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La disubbidienza pelosa di Confindustria

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Confindustria si dice sconcertata delle misure antievasione contenute nella manovra di ultima generazione ma immaginiamo non definitiva… secondo Camus “è con la perdita della pazienza che comincia un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato”.

La cerchia degli indignati si allarga: dopo le manifestazioni con corteo e le esternazioni risentite, mi aspetto la disubbidienza. Certo quella fiscale non è uno novità. Nemmeno l’estensione dimostrativa da leggi troppo restrittive per essere applicate. Per non parlare delle regole e della vigilanza in materia di sicurezza e ambiente, tutti fastidiosi ostacoli alla libera iniziativa. Per non parlare della lealtà al paese, dalla quale trasgredire in nome dell’agire globale, piantando bandierine sulla carta geografica possibilmente in paradisi fiscali o in quelli dell’irrisione di diritti e conquiste dei lavoratori non solo nostrani.

Chissà come immagina di disubbidire la Marcegaglia, astenendosi dalla lacca o dal fondo tinta unici baluardi di femminilità in un cuore arido e in una mente avida di qualsiasi genere siano. E che peraltro condivide, lacca fondo tinta e non solo, anche col premier. Magari come pare succeda disubbidirà semplicemente cambiando padrone di riferimento anche se quel mollacchione di Montezemolo con quelle sue trovate esotiche non ha il suo gradimento. A lei, a questi industriali dimissionari dal loro ruolo di motori del loro profitto ma anche della crescita intorno, capaci solo di fare i rentier, appagati dal movimento virtuale di bond derivati prodotti finanziari volatili e volubili, capaci solo di accumulare e inetti nella circolazione di beni e benefici, a loro piacerebbe un uomo davvero forte, autoritario, dirigista ma comprensivo dei loro bisogni, indulgente per i loro capricci, più dedito all’interesse comune, il loro, si intende. La loro critica alla casta è di chi ne vorrebbe un allargamento ibrido, in modo da comprendervi tutta questa sedicente classe dirigente che ci sta dirigendo speditamente alla rovina, la casta delle caste.

È probabile che Confindustria si sia compiaciuta della sua tardiva ribellione al padrone in disgrazia. E probabilmente nemmeno per loro l’ubbidienza è una virtù, se per ubbidienza si intendesse ossequio consapevole a una morale di cui si riconosce il valore, anche quando si incarna in regole e perfino in un’autorità e addirittura in una gerarchia. Comodamente asserragliati dentro un sistema asociale, nella deriva del concetto stesso di responsabilità pubblica e di responsabilità privata nei confronti della collettività, ormai liberati dagli obblighi della coesione sociale, del rispetto di regole e istituzioni, perfettamente accomodati nello spirito del tempo fatto di tolleranza dell’illegalità e di intolleranza dei nostri diritti hanno scelto di venir meno ad ogni patto con il paese.

La loro disubbidienza era già incivile, sopraffattrice e maleducata, schivavano tasse e leggi, non stavano in fila allo sportello, parcheggiavano nei posti degli invalidi. Ora è anche violenta, perché sentono rovinare il terreno sotto di loro.
E allora è il momento che disubbidiamo noi, alle loro misure, alla loro pubblicità, alle loro offerte, alla loro benevolenza, ai loro prodotti, alle loro banche, ai loro giornali, al loro lavoro. Per riprenderci il nostro e le sue conquiste e i suoi valori e i suoi diritti. Anche con lo sciopero, che è la disubbidienza che si paga cara di chi ha a cuore la pulizia, l’onestà, la giustizia, la bellezza.

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