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Gran varietà ad Hong Kong

FTM-MAO-Marionette-037-1024x682Sono ormai 70 anni che ci provano in ogni modo, da quando il cocchino anglo occidentale Chiang Kai Shek, pessima traslitterazione di Jiǎng Jièshí , fu travolto da Mao e dalla rivoluzione comunista costringendolo a rifugiarsi a Taiwan: destabilizzare la Cina, metterle i bastoni e renderla permeabile è da sempre il  sogno di Washington. All’inizio ci hanno provato con il Tibet, abitato in stragrande maggioranza da cinesi, creando il mito del Dalai Lama, esponente di una setta buddista quanto mai minoritaria, spingendolo a fare da papa giallo e addossandogli il compito di essere rappresentante di una sorta di fantomatica democrazia tibetana la cui costituzione sarebbe custodita in una località segreta in India. Sembra una storia all’Indiana Jones e in effetti in queste american things non manca mai un elemento infantile, ma se per caso si ha la costanza di andarla a scovare questa costituzione democratica si rimane basiti perché si vede che è la magna charta di una teocrazia assoluta dove i monaci hanno tutto il potere, qualcosa che fa sembrare il Vaticano una specie di comune anarchica e Pechino l’agorà di Atene.

Ma di certo ha poca  importanza, nessuno andrà mai a ficcare davvero il naso in queste cose e si accontenterà delle suggestioni precotte dell’informazione. Ma ciò che non viene detto è che tutte le ribellioni che si susseguirono dalla seconda metà degli anni 50 in poi, furono sempre e solo  inscenate dai monaci, mentre la popolazione. taglieggiata dai monasteri,  era assolutamente avversa a questi fanatismi il cui scopo era ritardare le grandi infrastrutture progettate da Pechino. Piano piano tutto si è smorzato per inconsistenza, lasciando il compito di dare un senso al Dalai Lama a qualche babbeo di Hollywood. Poi ci si provò infiltrandosi e appoggiando alcune fazioni minoritarie del partito comunista facendo di piazza Tienanmen un simbolo totalmente privo di un qualche contenuto, visto che lì non solo non ci furono le stragi propalate dalla stampa con notizie la cui origine truffaldina è ormai nota grazie a Wikileaks, ma non si scontrarono nemmeno una visione comunista e una occidentale, bensì due diverse visioni interne al partito comunista. Nel frattempo ci si provò col Xinjiang , la grande regione ad ovest del Paese, poi ancora più recentemente con gli Uiguri, popolazione musulmana  e la loro presunta repressione. Qui si è dovuto lavorare molto di fantasia, inventandosi campi di concentramento con numeri ogni volta diversi e più grandi e con bestialità di tenore diciamo così culturale, nel senso primitivo cui Washington ci ha abituato, che tuttavia non hanno alcuna pezza d’appoggio, sono solo chiacchiere senza mai  uno straccio di prova, messe in giro da Radio free Asia della Cia per tentare di impedire lo sviluppo della regione, ai confini col Pakistan. Basti pensare che la zona , grazie a i suoi straordinari paesaggi, ha vissuto uno sviluppo turistico gigantesco, con oltre 150 milioni di presenze l’anno e relative infrastrutture. E’ chiara la distanza stratosferica fra resistenze tribali, già assolutamente residuali fra gli stessi Uiguri e le corbellerie occidentali.

