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Pubblicità regresso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A me la pubblicità piace, tanto che a volte mi inquieto quando un brutto film interrompe l’emozione di un bello spot. In casa mia da bambina niente Carosello: la Tv faceva diventare cretini.
Ma mi sono pasciuta di “sono buoni sono tanti tortellini Fioravanti”, so che sono “milioni di milioni le stelle di Negroni”, odiavo quella squinzia wasp che voleva mortificare Olivella e per tutta la vita – ma per fortuna poi è arrivato – ho aspettato uno “spavaldo” coi baffi che mi dicesse: sei già mia chiudi il gas e vieni via.
Ultimamente però ho motivo di dolermi, e non solo per l’appropriazione indebita e inopportuna della  sinfonia concertante K 364 di Mozart, che fa la rèclame per Air France al mezzo di trasporto più inquinante e rumoroso.

È che se potere e lusso come diceva l’Avvocato, che di questo argomento se ne intendeva, passa attraverso i “trasporti”, è davvero significativo che di questi tempi l’immagine simbolica di una libertà legata al possesso, alla ricchezza, all’arroganza siano le auto veloci, accessoriate, potenti, gagliarde e gradasse. E magari quelle della stessa azienda che ha assunto la leadership della rinuncia proprio alla libertà e ai diritti e alla dignità che ne dipendono, in nome di una presunta necessità e di una modernità mistificata.

A me, salvo quelli russi, i futuristi piacciono poco: penso che uccidere il chiaro di luna sia una sciocca spacconata. Il simultaneismo poi è stato abusato da una classe dirigente abituata a un finto dinamismo per nascondere incapacità e impotenza. Non mi convincono le folgorazioni e i ravvedimenti del Fli. E quell’ideale di un domani all’insegna della velocità dissennata dissipata e sopraffattrice, che travolge con movimento e l’azione lumi e pensiero, mi pare sconfini sempre nei territori cari all’attivismo degli uomini della provvidenza, politici o imprenditori o tutti e due.

I persuasori occulti sono ormai diventati espliciti e perentori a conferma delle profezie di Adorno: la pubblicità come tutti i mezzi di comunicazione di massa ha l’incarico di diffondere un’immagine del mondo accettabile da tutti, di sviluppare linguaggi uniformi e standardizzati che vadano bene per tutti e che contribuiscano a un conformismo generale allo scopo di integrare l’individuo nel sistema di dominio esistente. E siccome è bella, ambigua, patinata, la pubblicità è il più sofisticato strumento di seduzione, di manipolazione e di addomesticamento degli individui.

Ma qualcosa ha oltrepassato questa visione, o meglio, l’ha perfezionata. Non ricordo più in che film forse di Ferreri qualcuno imprecava: la pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Io credo invece che questo fascismo moderno, per certi versi più immateriale, come si addice al primato della finanziarizzazione e della mediatizzazione, abbia esaltato il contenuto “pubblico” della pubblicità, ne abbia fatto la sua vera forma di comunicazione, elettorale e non, di informazione e di proposizione di modelli esistenziali e culturali. Si governa con gli strumenti del consenso e del consumo, più e meglio di Goebbels, così si evita il visibile spargimento di sangue, ma non si limita il ricorso alla violenza.

La pubblicità ha perso identità autonoma e carisma, è uno strumento manovrato per condizionare: la stampa che ne è ricattata, il gioco, avvilendo la sua componente infantile e innocente, la cultura che ha bisogno del’enfasi del successo, delle “vendite” con annesse graduatorie e dell’auditel. Domina e possiede il nostro immaginario: il vero uomo non deve chiedere mai, fa più sesso chi guida un’Alfa, è più maschio chi beve un rhum da locale malfamato e più femmina chi si irrora di Chanel. Ma così è sempre stato e lo prevedeva anche Kant . Che più profetico di Adorno aveva peraltro compreso che proporre certe narrazioni della realtà, certi segmenti del potere, rivelati e mostrati come scorci di vita sui quali uniformare la nostra esistenza, era un modo per occultare altro, per deviare dal nucleo crudele e spesso criminale della tirannide.

Un potere che agisce in nome e per conto del denaro e dei suoi prodotti intangibili, volatili, inavvicinabili e menzogneri, occupa il nostro immaginario con le sue promesse, lusinghiere, rapide, incostanti e effimere.
Si la Giulietta è fatta della materia dei sogni, con buona pace del Bardo. Ma purtroppo i loro sogni sono i nostri incubi.

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