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Nucleare: la banalizzazione del rischio

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Incantevole immagine del fiume Abukuma nei dintorni di Fukushima. Ci sarà ancora questo paesaggio?

Da circa 24 ore non sentiamo altro che rassicurazioni sulla centrale nucleare di Fukushima. Da altrettante ore sentiamo che il problema è risolto, salvo poi apprendere che c’ è sempre una nuova complicazione o una nuova incertezza. L’imperativo è quello di minimizzare, un gioco abbastanza facile visto che gli interessi politici e quelli economici convergono nell’attutire l’impatto mediatico.

Però l’incidente, almeno nella dinamica che si è presentata ci dice due cose, una sulla sicurezza della progettazione delle centrali e l’altra sull’ambiguità del battage pro nucleare che si è scatenato Italia.

La prima è che i guai non sono dovuti al terremoto in sé, ma allo spegnimento di emergenza del reattore e al malfunzionamento degli impianti destinati a raffreddare il nucleo. Vale a dire che hanno fallito proprio i sistemi di emergenza che peraltro dovrebbero essere progettazioni piuttosto convenzionali e che di solito non funzionano per ragioni ed errori banali.

Dunque esiste un rischio che è ben diverso da quello teorico e che riguarda il come, con quali materiali, con quali collaudi, con quali esperienze concrete e con quali finanziamenti venga concepita e costruita una centrale nucleare. Se questo è un problema per il Giappone dove la qualità del lavoro e delle progettazioni è eccellente, si può avere qualche fondato timore in più per le sorti del nucleare italiano, già dato in pasto al circuito affaristico. Quindi prima ancora di essere pro o contro il nucleare in sé, bisognerebbe essere pro o contro i metodi e le modalità con cui il governo ha dato il via a questa avventura.

Ma oltre a questo c’è anche da rilevare la banalizzazione del rischio che ieri sera è stato portato al paradosso da Chicco Testa, capo della lobby nucleare.  Con la sola scusante di avere la testa un po’ confusa, il non occulto persuasore ha fatto un esempio.. “ma guardate cosa è successo alle raffinerie che si sono incendiate” come se l’entità del rischio fosse il medesimo. Una volta domato l’incendio e bonificata l’area, l’incidente sarebbe risolto, ma se la centrale di Fukushima dovesse irradiare quantità notevoli di radiazioni (ammesso che questo non sia già avvenuto con la fuoriuscita controllata del vapore contaminato dai circuiti) tutto il territorio attorno sarebbe perduto per molti anni.

Non si tratta affatto dello stesso rischio: quello nucleare è peculiare, non paragonabile ad altri, anche se questo è ciò che ci si vorrebbe far credere. La ragione è ovvia: se il rischio di un incidente ad un impianto di raffinazione di carburante e quello in una centrale nucleare grosso modo si equivalgono, allora tanto vale. No, perché sono due cose molte diverse tra di loro.

Questo senza nemmeno tenere conto di eventi estremi. Ammesso che un evento estremo non lo sia già il nucleare di Silvio.

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