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I media sulla protesta, il fanatismo della banalità

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Buongiorno si vede dal mattino, a leggere il titolo di quello di Repubblica, a firma del suo direttore: Assalto squadrista al lavoro!

Al primo sguardo avrete immaginato una redenzione dell’Agenzia Stefani di Draghi,  che finalmente si accorge del disegno concorde degli alleati dell’esecutivo che garantiscono la governabilità e promuovono l’occupazione rendendo obbligatorio il greenpass, strumento a carattere sanitario si dice, anche per lavorare agilmente da casa, in attesa di imporlo anche i riottosi utenti, e stabilendo che gli assenti ingiustificati che non lo esibiscono, perdano il diritto non solo alla retribuzione ma anche al contributo previdenziale, oltre all’anzianità di servizio.

Macchè, lo sdegno è tutto rivolto alla “piazza nera” dei novax e neofascisti che – cito –in migliaia, autoconvocati per manifestare contro il Green Pass, hanno preso in ostaggio il centro di Roma, abbandonandosi a una guerriglia con le forze dell’ordine che ha preso d’assedio i palazzi delle istituzioni (Palazzo Chigi e Montecitorio) per poi rivolgersi verso il palazzo della Cgil dove dopo l’irruzione gli squadristi hanno devastato la sede nazionale del sindacato”.

E via con le analisi del sentire della marmaglia, quel “milieu di estrema destra, capi ultrà e risentimento che esplode e sconvolge l’agenda politica” che ha scelto come obiettivo della indegna gazzarra “la sede del più grande sindacato italiano” al quale tutte le autorità istituzionali hanno espresso solidarietà incondizionata.

Vagli a dire che il più grande sindacato italiano, maturato in pompiere,  si è digerito nell’ordine la cancellazione dell’articolo 18, circa una cinquantina di misure e provvedimenti per sostituire forme contrattuali a garanzia del posto e di dignitose remunerazioni, con vincoli anomali, precarietà e mobilità, la riforma Fornero, il Jobs Act, mettendosi carponi invece di sedersi al tavolo di trattative con il “padronato” privato o semi-pubblico dell’Ilva, dell’Electrolux, dell’Alitalia, Almaviva etc.. e scegliendo l’astratta latitanza per la condizione dei dipendenti della logistica, per i rider delle piattaforme, per gli uberizzati e gli amazonizzati che non fanno parte dei loro target, quelli che seguono in veste di consulenti assicurativi nel contesto del Welfare aziendale, diventato il loro core business.

I giornaloni hanno resistito a stento a chiamare la manifestazione di eir una “marcia su Roma”, ma per come vanno le cose può darsi che riservino il titolo all’apertura in occasione dello sciopero generale che viene già inteso come una espressione velenosa di irresponsabilità alla pari degli scioperi del marzo 2020 subito repressi con le richieste analoghe di sicurezza nel posto di lavoro e chiaramente “incompatibili” con un’emergenza che si protrae surrettiziamente, malgrado Draghi si ridiventato un re taumaturgo sentenziando che, grazie al suo tocco,  è ovvio,  “stiamo uscendo dalla pandemia”.

C’è sempre qualcuno che ha partecipato a fermenti precedenti, che ne so, del ’68, del ’77, che impartisce lezioni di bon ton insurrezionale ai neofiti, perché non ci sono più i servizi d’ordine di una volta.

Ed è vero, ma è anche vero che qualcuno che già allora stava dalla parte opposta ai lavoratori, agli studenti, alle donne, ha vinto la lotta di classe alla rovescia anche cancellando le regole della democrazia, imponendo regole di ordine pubblico che criminalizzano e penalizzano immigrati, straccioni e medicanti che offendono il decoro, manifestanti che, qualcuno perfino in divisa, hanno l’audacia di criticare l’operato dei governi, operai in lotta che non conoscono le buone maniere della diplomazia industriale, cittadini che si battono per la tutela del loro territorio, donne che pretendono che venga rispettato il diritto a scelte difficili che riguardano il loro corpo, e oggi quelli che con il loro corpo vedono minacciati tutti gli altri diritti diventati subalterni rispetto a quello alla “salute” secondo i paradigmi stabiliti della multinazionali del farmaco.

