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Se l’appalto diventa segreto di Stato

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La brutale manomissione di principi, ideali, valori compiuta dal governo e dal ceto dirigente che lo comanda a distanza, che gli ubbidisce, che lo esprime e ci si riconosce è esemplarmente rappresentata anche dalla sua “vulgata”, dagli stravolgimenti semantici cui sottopone termini e concetti per adattarli alla sua ideologia o per svuotarli al fine di buttarli in discarica come la Costituzione ridotta a carta straccia.

È successo con merito, è successo con semplificazione, è successo con lavoro, è successo con voto, tutti retrocessi, bocciati, o sottoposti a profittevoli quanto aberranti conversioni,  chi in servitù, chi in conferma notarile, chi in abolizione di regole e controlli, chi in legittimazione di trasmissione dinastica o clientelare di privilegi e posizioni con annesse rendite.

È uno dei motivi per i quali la mia religione mi vieta di votare Pd, anche nelle sue declinazioni locali, preferendo la preferenza de panza agli uomini de panza, e il sano voto inutile e perfino quello viscerale di malcontento populista, che anche intorno al concetto di popolo si è lavorato per sminuirlo in massa senza giudizio, discernimento, diritti e sovranità.

Sarebbe difficile riporre fiducia in amministratori chiamati e volonterosamente determinati,  ad esempio, a dare attuazione  congrua e fedele ai principi contenuti nel decreto Madia sulla “trasparenza”, altro termine alterato, violato e forzato per ristabilire l’opportunità di alzare prudenti steccati a protezione dei segreti della politica, a salvaguardia degli arcana imperii e degli interessi che si consumano nel retroscena del teatro pubblico sempre più privatizzato e personalizzato secondo criteri di appartenenza, fidelizzazione, profitto.

Ora è vero che gli Usa ci hanno colonizzato pure l’immaginario, ma è altrettanto vero che la traduzione nel nostro ordinamento di atti e leggi, che abbiamo conosciuto nell’epopea hollywoodiana della denuncia sociale tramite Erin Brockovich o Michael Clayton o gli eroi sconosciuti di Spotlight, supera l’immaginazione più scettica e sfiduciata, se il Freedom Information Act all’italiana, che avrebbe dovuto rispondere all’istanza dei cittadini di avere accesso a scelte e procedure di interesse generale, per essere in grado di partecipare alle decisioni, diventa la calata per legge di una spessa cortina di fumo  che impedisce la vista. La vista su regole di appalto, come sulle spese di rappresentanza, sull’iter di concessione di terreni e autorizzazioni, come sui valori dell’inquinamento, sui compensi per consulenze come sulla spesa effettiva di risorse solo promesse o anche erogate per opere pubbliche.

La madonnina infilzata che ha con candida tenacia infilzato concertazione, relazioni sindacali, sicurezze e garanzie, attraverso una riforma verticistica, disciplinare e autoritaria, messa in atto per consolidare la cattiva fama di una amministrazione indolente, incapace, parassitaria e irresponsabile, tanto che è doveroso liberarla da ogni residua responsabilità da affidare invece all’esecutivo, ai poteri centrali e a un ceto manageriale privato, è stata incaricata di dare il suo nome a uno slogan: «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», ripetuto come un mantra dalla Leopolda in giù come  nel gioco del telegrafo senza fili, in modo che quando la trasparenza arrivasse a destinazione non rimanesse più nulla, se non un farfugliare confuso, opaco e criptico, tanto che perfino l’enclave arroccato del Consiglio di Stato ha espresso dubbi.

Non c’è sportello, la legge non identifica ai vari livelli territoriali e gerarchici, un responsabile unico cui rivolgersi. Ma c’è di peggio: la mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino istituisce una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. Decorsi i 30 giorni dalla richiesta, si realizza quello che il Consiglio di Stato ha definito «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».  La definizione e i limiti della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» crea una categoria talmente vasta e non identificabile da collocare l’istanza e il diritto di ciascuno a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di evidente e discriminatoria inferiorità, come si trattasse di una curiosità molesta e di una ingerenza illegittima.

Non c’è dunque da stupirsi se l’incontentabile Consiglio dei Ministri vuole apportare una modifica al decreto trasparenza in modo da renderlo ancora più permeabile a corruzione, speculazione, illegalità, opacità, affarismo, abrogando  la lettera b del comma 1 che recita: «per ciascuno degli atti di cui alla lettera a, ( quelli cioè relativi al governo del territorio, tra gli altri i piani territoriali, i piani di coordinamento, i piani paesistici, gli strumenti urbanistici generali e di attuazione, nonché le rispettive varianti. NdR ) sono pubblicati, tempestivamente, gli schemi di provvedimento prima che siano portati all’approvazione; le delibere di adozione o approvazione; i relativi allegati tecnici».

Facendo venir meno l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di rendere note le proposte di trasformazione urbanistica prima che esse siano portate all’approvazione,  si vuol cancellare l’azione di pubblicizzazione degli atti grazie alla quale, in caso di mancata divulgazione preventiva, perdevano efficacia né potevano produrre effetti.  E di conseguenza annullare un passaggio cruciale per una democrazia partecipativa, che volesse offrire a qualunque cittadino o portatore di interessi il diritto ad essere informato prima e  a disporre del tempo necessario per la  valutazione e la  presentazione di eventuali contributi tecnici in grado di equilibrare le scelte unilaterali delle amministrazioni.

Favori, protezioni, clientele, famiglie, clan, cupole, commerci di prebende, voti, consenso, interessi, la porta è spalancata, la trasparenza si addice al governo, purché sia opaca.

