la verità avrebbe già a disposizione un asino e per il bue potrebbe pensarci l’Europa, anche se pensa di essere ancora un toro.

In un certo senso siamo a una svolta epocale perché si tratta di di sottrarre al dominio occidentale una vasta area che dalla seconda metà del XIX° secolo, in seguito al declino dell’impero ottomano, è diventato un territorio di saccheggio risultato prezioso, se non decisivo, con il passaggio dal carbone al petrolio. Le potenze imperialiste, al tempo Gran Bretagna e Francia, sostituite poi dagli Usa dopo la seconda guerra mondiale, hanno imposto governi fantoccio, dittature, monarchie di stampo feudale e hanno creato artificialmente interi Paesi. Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Oman, Yemen, Giordania, Libano, Siria e ovviamente Israele, sono il risultato di questo secolo e mezzo abbondante di dominio. E oggi senza gli Usa e i cagnolini europei impotenti, ma ringhianti e decisi a strappare almeno una ciotola di croccantini, tutto questo non reggerebbe molto a lungo. Attaccando le installazioni americane in quei Paesi, l’Iran sta dunque minando le fondamenta del dominio coloniale: non solo indebolisce la presenza militare statunitense, ma di conseguenza, gli stessi regimi fantoccio creati per sfruttare più comodamente le ricchezze mediorientali. In breve tempo l’Iran che è l’unico Paese storico dell’area, diventerebbe un punto di riferimento.

Siamo insomma a quello che potrebbe essere chiamato il momento Suez degli Usa. Com’è noto, almeno a chi è nato in anni in cui le nuove generazioni avevano consapevolezza che esisteva un passato e che prima di loro non c’erano solo i dinosauri, nel 1956 a seguito della nazionalizzazione del canale di Suez da parte di Nasser, Francia e Gran Bretagna, appoggiate da Israele, occuparono militarmente il canale e intendevano operare un cambio di regime in Egitto. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Eisenhower, si opposero a questa aggressione militare immotivata contro il più importante paese arabo e all’appropriazione della sua più importante  risorsa economica. Così, schierarono la potenza finanziaria americana contro i paesi europei invasori provocando enormi difficoltà alle loro economie tanto che la sterlina perse il suo status di divisa per gli scambi internazionali e di moneta per investimento. Naturalmente gli Usa agirono non perché avessero a cuore l’indipendenza dell’Egitto, ma per sostituirsi alle vecchie potenze coloniali e dominare in proprio Suez. Ora, sia pure in un contesto molto diverso, gli Stati Uniti rischiano la stessa cosa: essere espulsi dal Medio Oriente e danneggiare gravemente, se non irrimediabilmente, la posizione del dollaro. Così come l’occupazione del Canale fu il canto del cigno delle vecchie potenze coloniali, la grande armata raccolta attorno all’Iran potrebbe essere il tramonto dell’imperialismo statunitense.

Non so se a Washington abbiano colto questo Schwerpunkt, ovvero tale punto focale, ma la sensazione è che si stiano preparando a una marcia indietro, vista tra l’altro la quasi impossibilità di un’invasione dell’Iran e la volontà di Teheran di non cedere, anzi di continuare la guerra. E siccome la Russia, assieme alla Cina, è all’origine del progresso tecnologico mostrato dall’Iran, è gioco forza chiamare in causa le due super potenze e in particolare Putin per provare a risolvere la questione, in maniera che non sembri una sconfitta. Nei fatti l’Iran è grande più dell’intera Europa occidentale e ha una superficie 74 volte quella di Israele, oltre ad avere una popolazione 10 volte superiore per numero. Questo vuol dire che Teheran può ottenere gli stessi effetti lanciando solo una piccola frazione dei missili rispetto agli avversari che peraltro sono già in affanno con i rifornimenti di armi. Ma sia che Usisrael voglia continuare l’assalto, sia che intenda fare marcia indietro Trump è ormai politicamente fuori gioco: in un certo senso il cambio di regime lo ha ottenuto l’Iran.