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Padri sputativi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non per accusare mamma Renzi di promiscuità e facili costumi, ma certo il suo figliolo vanta molti babbi.

Quello naturale, piccolo e astuto imprenditore di provincia, spregiudicato e disinvolto, con un certo naso per la scelta di protettori influenti e per brand e iniziative non del tutto trasparenti. Ma anche il  profeta  del decisionismo, cui si rifà continuamente in una ostensione ripetuta di autoritarismo tronfio e spaccone, di arroganza sfacciata e  tracotante. Per non dire di quello che sceglie e risceglie ogni giorno come padre, padrone e padrino,  ispiratore e modello di una gestione privata della cosa pubblica, irrispettosa di leggi e principi morali,  col quale stringe vincoli inossidabili, pubblica comunicati congiunti, concorda su scelte e decisioni tutte rivolte a appagare gli appetiti insaziabili di un mondo imprenditoriale parassitario e corrotto, coniugato con la soddisfazione delle esigenze aziendali  del vecchio tycoon convinto di essere immortale. Come i figli prediletti, gli eredi prescelti, compie un disegno dinastico: la cancellazione definitiva della sinistra, quella radicale ma anche quella riformatrice, quella che si proponeva di addomesticare il capitalismo, di temperarne gli eccessi, tramite progresso sociale, scientifico,  in virtù di una ridistribuzione meno iniqua e della conferma di alcuni diritti fondamentali. E il superamento altrettanto definitivo della democrazia, quella dei partiti, quella del ruolo del sistema parlamentare, come fu disegnato dai costituenti, quella della rappresentanza attraverso una rappresentanza espressa con libere elezioni e partecipe del processo decisionale.

Ma proprio il teatrino di ieri, l’incontro a Palazzo Chigi, vergognoso palcoscenico di un vertice con un grande condannato e un grande inquisito, indispensabili alla governabilità – mentre fuori la banda dei suoi  giovinastri di paese, di quelli che stanno tutto il giorno al bar in piazza, irrideva la protesta dei lavoratori, ignara per totale inesperienza e conoscenza che uno sciopero comporta la perdita di una giornata di salario, che non si tratta di un giorno di ferie pagate come è successo in un fabbrica visitata dal leader e premier che parla solo con la plaudente Confindustria – dimostra che tra i suoi padri ci potrebbe anche essere Marcel Marceau. Come lui infatti, il Renzi mima. Mima contese inesistenti, rotture insanabili, dignitose proteste, le canta, ma come il coro muto della Butterfly,  ai poteri forti, mostra il pugno della rivendicazione alla troika. Simula coraggio, ostenta determinazione, finge che le sue convinzioni siano impopolari perché non piacciono alle lobby. Invece lo sono eccome perché vanno contro gli interessi del popolo, perché tutelano interessi di parte, sempre la stessa, sempre numericamente minoritaria, ma che conta, conta i soldi, conta su di lui e la sua compagnia di giro, conta sulle protezioni di un ceto politico beneficato e assoggettato, conta su una stampa ricattata che si sottopone a quotidiana autocensura, conta sull’appartenenza a una cupola planetaria che decide i destini del mondo dietro alle vetrate delle torri delle City globali, che riflettono l’iniqua e sterile modernità.

E conta sul successo del disegno golpista immaginato, tratteggiato e condotto contro le democrazie, contro i popoli, contro la sovranità degli stati, contro il lavoro e quello che rappresenta, non solo fatica, non solo salario, contro i diritti e le certezze a garanzia dell’autodeterminazione e della possibilità di critica. Lo interpreta fedelmente quel disegno, cominciato dai suoi padri, il teppista debole coi forti, ma sempre più forte coi deboli, grazie alla possibilità di non dover scendere mai a patti con le regole della democrazia ormai cancellata, con una Costituzione ridotta a carta straccia, con un sistema elettorale che sancisce irresistibili ascese per nomina, incoronazione, proclamazione, che sigilla un regime personale plebiscitario, con la propagandata inutilità del voto, sottoposta a test dentro al partito unico,  se anche ieri sera il ducetto ne ha proclamato la futile infruttuosità durante la liturgia di una direzione convocata per suggellare il patto rinnovato poche ore prima.

