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Aggiungi un posto a tavola che c’è una cavolata in più – 2

Ripubblico questo post perché nel ritrarre la realtà dell’Unesco, mi sono dimenticato di citare uno dei fatti più curiosi del modus operandi di questo organismo. Lo troverete nel terzo capoverso.

Chissà di quale nefandezze ci dobbiamo essere macchiati in una vita precedente, per rinascere non formiche o armadilli, come probabilmente accade ai cattivissimi, ma italiani. Nessun orrore ci viene risparmiato, nemmeno quello del Colosseo illuminato con la bandiera per celebrare la grande vittoria della cucina italiana, l’unica – è stato detto dai festanti membri del governo e dagli chef annessi e connessi – ad essere diventata patrimonio universale dell’Unesco. Bè, signori miei è una balla: molto prima è toccato ai francesi, ai messicani, ai giapponesi, ai coreani per non dire poi delle tante singole specialità di altre cucine, tipo il couscous, il ceviche, il koshary egiziano o delle quasi sessanta città celebrate per la loro gastronomia tra le quali solo due italiane, Parma, che pure ci starebbe, però anche Bergamo. Ma sul serio? Dare retta a queste classifiche e inorgoglirsi per esse è un sintomo di frivolezza o quanto meno un atto di ingenuità: l’Unesco non rilascia patenti gratuite, ci sono gare in cui vince chi in qualche modo offre di più, esattamente come avviene per l’attribuzione delle olimpiadi o di altre manifestazioni sportive. E questo premio all’Italia era ampiamente scontato, tanto che già erano pronte le scritte per illuminare il Colosseo con i fasti della nostra cucina.

Certo in campo culinario le assegnazioni devono avere nomi diversi per non offendere nessuno, anche se tali denominazioni sono del tutto prive di senso, tipo quella del pasto tipico francese che non vuol dire un’amata minchia, né ha senso specificare, come accade per Messico e Corea, che si tratta di cucine tradizionali: se viene premiato il rapporto con la vita e l’identità di certe aree, necessariamente si deve trattare di un modo di trattare il cibo, ampiamente diffuso e dunque necessariamente derivante dalla tradizione. Sebbene ora gli chef stellati esultino (ma le stesse stelle non sono francesi?), il premio non è loro, anche se probabilmente alcuni si sono dati da fare per facilitare l’arrivo di questo medaglione su letto di patate. Anzi le loro cucine, sono spesso quanto di più lontano si possa immaginare dal cibo come cultura diffusa e incorporano i dettami della cucina alto borghese, nata in Francia nel tardo Settecento e poi scaduta con le pratiche grossolane e arzigogolate della gastronomia anglosassone che è la peggiore e la più povera del mondo. La cucina di un Paese non è certo quella dove chi può, va a spendere una cifra pari a un affitto, per assaggiare una serie di stuzzichini, abbastanza micragnosi da non permettere che il secondo boccone venga a noia e turbi l'”esperienza sensoriale”, come dicono i coglioni patinati. Come diceva Montalbán “non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”.

Ma l’Unesco campa alla grande inserendo come patrimonio dell’umanità qualsiasi cosa, seppure con una spiccata preferenza per ciò che ricade nel Washington consensus: come si può notare, rimanendo in ambito culinario, ci sono le cucine coreana e giapponese, ossia dei Paesi cani da guardia degli Usa nel Pacifico, ma non quella cinese che è di gran lunga la più ricca e varia o l’indiana, vale a dire tradizioni del cibo che appartengono a un terzo abbondante dell’ecumene umano. Per non dire, tanto per fare un esempio, che in tutto l’Occidente e oltre, ad esclusione della maggior parte dei Paesi asiatici, il modo di servire il cibo, cioè con una scansione sequenziali di piatti, primo secondo e dolce in Italia, è derivato dal cosiddetto servizio alla russa: prima i cibi venivano contemporaneamente in tavola. Oddio, mica saremo tutti putinisti senza saperlo? Ma, tanto per mettere in luce le segrete pulsioni dell’Unesco, basta dire che nel 2022, a guerra iniziata, questo organismo natiforme, proclamò patrimonio dell’umanità, il borsh ucraino. Ora questa minestra a base di barbabietole rosse, è diffusa in tutto l’Est europeo e particolarmente in Russia dove probabilmente è nato. Le origini non sono note, ma bisognava pure far qualcosa per celebrare i neonazisti ucraini e naturalmente tutti gli chef da ceffoni e da televisione, si sono buttati a dire che il borsh è ucraino ed è la migliore minestra dell’universo, sebbene fosse sempre stato considerato tipico della cucina russa. Così va il mondo e così va l’Unesco.

Una cosa è certa: questo organismo, al pari di molte altre ramificazioni dell’Onu che hanno via via subito un enorme degrado, trasformandosi di fatto in una longa manus di interessi privati che dire opachi è un eufemismo, non è un patrimonio dell’umanità o almeno di ciò che l’umanità dovrebbe essere. È invece una specie di consesso americaneggiante, che riflette il peggio di quella cultura. Per esempio la cucina italiana, ma anche quelle degli altri Paesi assurti a questi futili onori, viene considerata come patrimonio “immateriale”. Ma come, il cibo è la cosa più materiale che ci possa essere… ovvio che ogni prodotto umano, sia esso un monumento, un paesaggio antropico, un’opera d’arte, una tecnologia ha un lato materiale e uno culturale, mentale, spirituale, diciamo come più ci piace. O all’Unesco pensano che una cattedrale sia solo mattoni, pietra e marmo? Ma proprio l’alimentazione che è così correlata con la terra e con la vita è forse la meno immateriale che esista: di un monumento, di una città d’arte possiamo anche fare a meno, ma di mangiare proprio no.

Quindi consiglio al governo di esultare meno per queste sciocchezze e di cercare invece di mettere rimedio allo sfascio dell’agricoltura e dell’allevamento che la Ue sta portando avanti con scellerata determinazione. Finora abbiamo ubbidito ad ogni assurdità che ci viene da quelle parti senza fare quella resistenza che sarebbe necessaria e che consentirebbe di conservare una cucina patrimonio dell’umanità e non ritrovarci con il ragù di grilli e lombrichi nel menù. Come postilla vorrei aggiungere che, senza bisogno dell’Unesco, la cucina italiana ha sempre avuto grande fama. Nel Seicento, non mi ricordo più chi disse che l’Italia sarebbe stata grande quando alla spada si sarebbe sostituito lo spiedo. E questo è asseverato dalla quantità di ristoranti italiani sparsi per il mondo, benché scuociano regolarmente la pasta e facciano innominabili intrugli. Peccato che ora qualcuno ci suggerisca di usare spiedi e spiedini per minacciare una guerra che nessuno vuole. Ma si sa in cosa si trasforma il cibo dopo averlo mangiato. Non c’è niente da fare, vaghiamo sempre tra miseria e nobiltà.

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