E adesso ci si gioca la carta Hong Kong, dopo che non si è riusciti a piegare Pechino con le minacce e le guerre commerciali. Qui nono presenti tutti consueti strumenti narrativi utilizzati dell’arancionismo, ma fra tutte le operazioni “cinesi” è l’unica che abbia una qualche verosimiglianza col mondo reale perché i disordini fomentati ad arte hanno almeno due motivi di attecchimento tra parte della popolazione: la prima, più ovvia, è che esiste una consistente area di manovra del malaffare che grazie ai trattati di estradizione praticamente blindati, salvo che con Snowden, si è rifugiata nel “porto profumato” e dispone di ingenti capitali per poter creare le condizioni necessarie ai propri traffici. La seconda sociologicamente più importante è che fino ad ora gli abitanti di Hong Kong si sono sentiti dei privilegiati riuscendo anche a succhiare risorse dal continente, ma ora questo vantaggio si è praticamente azzerato: gli abitanti delle grandi città industriali cinesi sono ricchi come loro e soprattutto non hanno più bisogno della mediazione di Hong Kong. Di qui il malessere che può essere sfruttato per creare rivolte che apparentemente sono in nome della libertà, ma che in realtà costituiscono un estremo tentativo di ritorno alla colonizzazione e dunque alla schiavitù.

Questo insieme di cose e di persone, che comunque costituiscono una assoluta minoranza ha trovato anche spazio grazie alla moderatissima reazione di Pechino che non ha reagito come i Paesi occidentali, ovvero con la repressione militare di fronte alle contestazioni: non ci sono stati 11 morti , 2500 feriti e alcune decine di persone  rese cieche,  come nella Francia macronista terrorizzata dal popolo. Ha piuttosto sollecitato contro manifestazioni, di cui però nulla si sa grazie all’opera dei media occidentali, sempre così fedeli al potere che li fa vivere. Ma chiaramente alla fine tutto si esaurirà perché la base sulla quale fa presa è ogni giorno più ristretta e nella migliore delle ipotesi qualche delinquente come il nazifascista e truffatore Alexei Navalny, verrà insignito della dignità di capo di un’opposizione inesistente e comprata a  piè di lista.

 

 

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Carovita, l’Iran delle fiction made in Usa

Iran ProtestL’avete letta in tuti i giornali e su migliaia di siti web, l’avete sentita ad ogni telegiornale e notiziario radio come se fosse un responsorio o un amen in una messa cantata: carovita. E’ la parola magica, assieme a corruzione, che la disinformazione occidentale utilizza per rendere conto dei tumulti in Iran. Davvero un peccato che nessuno e dico proprio nessuno si sia dato la pena di spiegare in  che cosa consista e di quale livello sia questo aumento dei prezzi  che peraltro pochi anni fa è stato presentato in Europa come benefico poiché era anti deflazionistico. Nè ci hanno spiegato di quale corruzione si tratti.  In realtà con carovita si intende un lieve aumento del prezzo delle uova. Mentre per il resto disoccupazione (ai livelli italiani peraltro) e difficoltà non vengono mai messe in relazione all’embargo che non è ancora finito nonostante trattati e promesse.

Purtroppo – lo dico come consiglio – il sistema informativo occidentale fa di tutto per mettere in luce il fondo di malafede nel quale agisce e al quale è costretto dalla geopolitica dei suoi padroni, utilizzando parole d’ordine che non spiega e che non è in grado di spiegare. Se poi ci si mette che le manifestazioni, seguite per la verità da contro manifestazioni enormemente superiori di numero in appoggio al governo, sono state promosse da Avaaz e Human Right Watch ossia dagli operatori di influenza americana con l’appoggio dell’ ambiguo centro terroristico mujaeddin Mko tenuto in vita fin dall’era di Khomeini e sempre a fianco dell’occidente persino quando questo spinse Saddam Hussein ad attaccare l’Iran, il cerchio si chiude. Ora se da un punto geopolitico tutto è chiaro e siamo di fronte al tentativo di mettere in difficoltà l’Iran per il suo ruolo di primo attore in medio oriente, se le tecniche utilizzate sono sempre le solite, le parole feticcio le medesime, l’operazione questa volta si presenta come un condensato della confusione distruttrice occidentale in tutta la sua potenza e nello splendore della sua  inarrivabile ipocrisia.

