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Bomba con censura

bombaAnche se non si dice troppo in giro, Facebook e immagino anche gli altri social hanno cominciato a considerare fake news e dunque a cancellare  tutte le ipotesi che rimandano l’esplosione di Beirut a un  missile israeliano o comunque ad un’operazione voluta da Netanyahu ( vedi I mortaretti di Beirut ). Per quanto possa essere odiosa questa forma di censura in luoghi spacciati per  essere espressione di libertà, questa volta la ghigliottina delle opinioni fa trasparire in maniera così chiara e inequivocabile la natura inquisitoria, politica e geopolitica, del “fakismo” globalista, da mettere qualche dubbio anche ai più sciocchi. Infatti non esiste ancora una versione ufficiale dei fatti, per quanto sospetta e costruita a tavolino, da contrapporre alla ridda di ipotesi: il meglio che Facebook potrebbe portare a discolpa del suo apparato censorio sono le parole del capo del Pentagono, Mark Esper, che nella foga di contraddire Trump, sostiene che la “maggior parte degli esperti crede che sia stato un incidente e oltre a ciò non ho nulla da comunicare al riguardo”. Si intuisce immediatamente il grande imbarazzo di questa dichiarazione che vorrebbe alludere all’esplosione dei fuochi artificiali e poi del nitrato di ammonio agricolo, una tesi che qualunque reale esperto respingerebbe con una risata, e infatti  per non essere del tutto incredibile deve rimanere vaga in attesa che nella pancia del potere si sia deciso cosa dire.

Mi pare di ricordare che si tratti dello stesso Pentagono delle armi di distruzione di massa di Saddam e di altre infinite cazzate che partono dal golfo dal golfo del Tonchino, passano per le fosse comuni in Serbia, per la “guerra civile” in Siria e arrivano alle menzogne quotidiane sulla situazione in Afganistan, tutte cose che unite a infinite altre ne fanno la fonte meno credibile nell’intero universo conosciuto. Ma se anche così non fosse qual è il criterio per cui un’autorità militare, dove si progettano guerre e stragi, diventa la pietra di paragone della verità, anche a fronte di dichiarazioni in cui semplicemente si “crede” e si “pensa”?  Qui non ci troviamo di fronte a dichiarazioni dell’Oms che per quanto viva di sussidi privati dell’industria farmaceutica (come del resto tutto l’ambiente medico – sanitario) oltre che del filantropo ultravaccinista Bill Gates, formalmente è un’espressione delle Nazioni Unite è quindi può dare una patina di credibilità alle più incredibili saghe pandemiche e alla miracolosa trasmutazione dell’ oro in piombo, ovvero della trasformazione di milioni di sanissimi e innocui positivi in   contagiati e malati. No, qui  siamo di fronte alle supposizioni non provate di un comando militare. Ecco dunque che le censure indebite inflitte da questa impresa privata ai suoi utenti, rispondono non a un criterio di verità, sia pure malintesa e di carattere primitivo, ma a palese discriminazione politica.

L’intento del padre padrone di Facebook è quello di appoggiare l’ennesima menzogna “internazionale” secondo cui le girandole e i tric – trac stivati in un nave avrebbero fatto esplodere un  deposito di armi di Hezbollah e questo avrebbe fatto saltare e a sua volta  il nitrato di ammonio per agricoltura stipato  in un magazzino. Insomma tutto sarebbe avvenuto alla fine per autocombustione, senza alcun intervento esterno: una tesi assurda e infantile che fa gioco al piano di  internazionalizzare il porto di Beirut, in maniera da azzerare il Libano e di inglobarlo nel sistema occidentale. Infatti sui social si è subito creata una non casuale e non spontanea corrente di messaggi in questo senso. Lo stesso tempestivo arrivo di Macron sul luogo dell’esplosione dimostra che l’obiettivo è questo e del resto appena due mesi fa un potente think tank americano, il Carnegie Middle East Center che appunto si occupa di Medio oriente, aveva pubblicato una specie di studio  manifesto “Distruggere il Libano per salvarlo”. In realtà il piano è semplice ed è già stato messo in moto  con le  sanzioni: regalare il Paese alla speculazione internazionale per sottrarlo all’influenza iraniana. La distruzione economico finanziaria del Libano era  notoriamente  già in corso ed ora sappiamo con certezza  da chi e perché è stata provocata, ma probabilmente si pensava che il Libano ed Hezbollah avrebbero ceduto più rapidamente e così qualcuno ha pensato di dare un aiutino al piano. Peccato che adesso non ci siano più i fuochi artificiali per festeggiare questa ennesima strage di civiltà.


