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E il Presidente inaugurò il crollo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi vien fatto di chiedermi quando ha avuto inizio tutto questo, se c’è un giorno destinato alla damnatio memoriae, nel quale abbiamo cominciato a permettere che dal nostro vocabolario di popolo scomparissero tante parole: dignità, libertà, riscatto, lavoro, diritti, conquiste, garanzie, rispetto. Quando abbiamo consentito che un presidente del Consiglio, molto più sfrontatamente di tanti esempi illustri del passato, Gaspari, Ferrari Aggradi, Viglianesi, Tanassi, Prandini, molto più arrogantemente dei suoi padri putativi, Craxi, Berlusconi,  e senza essere additato al ludibrio e ancora di più al ridicolo, possa  a recarsi in zone del Paese affette da infame marginalità, condannate a miserie antiche e nuove, per percorrere una passerella da soubrette del varietà, “inaugurando” il viadotto sull’autostrada tra Catania e Palermo, “finalmente aperto al traffico”. Recatosi là a tagliare il fatidico nastro, riappeso, come era stato fatto già nel 1975,  sul tratto di strada mai franato e riaperto dopo i controlli di sicurezza, mentre quello clamorosamente crollato l’anno scorso per quella malattia del cemento fatta di corruzione, cattivi materiali, carenza di controlli di sicurezza, appalti opachi, continua ad essere chiuso, con la prospettiva “ottimistica” e remota di una nuova consacrazione nel 2018.

Si dirà che tanta insolente spudoratezza è particolarmente dedicata al Sud, dove il Pd o nemmeno si candida come a Cosenza, o presenta inveterati impresentabili, propaggine molesta cui è uso rinfacciare ritardi e indolenze, fucina di svariate mafie sulla cui attività di export di costumi e di marketing del brand all’operoso Nord o nella pingue Emilia all’ombra della carismatica figura di influenti ministri, si tace, come è avvolto da riserbo la rete di alleanze di una criminalità organizzata nata e allevata nel Mezzogiorno, con un ceto politico di tutte le latitudini. E siccome si tratta di leader, ministri, rappresentanti particolarmente infami e dediti all’accanimento voluttuoso sui più deboli, sarà anche così, ci sarà un piacere aggiuntivo nel prendere per i fondelli i terroni.

In realtà travalica i confini geografici e i muri virtuali su e giù del Po la pervicace attività di sfottere il popolo, di imbambolarlo di bugie, di ingannarlo con maquillage a coprire ferite e rughe, con ripetizione di cerimonie, come in questo caso, con  il camouflage per mascherare ritardi e voragini corruttive dell’Expo. O di raccontare che un referendum era costoso e inutile perché   cinque dei sei quesiti predisposti dalle regioni avevano trovato una risposta positiva da parte del governo, omettendo che se non si fosse manifestata una mobilitazione in grado di modificare l’agenda politica del governo, il misfatto ai danni di ambiente e sicurezza sarebbe stato compiuto. O di voler convertire un altro referendum, destinato a sancire il definitivo passaggio dalla democrazia all’oligarchia, in un plebiscito, un pronunciamento in suo favore e a sigillare, ponendo una artificiosa questione di “fiducia, l’egemonia dell’esecutivo e la cancellazione della rappresentanza e della partecipazione.

Perché è questo l’unico tipo di voto che gli interessa, avendo già  instaurato un regime di controllo totale e dall’alto, del partito e delle istituzioni, mortificando il sindacato, sferzando flebili opposizioni, ricattando il Parlamento, promuovendo una legge elettorale,   Porcellum o Italicum che sia, che consegna nelle sue mani di segretario del partito unico, la selezione dei candidati sulla base di un rapporto di fedeltà personale. Gli altri voti non li vuole e i pronunciamenti li viola con allegra e disinvolta slealtà, come nel caso del referendum sull’acqua grazie a emendamenti opportunamente presentati da parlamentari del Pd, che, abrogando l’articolo della legge,  rimasta per anni a sonnecchiare e che prevedeva modi e tempi per il ritorno alla gestione pubblica di ogni situazione territoriale oggi in mano ai privati,  accoglie lo “spirito” del Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015,  prefiggendosi  di garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati, ottenendo in una volta sola il risultato di fregarsene le parere della maggioranza del paese in merito all’inviolabilità di un bene comune che non deve e non può essere alienato, e di assestare un sonoro schiaffone all’idea stessa di democrazia.

Non so quando sia cominciato, non so quando qualcuno ha pensato di poterci sfidare così, non so quando gli abbiamo concesso di ridere di noi, non so quando gli abbiamo permesso di dimostrare con ogni suo gesto che siamo delle pecore, dei citrulli, delle vittime rassegnate. So però che se lo tolleriamo siamo correi.

 

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