Fermo restando che quasi il 70 per cento della popolazione iraniana è favorevole, almeno secondo i sondaggi, ad aumentare l’appoggio alle operazioni anti Isis e  a sostenere Assad, consenso peraltro in considerevole aumento rispetto all’anno scorso, i motivi di inquietudine e malcontento non sono pochi in Iran, ma purtroppo dipendono proprio dalle politiche economiche neo-liberiste del governo Rohani, in un certo senso il candidato dell’occidente, che ha cominciato a tagliare gli aiuti alla popolazione più debole messi a punto dall’ultraconservatore Ahmadinejad, quello che passava per il diavolo. Dunque siamo di fronte non solo a un piano di destabilizzazione che nemmeno si è tentato di nascondere con accuratezza, ma attuato in qualche modo proprio con grazie al governo che si è aiutato a vincere e che ora si vorrebbe mettere in crisi per il ruolo che sta avendo nella vicenda mediorientale e non certo per l’ideologia liberaleggiante che sfoggia, men che meno per i tagli che poi suscitano le proteste. Ed ecco spiegato perché invece di parlare della dissoluzione progressiva della solidarietà verso il basso, di tagli vigorosi al sistema di aiuti si parla a casaccio e banalmente di carovita, come comari davanti al supermercato, per evitare di mettere in chiaro che semmai i guai da cui nascono le rivolte sono il risultato finale delle pressioni occidentali affinché l’Iran si liberistizzasse, se è concesso fare questa derivazione.

Una fabbricazione che coinvolge anche le rivolte violente e i morti di questi giorni di cui non si ha alcuna prova e i cui video mostrano invece di edifici governativi in fiamme, come da mattinale giornalistico, bidoni e piccoli gruppetti dediti a distruggere un container. Del resto viviamo in un mondo nel quale platealmente il segretario di Stato Tillerson dichiara in un memo ( qui ) che gli Stati uniti dovrebbero usare i diritti umani contro i propri avversari come Iran, Cina, Corea del Nord dando invece un passaporto agli alleati più repressivi  come Filippine, Egitto ed Arabia Saudita. L’affarista Tillerson scopre adesso ciò che gli Usa fanno da cinquant’anni, approva e ci mette del suo che in questo caso saranno altre sanzioni verso l’Iran.

Il fatto è che viviamo in una finzione globale nella quale anche il dramma e il disagio sociale  viene romanzato perché piaccia di più agli spettatori ormai abituati al risibile e al mal gusto, alle “installazioni” prodotte dai servizi e dilatate dall’informazioe: una situazione nella quale non è possibile alcun reale progresso e che anzi alla fine crea una reazione di rigetto, come stiamo vedendo chiaramente in Europa, in un contesto lontanissimo. Purtroppo tutto questo verrà alla fine pagato, ma non dai registi della narrazione, dalle comparse loro malgrado ingaggiate con un cestino per il pranzo.


State sicuri e non protestate

10007531_845182622175169_269377289_nSi fa presto a dire sicurezza e in nome della stessa limitare tutte le libertà salvo quella obbligata al consumo. Ma in realtà ci troviamo di fronte a un concetto assolutamente vago e indefinito, anzi camaleontico la cui definizione non viene mai fornita sebbene essa faccia parte del patriot act e sia presente anche nel trattato dell’Unione europea  come un valore e un “diritto “alla pari di libertà e giustizia. Già però che si intende per sicurezza? Quella sul lavoro? Quella medica e sanitaria? Quella delle pensioni? Quella di poter esercitare la libertà di pensiero senza che legulei da quattro soldi basandosi su leggi arcaiche la contristino? Quella di essere aiutati dalle istituzioni pubbliche quando si è in difficoltà? Quella di poter vivere in un ambiente non avvelenato? O la difesa contro la corruzione? Macchè, mica ci si bada a queste sciocchezze: il diritto alla sicurezza si esprime solo in un senso autistico, ovvero nel dare agli apparati di sicurezza più mano libera e più potere, ufficialmente per combattere nemici esterni che spesso vengono creati ad hoc con le guerre neocoloniali, ma molto più concretamente contro le libertà politiche, di manifestazione, di aggregazione, di rappresentanza.