Ma è doveroso dire che si tratta di un regime consensuale, purtroppo.  Che denuncia un male non solo italiano, benché sia probabile una propensione insita nell’autobiografia nazionale al ripetersi periodico di dittature, quel desiderio delle masse a sottomettersi al volere di un capo, a delegare le proprie prerogative sovrane. E che corrisponde alla convinzione del capo della sua indispensabilità, del proprio diritto, perfino “morale” a stringere nel proprio pugno ogni facoltà di potere e comando, a diventare padrone. Ambedue, popolo e nocchiero, anche il più inadeguato, il più grottesco, obbediscono alla  legge naturale dell’oligarchi, dell’elite sempre più ristretta e esclusiva, che asseconda a un tempo il bisogno recondito delle folle a venir guidate, la loro indifferenza, l’indole a venerare chi sta in alto anche se gli mostra estraneità e ostilità, e la certezza di chi comanda di essere insostituibile, che dopo di lui venga il diluvio, che la sua sia una investitura inviolabile, in qualche caso addirittura divina, come se il rapporto di delega perfino a un grullo, producesse il diritto morale alla sua continua conferma, al suo proseguimento a tempo indeterminato, fino al 2018, 2030, 2050, in una promessa, o meglio minaccia di immortalità.

Dispiace, turba, avvilisce che sarà una patologia diffusa che coincide col disincanto democratico, che corona la vittoria dell’imperialismo finanziario, che è fenomeno mondiale, ma certo qui, da noi, assume la forma più umiliante, quella della consegna senza resistenze alla peggiore mediocrità, al più modesto esponente di una dinastia di tirannelli insignificanti e perciò ancora più feroci e violenti. C’è da sperare che arrivi un trovatello, o, meglio, che ci facciamo noi ragazzi-lupo.

 


Porcellum con ali

Licia Satirico per il Simplicissimus

Ci sono coincidenze che rivelano con stupefacente tempismo la deriva grottesca del nostro tessuto istituzionale. Interrogata durante l’ultima udienza del processo Ruby, la soubrette Marysthell Polanco ha rivelato di aver partecipato ai festini di Arcore travestita da Ilda Boccassini e da Barack Obama. Qui siamo oltre la strategica sistemazione del crocifisso tra i seni della Minetti, oltre l’adorazione di statuine in perfetto pendant con la natura “elegante” delle cene di Silvio Berlusconi, oltre i pali da lap dance, oltre le infermiere premurose e le poliziotte cattive: non è moralismo, credo, pensare che nessun capo di governo del mondo occidentale allestisca abitualmente fantasie di dominio sessuale della magistratura e caricature osé del presidente degli Stati Uniti.
La danza della Polanco si colloca tra il Chaplin del Grande Dittatore e il peggiore Bagaglino, tra il Kubrick di Eyes wide shut e Alvaro Vitali. Silvio, per suo conto, si piazza tra Eliogabalo e Bombolo. Ebbene: nel nostro Paese la rivelazione non solo non suscita nessun commento particolare, ma accompagna il ritorno dell’ex premier sulla scena pubblica.

Col segretario Alfano – commissariato come un Comune in odore di mafia – Berlusconi ha rilanciato il dibattito sulle riforme istituzionali, proponendo un presidenzialismo alla francese a doppio turno e rivelando un sommo interesse per una candidatura al Quirinale nel 2013. Bersani ripete che non ci sono le condizioni per affrontare la questione, affermando però che «il presidenzialismo non è un tabù». Parte tra gli esponenti dei partiti la discussione sul presidenzialismo puro, sul semipresidenzialismo, su quello innocuo e su quello pernicioso, quasi che l’ingovernabilità dell’Italia dipendesse dall’assenza di soggetti istituzionali “forti”. Dal canto suo, Monti ammonisce i partiti: le riforme sono «cruciali».

Il guaio è che rischiano di essere cruciali come il celebre crocifisso della Minetti. La sensazione è che il cammino delle riforme costituzionali sia malizioso, approssimativo e dilettantesco: una sorta di salvacondotto adottato in extremis, in modo grossolano, prima delle elezioni. L’ennesimo salvacondotto, che si aggiungerebbe alla ventilata depenalizzazione della concussione “modello Ruby” approvata pochi giorni fa dalle commissioni giustizia e affari costituzionali del Senato. Stefano Rodotà scrive oggi su Repubblica che «stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza».
Risale a poche settimane fa l’improvvida, silenziosa, micidiale modifica dell’articolo 81 della Costituzione, che ha cambiato in modo occulto la nostra forma di Stato, ucciso i diritti sociali e compromesso la stessa azione di governo. Ora il Senato, immemore del fallimento del 2006, discute un progetto di revisione costituzionale che incide nel profondo sui ruoli di parlamento, governo e presidenza della Repubblica.

La storia si ripete: i fatti degli ultimi vent’anni hanno dimostrato oltre ogni evidenza che i nostri concetti di democrazia parlamentare e di sovranità popolare sono deboli, soggetti a degenerazioni populistico-autoritarie. Non è difficile immaginare gli effetti del varo di un presidenzialismo all’italiana, con vocazione ontologicamente reazionaria. Impensabile, poi, manipolare riforme di questa portata senza una consultazione popolare, che sarebbe stata a dir poco opportuna anche per lo stuprato articolo 81.