Da mesi gli spettatori in prima fila della Rai, di Mediaset, di Gedi, quelli che rivendicano il ruolo di essere l’unica opinione pubblica doc espressa a colpi di mi piace e faccette, prendono le distanze da quei fermenti dei margini che tanto dispiacciono agli articoli in svendita sugli scaffali del progressismo e riformismo, della ex sinistra più in doppiopetto del dimenticato Fini, che vuol rimuovere qualsiasi macchia di critica e opposizione al neoliberismo sul suo passato.

Secondo loro che da decenni il sabato stanno a casa o vanno a Fregene, non può avere credito né ascolto una piazza nella quale si presentano quelli di Casa Pound o di Forza Nuova occupando gli  spazi che loro hanno scelto di lasciare vuoti, anche quando a manifestare è gente che vede minacciato il posto di lavoro, l’istruzione, oltre a normali riti della socialità, diventati lussi e privilegi elargiti agli obbedienti.

Sono gli stessi che recriminano e esigono misure disciplinari severissime per la poliziotta dissenziente, perché le forze dell’ordine, anche quelle che sono costrette al rancio per strada o alla sospensione della paga se non si vaccinano,  devono rispettare il ruolo di esecutori di comandi senza interrogarsi sul giusto e l’ingiusto, anche quando sono incaricati di sciogliere le inopportune espressioni di critica di figli, mogli, fratelli, anche quando hanno di fronte gente che prende un salario insicuro più basso del loro, alla faccia di Pasolini, anche quando la loro fedeltà nei secoli si configura come banalità del male che rende impossibile discernere tra bene e male, ottundendo la capacità di giudizio.

Si sa che anche l’uso o la condanna della violenza devono uniformarsi a criteri precisi e disuguali, così come la repressione e la censura, ormai legittimate se scendono dall’alto a garanzia di una sicurezza che prevede la tutela di status, rendite, posizioni di potere, privilegi meritati e la discriminazione feroce per chi sceglie la condizione di marginale, di disertore, di eretico, deriso perché teme l’ago salvifico sopportando per scelta libera e morale la pena di perdere il lavoro, lo studio, il godimento di beni comuni, relazioni affettive.

Quindi sembra sospetto solo ai soliti complottisti che cariche e lacrimogeni scattino come misura finale e a scopo altamente propagandistico, dopo che una sovrana indifferenza ha omesso di controllare e impedire il non breve itinerario degli energumeni che avevano in animo l’incursione contro la Cgil. O che abbia l’onore delle cronache solo questo particolare incidente nella breve storia dell’opposizione allo stato di eccezione e del suo simbolo cartaceo o virtuale, mentre è stata stesa una cortina di silenzio sui sabati italiani che si sono succeduti e sulla ordinata e popolosa manifestazione di Piazza San Giovanni.

Si tratta dello stesso silenzio complice che segue il susseguirsi di crimini e misfatti dei quali siamo oggetto, commessi contro il lavoro, l’istruzione  e l’università talmente impoverite di risorse, talenti e sapere da dover essere sostituite da imprese private competitive, il territorio oggetto di negoziati commerciali, speculazioni e oltraggi, contro la libertà di espressione, contro la possibilità sancita dalla Costituzione di comportarsi secondo il proprio arbitrio, segno inequivocabile che stiamo cedendo a un fascismo che è riuscito a creare un amalgama  tossico di antifascismo di facciata con gli stereotipi della destra di tradizione e quella più moderna, concordi associati di un totalitarismo che la cronaca e forse nemmeno la storia o l’Europarlamento condanneranno.

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