 

 

 

 


Impiegati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è la direttrice del Colosseo e la guardia carceraria, c’è il pompiere e il tecnico radiologo, c’è la ferrista del San Carlo di Nancy e la bibliotecaria. Li ha intervistati una mia amica che si chiama Paola Lo Mele, una giovane giornalista, “collaboratrice” di alcune testate, ché si chiama questa forma indefinita e vulnerabile di lavoro precario, anzi flessibile, come piace al governo. Così questi ritratti sono andati a formare un libro che si chiama Impiegati e che è a sua volta un ritratto di come vivono il loro lavoro i dipendenti pubblici, quelli garantiti, quelli tutelati, e per questo oggetto del risentimento di chi si sente meno sicuro, bersaglio dei pregiudizi propagandistici di vari ministri, vittima dei luoghi comuni più triti sul parassitismo dei travet.

Paola non dice se la scelta è stata sapientemente compiuta tra piccoli eroi quotidiani, con una comprensione peraltro encomiabile in una trentenne non garantita, che evidentemente non soffre di livore generazionale o professionale. Ma è invece probabile che sia davvero così nutrito di gente per bene il ceto di lavoratori malpagati, vilipesi, avviliti economicamente e moralmente, e che tuttavia continua a impegnarsi individualmente con una tenacia disperata. E che sia tremendamente vero che queste potenzialità sono sfruttate dall’autorità pubblica, che si sostiene attraverso il loro volontariato, piuttosto che con l’organizzazione e l’efficienza. Con il risultato che di fronte alla indifferente trascuratezza da un lato e alla militanza solitaria e disorganica dall’altro la Pubblica amministrazione è sempre più degradata la politica sempre più colpevolmente e protervamente dimissionaria e i cittadini sempre più abbandonati in un mondo separato e disilluso.

Tra tanta pessima letteratura e cattiva stampa su assenteismo, fannullaggine, fancazzismo, scioperataggine oziosa e altri stereotipi – cari alla cieca collera con la quale la vecchia e la nuova destra, quella liberista, si accaniscono contro mestieri che vengono trattati come pratica residuale parassitaria e clientelare – ciascuno di noi ha avuto a che fare con operatori che il più delle volte si presta con abnegazione per offrire servizi e soluzioni indispensabili ai cittadini, in condizioni di emergenza, inefficienza, tagli lineari alle amministrazioni, riduzione di risorse e personale. Funzionari di assessorati ai servizi sociali costretti a ricevere portatori di handicap nell’atrio, al piano terra, in piedi e col cappotto addosso perché nell’ufficio non c’è l’ascensore. Pompieri che prima di correre sul luogo dell’incendio si devono riparare da soli l’automezzo vetusto. Vigilanti di musei, entrati dopo un interminabile precariato pensando che fosse la strada impervia ma necessaria per un gratificante impegno di “mediazione culturale”, che si parano davanti alle porte di sale cadenti, in rovina e polverose con le opere affastellate e non catalogate. I due assistenti sociali che dovrebbero assistere 400 anziani precipitati nella povertà, compresa quella umana, senza amici e solidarietà. O l’infermiera in ginecologia che non ha nemmeno i guanti per togliere il catetere alla paziente o pulirla. E che se li porta da casa o li va a elemosinare in altri reparti.

Gente cui il precedente governo ha tagliato straordinari, bloccato le retribuzioni e i turn over. E ha chiuso le porte ai giovani e alle nuove professionalità, annientando le potenzialità dell’innovazione, a un tempo requisito di efficienza e di riduzione degli sprechi.
Gente che poi vive, da utenti e cittadini, l’impoverimento del welfare, l’umiliazione dell’istruzione, la sostituzione dell’assistenza pubblica con la “cura” familiare e domestica sempre più avvilita, misera e stanca, che manda i figli a scuola dotati di carta igienica e detersivi, che aspetta mesi per un accertamento medico, che viene espropriata di una casa magari per metà pagata, da banche sempre più rapaci.
E che ha assistito impotente o incollerita o purtroppo, spesso, disincantata, indifferente e accidiosa, allo sperpero del denaro pubblica, alla circolazione collusa e opaca di favori, alla pratica endemica, tollerata se non gradita e largamente condivisa, del clientelismo, del familismo, della corruzione.
Troppi e per troppo tempo abbiamo fatto finta di credere che la questione morale fosse tema etico alto o basso problema giudiziario. Mentre è fatta di competenza, trasparenza, efficienza, equità nella fornitura efficace di servizi, nella tutela di diritti, nella condivisione di responsabilità.

Non ci sono molte speranze sul domani degli impiegati e su quello dei cittadini. Il precedente governo picconava stato e tessuto sociale per farne roba sua, al servizio di una oligarchia intenta al magico stravolgimento del bene pubblico, compresa la costituzione, compreso il Parlamento, in bene personale. Questo governo in carica che proprio oggi dice che è destinato a finire presto perché “fa bene”, vuole e fa solo il bene di una plutocrazia ancora più separata, estranea e avida: per compierlo svuota a comando e su commissione stato, beni pubblici, prende a schiaffi la volontà popolare, nega ascolto e diritto di parola alle parti sociali e anche a partiti sempre più sciaguratamente impauriti e neghittosi, minaccia, ricatta, spaventa, umilia diritti che vuole ridurre a privilegi per pochi, scatena conflitti riducendo la cittadinanza a un campo di battaglia dove si sfidano sterilmente e disperatamente i poveri, sempre più poveri mentre i ricchi sempre più ricchi stanno a guardare con sobrio distacco. Anche per gli impiegati, come per tutti i cittadini, essere al servizio degli altri può voler dire anche disubbidienza.


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