Si tace, invece, sull’unica riforma improrogabile, indispensabile e forse ormai tardiva: quella di un sistema elettorale che ha riempito il parlamento di piccoli golem designati dai partiti secondo criteri di gradimento personale alle segreterie politiche, asservendo il potere legislativo alle esigenze del governo. Non lasciamo che un parlamento “suino” crei le premesse per la disfatta definitiva, con la complicità di un Colle che rischia di essere infestato da inquilini molesti. Il vento scuote la casa di Dio, dice Ratzinger. Noi, in verità, speriamo che scuota anche Montecitorio, Palazzo Madama e il Quirinale: porcellum con le ali, una volta tanto.


Dopo il Porcellum, la Porchetta

Zitti zitti, piano piano. Coperti dal sempre più evidente disastro economico che essi stessi coprono con la disperata e sciagurata scelta del governo tecnico, riparati paradossalmente dietro gli scandali delle ruberie con connessi frizzi e lazzi, i partiti si avviano a dar vita alla più grottesca riforma elettorale che si sia mai vista. Una sorta di collage dove si trova il tutto e il contrario di tutto, nel quale la democrazia è residuale, mentre il potere oligarchico, a salvataggio di un intero ceto politico e del suo modus vivendi, diventa palese. Anzi sfacciato.

Del resto cosa ci si potrebbe aspettare da una riforma concordata  da Silvio e Alfano, da Casini e Fini e da un Pd che deve attaccarsi come una cozza al bipartitismo per sopravvivere, visto che non gli è riuscito di vivere?  Infatti dentro gli accordi che vengono contrattati, l’ipocrisia si taglia col coltello, anzi è talmente dura che per spezzarla occorre il martello come accadeva una volta per le mattonelle di cioccolato fondente. Così  il progetto in incubazione non risolve alcuno dei problemi posti dal porcellum, anzi li aggrava mentre  finge di portarvi rimedio e di aderire alle pressanti richieste di un elettorato che pretende di non essere escluso dalle scelte e di non voler essere trattato come gregge da urna.

La “porchetta” che i tre partiti del montismo stanno mettendo a punto  è un capolavoro, una zattera della medusa per un ceto politico allo sbando: non reintroduce la scelta diretta del parlamentare da parte degli elettori che era un tema ineludibile di qualsiasi riforma elettorale, visto anche lo straordinario degrado cui si è giunti con il Parlamento dei nominati. Non rinuncia alla personalizzazione volgare e demagogica della campagna elettorale, permettendo ai leader di mettere la loro faccia sulla scheda, ma riserva ai partiti la scelta del presidente del consiglio dopo le elezioni. Propone uno sbarramento intorno al 5% , in maniera da catalizzare il voto sulle formazioni maggiori, ma non rinuncia al premio di maggioranza per il primo partito e anche per il secondo, fondendo così due sistemi alternativi  e antitetici per rendere più forti le maggioranze, al fine di salvaguardare un bipolarismo della debolezza e dello sfascio. Però lascia il diritto di tribuna, cioè di una simbolica rappresentanza parlamentare delle formazioni escluse: il che detto brutalmente ha poco significato politico, ma è un sostanzioso “dono” di rimborsi elettorali che si dice di voler “controllare”.

E’ fin troppo chiaro che siamo di fronte a una sorta di riforma che tenta di salvaguardare un bipolarismo degli apparati e dei padroni, in modo anche più netto del Porcellum, senza dichiararlo. Teoricamente non obbliga ad alleanze e coalizioni inamovibili, ma di fatto, per effetto sinergico dello sbarramento e dei premi di maggioranza ai due partiti maggiori, congela la situazione, ammutolisce e minimizza ogni possibile e vera opposizione politica, mentre lascia spazio ai giochi di sponda e ai ricatti del terzopolismo.

Questo sarebbe niente se non si avessero in mente in contemporanea anche manomissioni costituzionali che passano attraverso il monocameralismo, l’aumento dei poteri del presidente del consiglio e lo svuotamento della fiducia. Così le maggioranze sarebbero di fatto inamovibili per 5 anni. Maggioranze di di nominati con tutto ciò che comporta e che abbiamo visto negli ultimi anni.

Di tutto questo però non si parla, il Paese alle prese con le fumisterie dello Sfascia Italia  lascia che una decina di persone al massimo mettano in piedi una costruzione destinata a perpetuare la politica e i metodi che conosciamo, di fatto un’oligarchia che al di là del rito delle urne, svuota di ogni potere i cittadini. E non stupirà apprendere che l’intenzione è quella di approvare la golosa  “porchetta” con una maggioranza bulgara che eviti persino la possibilità di un referendum, almeno in questa legislatura.  Il gattopardismo che questo progetto esprime, è la migliore risposta della classe politica alle buone intenzioni dichiarate e alle promesse di un’autoriforma del sistema: la costruzione di una mega scialuppa di salvataggio, mentre la nave Paese affonda.


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