Come Gates “vaccina” i giornali contro la verità

vaccini-ordine-sanitario-mondiale-vaccinazioni-globali-programma-vaccinazione-planetaria-nexus-magazine-121-2019In Francia è comparsa una notizia inquietante di cui naturalmente non è stata data notizia al gregge: la fondazione di Bill Gates, il vaccinator maximo, ha passato a Le Monde, il più prestigioso quotidiano francese, 4 milioni di dollari in cinque anni con l’obiettivo ufficiale di ”  informare e coinvolgere le comunità”  che è poi il piano generale di una delle attività della fondazione stessa, quella che va sotto il titolo di Global Policy & Advocacy, ovvero politica globale e patrocinio.  Le cifre donate al quotidiano, anzi alla sua sezione Africa  sono in dollari 299.109  nel 2014, 438.083  nel 2015, 516.601 nel 2016, 680.675  nel 2017 e 2.126.790  nel 2019 e non si sa a quale titolo siano state date. E nemmeno si sa per quale ragione siano stati versati 2 milioni al tedesco Spiegel come si è saputo qualche tempo fa.  Di certo non è credibile che la mega fondazione del vaccinatore ossessivo – compulsivo abbia foraggiato per motivi totalmente generici due soli fogli della grande stampa: si può facilmente arguire che i soldi devono essersi distribuiti praticamente ovunque attraverso le mille vie possibili ed è uno dei possibili motivi per cui  l’informazione appare così attaccata alla narrazione apocalittica di un virus parainfluenzale, in presenza di dati che ne smentiscono la gravità in maniera inequivocabile. Tuto per un vaccino.

D’altra parte la potenza di fuoco mediatico della fondazione è enorme visti gli intrecci con Big Pharma, con l’Oms e con Gavi,  ovvero l’alleanza dei vaccini, un formidabile complesso che adesso sta raccogliendo soldi dovunque (140 milioni solo dall’Italia) per fare un vaccino che non servirà a nulla, visto che il virus è estremamente variabile ed ha ad ora una trentina di varianti: ma diciamolo ci vuole ben poco a comprare la complicità di un’informazione che ormai vive di sovvenzioni, ma che è anche gestita da miliardari che fanno comunella con il modello Gates e a cui la crisi attuale porta solo grandi affari.  D’altra parte sono soldi ben spesi per il filantropo dei miei stivali che ne trae dei profitti indiretti enormi : le operazioni vaccinali, peraltro spesso mortali, di Gates in Africa e in Asia portano molti soldi con le sponsorizzazioni indirette di una miriade di multinazionali di ogni tipo da quelle agroalimentari ( Gates è anche il maggiore sponsor degli Ogm) alla Coca cola, le cui azioni sono possedute per miliardi da Bill, mentre da un’altra parte la Fondazione, insieme a Gavi opera in concerto e in associazione con il Pentagono per la vaccinazione universale, senza nemmeno citare i rapporti che Gates ha con i militari in altri campi come quelli per la modificazione climatica. A me fanno davvero ridere quei poveri lobotomizzati dalla nascita che cianciano di influenze apocrife della Cina, quando il Paese è stato praticamente distrutto per dare retta alle mire di uno reso folle dalla ricchezza e dalle manovre del deep state americano.

Peraltro qui non si tratta certo di complottismi: è ufficiale che Gates tramite una finanziaria che agisce dietro e al di sopra della fondazione stia investendo denaro nella costruzione di  laboratori industriali per la ricerca e lo sviluppo contemporaneo di sette vaccini contro il coronavirus. Una cosa che può apparire francamente ridicola viste le evidenze scientifiche sul virus, ma che è in realtà un grande affare, in relazione alla paura disseminata e al ricatto politico informativo del globalismo: per ogni dollaro investito in vaccinazioni nei 94 Paesi al mondo con il reddito pro capite più basso, il ritorno netto è di 44 dollari. Dunque basta poco anche per recuperare anche gli investimenti che paiono a fondo perduto e pure le “donazioni” per acquisire il consenso. Tutto questo non è affatto un segreto lo ha detto lo stesso vaccinatore folle all’Assemblea mondiale della salute di Ginevra: ” Finanziamo la ricerca e creiamo una proprietà intellettuale (leggi brevetti ndr) ragion per cui tutto quello che viene realizzato con i soldi della Fondazione finisce per produrre un ritorno economico:” Insomma il modello filantropico – ultracapitalista di Gates ha ben poco a che fare con la beneficenza e la generosità e molto invece con il controllo e in certi Paesi  anche con l’appropriazione violenta. Si tratta di un modello economico che è al tempo stesso un modello di controllo sociale e politico usato per mettere a tacere la democrazia e la pluralità di idee: il dominio istituito dagli “aiuti” o dalle azioni benefiche serve a creare nuovi monopoli e nuovi mercati, imbrigliandoli per sempre  E adesso tale modello, ripreso nelle sue linee essenziali da tutte le multinazionali,  comprese quelle della finanza, passa dalla sua fase sperimentale nel terzo mondo in Europa e nei Paesi sviluppati , facendo leva su paure ataviche e sul sonno a pagamento della ragione.