I fatti di Charlotte in Usa dove i disordini sono nati perché i poliziotti hanno scambiato un libro per una pistola e hanno freddato un nero credendosi nel buon diritto di farlo, così come l’assurdo accanimento giudiziario contro Nicoletta Dosio colpevole di essere No Tav e quindi di attentare agli enormi profitti leciti o illeciti di chi costruisce una linea ferroviaria miliardaria e priva di senso, dimostrano sempre più da vicino come si declina in concreto il concetto variabile e vuoto di sicurezza. E’ sempre più chiaro che per sicurezza non si intende affatto quella dei cittadini in generale, ma quella delle elites che avvertono la necessità di dover essere difese contro le reazioni sociali da esse stesse provocate. Non è certo un caso se si vadano moltiplicando in tutto l’occidente le iniziative per aumentare gli strumenti di repressione e fornire loro leggi speciali o alibi psicologici  per renderli più “efficaci”. Non è certo un fatto marginale se si è arrivati alla gendarmeria europea che grazie alla sua natura anodina è in grado di aggirare qualsiasi diritto costituzionale e dispone di fatto di un potere illimitato, tutte cose a cui è abituata, visto che i suoi uomini si sono “formati” in Afganistan. Né va attribuito alle ambigue frizioni con la Russia il rinnovato sforzo per una forza militare europea che come si scopre dalle dichiarazioni politiche sia in Italia che altrove dovrebbe essere rivolta principalmente contro un altrettanto indefinito concetto di terrorismo. Questo per non parlare dei piani americani contro possibili disordini civili, tanto che ormai tutti i dipartimenti di polizia delle grandi città hanno selezionato uomini e fanno esercitazioni anti rivolta.

Il terrorismo  è la leva psicologica con cui si solleva e si butta al macero tutto un mondo di speranze e di libertà. Ma tutti possono intuire che la guerra al terrore, se proprio vogliamo dare un permesso di soggiorno temporaneo a questo fumoso e grottesco concetto, è semmai questione di intelligence e non di forza. Il fatto è che si tratta  solo un pretesto, talmente goloso da far nascere sospetti  sulle dinamiche, mentre il vero obiettivo è di rafforzare il potere centrale in vista di possibili rivolte contro lo status quo e l’impoverimento generale. La sicurezza diventa così il diritto dei forti di tenere a bada i deboli, di difendere le elites contro la rabbia dei ceti popolari. Ma questa sicurezza con cui si coglionano anticipatamente le future vittime della repressione, ha anche bisogno di deroghe legali, di coartare il potere giudiziario e di istituzioni politiche ad hoc: e allora nascono i patriot act e  gli stati di urgenza che da temporanei diventano eterni, oppure nei Paesi più deboli e corrotti, dove il numero dei clientes e degli elettori assenti è più alto,  il tentativo di manipolare le Costituzioni e le leggi elettorali per fondare regimi immobili e ad alto tasso di autoritarismo.

Non lo sappiamo, ma i veri terroristi contro i quali si invoca sicurezza siamo proprio noi.

 


Governo di malavita

x-gal-3Come volevasi dimostrare l’unica ragione per cui il Senato è stato mantenuto, nonostante i proclami sulla sua presunta inutilità, sul suo costo e sul rallentamento dell’attività legislativa, è la prospettiva di farne un’area di immunità per le amministrazioni locali e regionali dove ha luogo il grosso della corruzione. Che senso avrebbe altrimenti un’assemblea di sindaci e consiglieri regionali eletti per fare gli amministratori e che si trovano invece, non si sa bene con quale meccanismo, ancora tutto da inventare, a fare i legislatori part time?

