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Alfano alla Giustizia e il Pd al banco dei pegni

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Adesso che abbiamo l’Ncd di Alfano, il nuovo Centodestra degli ex manutengoli del Cavaliere, potrebbe sembrare che la stabilità sia più garantita e che sia anche più scontata la decadenza di Berlusconi da senatore: la stampella rende il governicchio di Letta autonomo rispetto ai ricatti e alle bizze del  condannato. Certo il prezzo è alto: rinviare il più possibile le elezioni che per i fuoriusciti del Pdl, da sempre odiosi all’elettorato del Pd e oggi anche a quello di destra, sarebbero come l’aglio per i vampiri e innalzare qualcuno dei “traditori” alla dignità ministeriale. Pare ormai quasi certo che Alfano, proprio quello dell’omonimo lodo, vada alla Giustizia al posto di una Cancellieri troppo compromessa non tanto dalle sue “operazioni umanitarie”quanto dalla necessità di sistemare al meglio possibile l’uomo senza quid, il Cassio della situazione. Paradossalmente sono Napolitano e il Pd che spingono per dare una ricompensa ad Angelino, mentre Berlusconi ha fatto sapere di preferire Vietti.

Però la questione è molto più complessa. Infatti l’appena rinata Forza Italia andrà all’opposizione solo e soltanto se il Cavaliere venisse dichiarato decaduto e qui non è questione di numeri in Parlamento, ma di prospettive politiche (o meglio politicanti) perché se i forzisti passano all’opposizione tutti i nuovi inutili e devastanti massacri su cui Bruxelles non transige, sarebbero a carico solo del Pd e della sparuta pattuglia di alfani, schifani, cicchitti e magari a breve anche Fini, mentre gli altri avrebbero le mani libere per raccogliere la rabbia popolare. Non vorrei essere nei dirigenti del Pd alle prossime elezioni o in quelle degli auto esodati pidielini la cui unica risorsa sarebbe quella di avere un rapporto molto ambiguo con l’ex padrone. Dunque esattamente come due settimane fa, anzi forse ancora di più, la questione è tutt’altro che scontata perché una decadenza del condannato continuerebbe ad essere fonte di fibrillazione.

Ma allora ci si può chiedere a cosa sia servita tutta la tessitura del Quirinale e del Nipote per mettere in sicurezza il governo, raccogliendo un pugno di scilipoti di ritorno, se poi non scioglie il nodo della decadenza. E qui credo che si possa plausibilmente sostenere che l’operazione Alfano non serva più di tanto a sottrarre l’esecutivo alle intemperie del Berlusconi furente e alle conseguenze di una eventuale decadenza, quando a costruire le premesse concrete della neo Dc. In questo senso gli interessi di Letta e quelli del Pd cominciano a divergere, visto che il premier, insidiato mediaticamente da Renzi, incapace di un’azione di governo minimamente incisiva, consapevole della crisi in cui è entrato il bipolarismo, è probabilmente più attratto dalla possibilità di diventare il leader di una nuova formazione centrista e democrista, rubando margherita e ampi dintorni al Pd, i trasfughi del Pdl destinati ad aumentare di numero, con contorno di Casini, frattaglie di Monti, fritti di gruppo misto. Un’operazione che trova ispiratori, sostenitori e finanziatori dentro e fuori del Paese presso i potentati e i circoli interessati a mantenere lo statu quo e l’Italia nell’ovile del massacro sociale.Di certo Letta può offrire ampie garanzie di essere abbastanza glabro di idee da costituire un sicuro baluardo contro qualsiasi soluzione originale e intelligente.

Le conseguenze potrebbero essere devastanti: un ritorno di fiamma per Berlusconi e una catastrofe elettorale per un Pd grottescamente paralizzato nel culto di Napolitano, tanto da spingere il prode Fassina a difendere la poltrona della Cancellieri con l’argomento che “non si può votare una mozione del M5S”. Si vede che glielo ha ordinato il medico. Si proprio una catastrofe, una consegna del partito al banco dei pegni, ma non per un Letta messosi in proprio che potrebbe diventare l’ago della bilancia e man mano mangiarsi ciò che resta dei democratici e di un ceto politico la cui bussola indica ormai solo la permanenza al potere.

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