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La Patria in armi

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In Afganistan stiamo facendo “un lavoro fantastico”, parola del generale Petraeus. Cosa voglia dire vista la situazione, non si sa bene, ma ogni volta che muore un nostro soldato, sappiamo che dopo 24 ore arriverà dal comando americano la medesima considerazione: lavoro fantastico, eccellente, buono. Evidentemente c’è un software che cambia l’aggettivazione, ma gli americani sanno come siamo sensibili alle lodi, come i cagnolini alle carezze.

Del resto la destra è esaltata dal fatto che non si tratti di una missione di pace, ma di una vera e propria guerra, basta sentire le parole di Alemanno nella commemorazione dell’ultima vittima e che sembra tratta pari pari da qualche cartiglio del ventennio “Un soldato di Roma che scelse con tenacia e determinazione di servire la patria in armi e che ben dimostra quello che valgono le nuove generazioni della nostra città.”

Fiumare di retorica da quattro soldi, del resto adeguate allo spessore dell’individuo che nemmeno si è accorto che in quel “servire la patria in armi” è del tutto assente il senso di una missione di pace.

Chissà quando potremo cominciare a commemorare che si è servito della patria, per fare gli affaracci suoi. Compreso la soddisfazione dello squallido narcisismo militaresco degli Alemanno e dei La Russa.

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