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Italia a pezzi e Bocconi, ma Monti chi l’aveva mai visto?

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci rendono edotti, quotidiani e televisioni, che il Presidente del Consiglio si è recato oggi alla Bocconi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ci teneva, dicono, a una visita pastorale al suo ateneo – gli atenei gli sono più cari di Atene, si sa – anche per additare al mondo l’esempio di una università intoccata dalle bizze delle teste calde, meritevoli di essere rotte, e inviolata dalla critica dove, da rettore, avrebbe desiderato probabilmente inalberare il fatidico cartello “qui si lavora, non si fa politica”.
E siccome alla Bocconi ci sono i loro figli e i figli dei loro amici, abbiamo la certezza che là non allignino la pericolosa libera espressione e lo sfrontato libero pensiero né tantomeno il pensiero tout court. Lo si intuisce guardando le edificanti immagini degli entusiasti studenti, aspiranti a un remake dell’attimo fuggente con Monti nelle vesti del capitano mio capitano.

Consola pensare che se loro mandano i loro figli nelle università private perché non vogliono che stiano in aula con i nostri figli, noi li mandiamo nelle università pubbliche perché non debbano stare con i figli di Monti e Draghi. Si, perché si è esibito in una delle sue ineffabili acrobazie, anche l’altro componente del tandem degli austeri, lo scisso Draghi, che quando parla dai microfoni della Bce obietta sui limiti del rigore e quando torna al paesello, invece, approva incondizionatamente l’azione del governo, ubbidiente alla teocrazia del mercato e alla liturgia del rigore.

Con la Bocconi nel cuore i due considerano una missione la perseveranza nell’errore e una vocazione, da seguire tenacemente, lo sconfinamento in quell’aberrazione che è l’austerità, nella quale i conti tornano si, ma barando.
Si sarà meglio che non mandiamo i nostri figli in una università nella quale uno dei teorici di riferimento è Reagan. Ricordate? quello che diceva: «Affama la bestia», lo slogan con cui aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le nefaste conseguenze. Quello per il quale la «bestia» era lo stato che , diceva «non è la soluzione ma il problema». Per lui e per Draghi, Monti, i loro padroni e il loro governo, la bestia da affamare è in realtà la democrazia, l’autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. E per affamarla aspirano a mettere tutto in mano ai privati, che si approprino così delle funzioni di governo e le gestiscano in base alle leggi del profitto, la divinità che sovrintende a tutto, che ispira la loro ideologia e le teorie con le quali si trastullano i boy o i toy della loro università.
Si Monti ama la Bocconi. Ma forse avrebbe amato di più i corsi di Nettuno.

Proprio stamattina la giuliva trasmissione Caterpillar, apriva il suo studio alle telefonate di bocconiani di ieri e di oggi, per una rilevazione da “addetti ai lavori” sull’operato del governo Monti. I tre ineffabili conduttori – la new entry risplende per la stessa festosa inconsapevolezza di sé e del mondo dell’augusta predecessora assurta al CdA della Rai – dopo aver citato i dati sulle performance del governo, non riuscendo a trovarne di favorevoli nemmeno sul Sole 24 Ore, hanno ripiegato sul parterre dei fan. Uno dei quali non è stato tempestivamente censurato, però. Eh si, perché alla domanda “lei ha studiato alla Bocconi e quando?”, l’interlocutore ha risposto : “si nei primi anni ’90 e proprio con Monti” e loro: “e Monti com’era come professore?” e lui candidamente: “non so, non l’ho mica mai visto”.
Si, la diagnosi di autismo che il Simplicissimus ha formulato in tempi non sospetti per il professor Monti è confermata. Alla Bocconi avrebbe preferito le lezioni di Nettuno, davanti a una telecamera fissa mentre l’operatore sonnecchia. O, meglio ancora, da tecnico, le lezioni per corrispondenza di Radio Elettra. In tandem anche stavolta, magari con Bossi.

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