Gaetano Salvemini disse di Giolitti che era un ministro di malavita perché aveva consentito ai deputati meridionali, in cambio del loro appoggio, di avere carta bianca nelle amministrazioni locali e l’impunità nei contatti con la criminalità organizzata, attraverso amnistie regolari o lasciando cadere in prescrizione i processi. Una linea di azione che finì per diffondere la corruzione anche dove non c’era. Ricordo con quanto imbarazzo e carità di patria la mia prof delle medie rivelò a noi ragazzini, la definizione di Salvemini, guardandosi bene dallo spiegarne le ragioni. Certo avrebbe avuto meno remore se avesse potuto prevedere che ci saremmo trovati a vivere governi di malavita che costituzionalizzano queste linee di azione.

Ma questo è solo uno dei piccioni che si prendono con la fava del Senato non elettivo. L’altro è quello di allargare la frattura tra eletti ed elettori ancor più di quanto non prospetti l’italicum che con le sue regole complessivamente indegne non permette più alcuna rappresentatività reale, visto che non è possibile scegliere il candidato e il combinato disposto tra soglia di sbarramento all’ 8% e incredibili premi di maggioranza, altera completamente la volontà popolare. Con questo Senato si sancisce apertamente e sfacciatamente ciò che l’italicum dice implicitamente: che a comandare è una ristretta elite di partito la quale interviene a sanare le situazioni opache o illegali anche in sede locale dove ai cittadini è ancora concessa una minima libertà di parola.

E’ la via italiana all’oligarchia e all’abbandono della democrazia reale resa necessaria dalla crisi e dalla possibilità che le imposizioni che vengono dal capitalismo finanziario, attraverso le istituzioni ormai infiltrate e rese subalterne come la Ue, siano disattese e ribaltate dal voto: un pericolo troppo grande per essere accettato per cui è necessario svuotare dall’interno gli appuntamenti elettorali in maniera che le urne siano una scelta tra personaggi e non tra linee politiche, se non per questioni marginali. Paradossalmente il capitalismo finanziario ha più paura del voto che della protesta esplosiva: un recente studio dell’Aspen Institute proprio in merito a questo giunge alla conclusione che non c’è molto da preoccuparsi perché i vari movimenti che si sono succeduti dai no global in poi  sono “ senza ideologia e senza scopi definiti: in mancanza di alternative politiche, tutto si risolve in uno scoppio di indignazione morale”. Inoltre i governi sono perfettamente in grado di infiltrare la rete come è successo in Ucraina dove chi era stato invitato  a scendere in piazza tramite sms, sempre con lo stesso sistema è stato dissuaso dal ritornarvi una volta raggiunto lo scopo: “Caro utente, sei stato schedato come partecipante a una massiccia turbativa dell’ordine pubblico”. In altri casi ciò che si può cambiare non sono le linee di azione e le politiche, ma solo la comunicazione delle stesse attraverso personaggi diversi o cambiando il tenore delle bugie. Il gioco è facile perché, come dice lo studio dell’Aspen “Oggi, il sistema non interessa quasi più a nessuno. La rivoluzione attuale non è fatta di lettori; gli odierni studenti radicali si preoccupano solo di come essi stessi vivono il sistema, non della sua natura e dei meccanismi che lo governano. Non pensando in termini di gruppi sociali, questi ragazzi hanno un’esperienza comune, ma mancano di un’identità collettiva. I manifestanti sono individui esasperati. Amano stare insieme e combattere insieme, ma non hanno un progetto collettivo. Diffidando delle istituzioni, non sono interessati a prendere il potere; sono una miscela tra un desiderio genuino di comunità e un incoercibile individualismo”.

Si può dare torto a questo studio quando viviamo in un Paese dove la cosiddetta opinione progressista si  schiera dalla parte degli stessi massacri economici e sociali solo perché un personaggio ne ha sostituito un altro?  Però bisogna mantenere il controllo dell’apparato, si deve fare in modo che quelle proteste non diventino voto maggioritario perché proprio la mancanza di ideologie e di scopi generali, mentre favorisce l’accorrere di un generico consenso di protesta, potrebbe diventare pericoloso per i poteri reali una volta che sia arrivato alla stanza dei bottoni.

Meglio prevenire che reprimere. Ed è così che abbiamo un Senato preventivo.

 


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