Di cosa ci dobbiamo stupire? Che la Rai dia l’allarme sul fatto che il riscaldamento climatico può provocare l’attivazione dei vulcani islandesi o che il Washington Post si inventi di sana pianta una telefonata di Trump a Putin? No di certo, visto che da anni l’informazione occidentale non fa che confezionare menzogne come i commessi dei negozi sotto Natale: basta che la carta sia lucida e il fiocco fatto bene che non ha nessuna importanza cosa ci sia dentro. Solo che la prima affermazione è una stratosferica, ma innocua cazzata di un servizio pubblico infarcito di sedicenti esperti e altrettanto sedicenti giornalisti che campano nell’ecosistema politicante, mentre la seconda è un vero e proprio tentativo di condizionare il neo presidente.
La telefonata è certamente falsa non solo perché è stata recisamente smentita da Mosca, ma anche perché nel giorno e nell’ora della chiamata di fantasia, Putin era impegnato sul palco, negli incontri e nelle discussioni del Valdai Club e di certo non aveva tempo per discorsi al vertice o meglio non quelli con l’America che vuole essere padrona. Per confezionare questa storia, priva di fonti ci sono voluti tre giornalisti, ma uno di loro puzza come un pesce scaduto: si tratta di tale Ellen Nakashima che ha preso il premio Pulitzer per aver collaborato a quella integrale menzogna del Russiagate. Però è soprattutto il contenuto che non ha senso e che denuncia il tentativo di intorbidare le acque: Trump avrebbe avvisato Putin di non continuare con la sua offensiva in Ucraina e di tenere conto della “considerevole presenza militare di Washington in Europa.” Insomma una minaccia nemmeno tanto velata.
Ora è vero che il continente è infestato di basi militari a stelle e strisce, ma queste servono soprattutto a tenere sotto schiaffo gli europei e fare sì che la Nato sia di fatto il gestore politico del continente sotto il travestimento della Ue, mentre da un punto di vista operativo si tratta di poca cosa: 50 mila uomini di cui solo dai 5000 ai 7500, a seconda dei momenti, in grado di sostenere uno scontro con vere forze avversarie. Persino a una persona imprevedibile come Trump non sarebbe mai venuto in mente di costruire una minaccia su questa labile base e soprattutto non si sarebbe messo in una posizione di debolezza chiamando per primo lui. Ma altri, nascosti nei corridoio di Langley, e forse in vista di essere licenziati, potrebbero aver messo in piedi questo teatrino per dare in qualche modo forza all’idea di continuare la guerra in contrasto con l’apparente desiderio di Trump di porre fine alla guerra russo-ucraina o, in alternativa, di porre fine al coinvolgimento dell’America nel conflitto. E il Washington Post non nega loro l’occasione: dopotutto questo giornale aveva nel proprio comitato editoriale Robert Kagan, marito di Victoria Nuland ovvero l’organizzatrice del golpe di Maidan. Adesso si è dimesso dopo che Jeff Bezos ha deciso di non impegnare il quotidiano nel sostegno di Kamala.
Si tratta insomma di una guerriglia di retroguardia di cui vedremo numerosi esempi nei prossimi mesi, ma diciamo che questa storia della falsa telefonata a Putin anticipa tale scenario presentandoci una bugia e una serie di vecchi bugiardi: a cominciare dalla premiata Nakashima per le sue balle sul Russiagate, continuando con Kagan deluso per l’abbandono di Kamala da parte del suo giornale e alla moglie Nuland licenziata mesi fa dallo stesso Biden visto il fallimento totale dell’avventura ucraina, per finire con qualche gola profonda dei servizi che comincia a sentire uno sgradevole cambiamento di atmosfera. Giorno verrà che forse anche alla Rai capiranno che l’attività vulcanica è determinata dalle fratture all’interno della crosta terrestre e non dalla temperatura atmosferica e neanche dal ritiro dei ghiacci che peraltro è già finito da anni anche se i catastrofisti a pagamento fanno finta di non accorgersene: l’ultima a morire è la speranza.

