Nei giorni scorsi mi è capitato di battezzare Kharg, l’isola che non c’è. E per una buona ragione: i preparativi per una sua conquista da parte di truppe americane non aprirà affatto lo stretto di Hormuz. Basta  prendere una semplice cartina per vedere che essa è situata a quasi 500 chilometri a nord dello stretto di Hormuz e una sua eventuale invasione, anche ammesso che riesca, servirà solo ad impedire il flusso di petrolio iraniano (l’isola è un importante terminal energetico) che il Segretario del Tesoro statunitense Bessent, ha tacitamente riconosciuto essere fondamentale per evitare che il prezzo dell’oro nero esploda, Quindi sfugge lo scopo di questa eventuale invasione che molti esperti militari giudicano suicida perché significherebbe esporre le truppe americane a un incessante bombardamento di missili, droni e colpi di cannone con perdite molto significative con un risultato zero. Può anche essere che l’obiettivo dichiarato ne nasconda un altro, ovvero lo sbarco sulle isole che sono proprio nello stretto, Qeshm, per esempio (vedi  l’immagine di apertura), ma anche in questo caso, pur riuscendo nell’impresa, nonostante la mancanza di armi pesanti, le capacità dell’Iran di bloccare Hormuz con le sue forze missilistiche, i suoi droni e la sua artiglieria rimarrebbero intatte.

Anzi si rischia di far precipitare definitivamente la situazione perché, il Consiglio di Difesa iraniano ha già detto come intende reagire: “Qualsiasi tentativo da parte del nemico di infiltrarsi nelle coste o nelle isole iraniane comporterà, naturalmente, secondo le normali procedure militari, il minamento di tutti i punti di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e lungo le coste con vari tipi di mine navali, comprese le mine galleggianti sganciabili dalle coste. In tal caso, praticamente l’intero Golfo Persico si troverebbe per lunghi in una situazione simile a quella dello Stretto di Hormuz e la responsabilità ricadrebbe sull’invasore.” Da ciò che si sa, Trump intenderebbe impiegare sia la Delta Force che il Seal Team 6, insieme a due battaglioni di Ranger e alla 1ª Brigata di combattimento dell’82ª Divisione aviotrasportata, per conquistare le isole. Ma poi che cosa ne potrebbe ricavare? Queste truppe diventerebbero facili bersagli e correranno il rischio di rimanere isolate dai rifornimenti. Se l’Iran dovesse disseminare una valanga di mine, l’unica opzione sarebbe il rifornimento aereo, il che probabilmente significherebbe che questi velivoli si troverebbero ad affrontare il fuoco incessante delle batterie costiere e dei sistemi di difesa aerea iraniani. Invece di aprire lo Stretto di Hormuz, l’azione militare statunitense  renderà praticamente impossibile l’ingresso e l’uscita di qualsiasi nave dal Golfo Persico. Per non dire che Teheran potrebbe distruggere altri impianti petroliferi oltre lo stretto.

Questo non  vuol dire solo petrolio e gas, ma anche mancanza di fertilizzanti per un tempo indeterminato e di acido solforico, vitale per le estrazioni minerarie di rame, uranio, nichel e altri elementi. Dagli Stati del Golfo ne arriva il 24% della produzione mondiale. Insomma un Armageddon economico, tanto più che già ora i prezzi dell’acido solforico è aumentato di circa il 500 per cento, trascinando con sé anche le quotazioni dei minerali più importanti. Le truppe mobilitate lasciano poche speranze riguardo al fatto che queste mosse siano puramente propagandistiche e il pericolo è che Trump trovatosi in trappola abbia deciso una tattica da muoia sansone con tutti i filistei. Oppure che come è accaduto con l’aggressione all’Iran che sarebbe dovuta durare due o , al massimo tre giorni, ci sia qualcuno che gli soffia nelle orecchie e ha tutto l’interesse a che gli Usa si impantanino in una guerra di lunga durata. Chi può avere interesse a questo scenario? In tutto il pianeta c’è un solo stato che potrebbe trarne beneficio ed è Israele, o meglio quell’accozzaglia di integralisti dementi che Netanyahu rappresenta.