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E il Cavaliere monta a cavillo

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Che barba, che noia. Ormai anche prenderci non dà più quella soddisfazione da giocatore, è come indovinare una carta segnata, un dado truccato. Che il sistema politico con le sue larghe intese e le sue larghe poltrone non fosse seriamente intenzionato a privarsi di Berlusconi, che si sarebbe cercato di menare l’osso il più a lungo possibile in attesa di qualche soluzione a un esito imprevisto della sentenza di Cassazione, risulta abbastanza chiaro fin dal messaggio presidenziale di agosto: il resto è una nobile gara a non restare con il cerino in mano e rendersi così protagonisti della salvezza del tycoon.

Con il ritorno a Forza Italia il cavaliere ha sterilizzato anche il tentativo di estrapolare Alfano e alcune vecchie cariatidi dal Pdl per tentare una maggioranza di emergenza, per cui la melina comincia ad assumere aspetti grotteschi: la vicenda della scelta tra voto palese o segreto rischia di rinviare il giudizio in aula a data da destinarsi, mentre i giurecobsulti berlusconiani tentano di azzerare la situazione con il solito giochetto paragiuridico: le motivazioni della sentenza attribuirebbero un carattere di “sanzione amministrativa” all’incandidabilità del Cavaliere ed è ovvio che nessuna sanzione amministrativa può essere retroattiva.

Disgraziatamente le motivazioni non dicono affatto questo, anzi, l’esatto contrario, ma la corrispondenza alla realtà è l’ultimo dei pensieri degli uomini di Silvio, l’importante è guadagnare tempo. Fatto sta che in mezzo a questi sussurri e grida sembra che anche il Pd non abbia fretta: ha infatti bocciato la mozione dei cinque stelle per arrivare al voto in aula entro una data definita (era stato proposto il 5 novembre) così da immettere tutta la vicenda sui binari del rinvio indefinito che è poi sembra essere la principale strategia per il partito, se non l’unica possibile. Di certo non vuole rischiare una caduta del governo, ma nemmeno può dare la sensazione al proprio elettorato di voler salvare il Cavaliere e d’altronde andando al voto segreto in aula rischia di dar mano libera ai franchi tiratori e di farsi un bel po’ di male, tanto per cambiare.

Così alla fine l’attendismo risulta la strategia più opportuna e razionale: se si riesce ad andare oltre il 15 novembre c’è tutta la questione della legge di stabilità da affrontare e poi c’è Natale, insomma si guadagna tempo  aspettando una qualche mossa del Quirinale, o qualcosa che costringa a mettere la questione in secondo piano, ma soprattutto che a togliere il seggio a Berlusconi intervenga l’interdizione dai pubblici uffici. La decadenza che il Senato dovrebbe votare si riferisce infatti ai quattro anni di condanna per i quali la legge Severino stabilisce la perdita della poltrona, ma non ha collegamento con l’interdizione dai pubblici uffici in vista della quale il Senato dovrebbe tornare a decidere sulle sorti del tycoon. E chiaro che in quest’ultimo caso l’assemblea non sarebbe che l’esecutrice di una sentenza, piuttosto che la protagonista di primo piano, ma in ogni caso la manfrina prenderebbe qualche mese. Adelante, ma con juicio, insomma. In tempo per non arrivare mai. O alle elezioni senza il peso di una decisione.

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