Il Pentagono ti ricerca

visitare-il-pentagonoLe cadute dal pero sono di solito rovinose, ma in ogni caso fastidiose: adesso si è scoperto dopo circa mezzo secolo che il Pentagono foraggia molte università italiane il Cnr e numerosi centri studi per ricerche che hanno attinenza in ambito militare. Se volete potete leggere qui i dati specifici, ma è da ormai da tempo immemorabile che vi sono questi contatti e semmai la cosa interessante è che via via questi finanziamenti sono andati sempre crescendo sia nel nostro Paese che in tutta Europa e in molti altri luoghi come la Corea del Sud e il Giappone. Si tratta ovviamente di ricerche molto settoriali che di per sé servono a poco, ma sono soltanto tessere di un puzzle che poi viene ricostruito a Washington. Tuttavia già negli anni sessanta scoppiò una forte polemica sul fatto che la ricerca europea fosse  impegnata dai contratti del governo federale americano, anche se in quel caso volti ad impedire una ricerca militare autonoma che tra l’altro nelle condizioni politiche del tempo poteva finire nelle mani dell’arci nemico sovietico. Poi tutto è stato silenziato, mentre dalla dissoluzione dell’Urss in poi università, laboratori e centri studi sono stati via via sempre più impegnati per aiutare a dare vita ai progetti del Pentagono, mentre i governi sovvenzionavano, sia pure in piccola misura i nuovi piani di armamento, vedi F35 . Del resto non potrebbe essere diversamente visto che in Usa  il 30 per cento abbondante di tutti i progetti di ricerca appartengono al settore militare e il 40% degli scienziati e degli ingegneri è impegnato in questo settore, anzi il 50 per cento se ci si limita a fisici e ingeneri.

La ragione di questa escalation è dunque molto semplice: gli Usa non sono più in grado di sostenere con le loro sole forze le ricerche necessarie ad alimentare il famelico complesso militar industriale, così potente da imporre le proprie visioni alle amministrazioni civili: per questo gli Usa sono costretti ad importare ricercatori da ogni dove e a finanziare sempre più studi all’esterno, anche se la sensazione è quella  di una costante perdita di terreno e di una vistosa riduzione di gap tecnologico che in qualche caso entra persino in territorio negativo. Le ragioni di tutto questo hanno diverse cause tra le quali  ne spiccano due: il drammatico declino di qualità dell’istruzione scolastica, tra le peggiori nel mondo sviluppato come frutto della privatizzazione selvaggia e il modello stesso  della way of life americana corretta al neoliberismo che sottrae precocemente le intelligenze brillanti alla ricerca e le depista verso altre attività assai più redditizie. L’insieme di queste condizioni unito al mantenimento di una forza militare mai smobilitata dalla fine della seconda guerra mondiale e ormai la voce più significativa dell’economia Usa, provoca la necessità di disseminare la ricerca in tutto il mondo “amico” ridotto a colonia.

D’altro canto però il business insisto nei meccanismi del complesso militare, il cortocircuito tra politica e affari, la comparsa di gruppi monopolistici che riducono la spinta all’innovazione, la legge assoluta del profitto fa sì che più soldi si pompano nel sistema più questo tende ad essere inefficiente rispetto alle risorse utilizzate: si è calcolato che negli ultimi 20 anni oltre 50 miliardi di dollari siano stati bruciati in progetti poi non attuati o rivelatisi fallimentari e una cifra enormemente superiore sia stata spesa per strumenti bellici inutili o palesemente mediocri. A questo si aggiunge un fenomeno relativamente nuovo, ovvero il fatto che le ricadute tecnologiche per così dire civili, si sono azzerate, mentre comincia ad essere vero il contrario, ossia che il sistema militare insegua affannosamente le realizzazioni civili. Valga come esempio il fatto che molti dei sistemi informatici in campo militare soffrono di obsolescenza. Ciò fa sballare il tradizionale rapporto che si era instaurato nel dopoguerra tra spese militari e ricadute economiche sul settore produttivo, oggi praticamente limitata all’imposizione agli alleati di sistemi d’arma che i singoli Paesi non solo sarebbero in grado di sviluppare da soli, ma anche meglio.

Quindi non c’è nulla da meravigliarsi se il Pentagono spende per la ricerca anche in Italia, anzi questi investimenti saranno destinati ad aumentare col tempo e con la progressiva scomparsa di ogni idea di sovranità.

 


Videogioco di morte in Venezuela

Federation-Day-ScreenSpesso, anzi ormai quotidianamente, parlo di informazione perché è un settore della comunicazione dove la propaganda del sistema è più facile da decrittare, ma il vero “apostolato” del neo liberismo e dei suoi poteri si serve di altri canali per mettere a dimora i suoi pregiudizi e i suoi memi,  per farli attecchire e crescere nelle menti perché le persone agiscano contro i propri interessi e si colpevolizzino quando il sistema le schiaccia  Non solo giornali e notiziari, non solo notizie false e tendenziose, non solo libri ed articoli pensosi, tutte cose che alla fine raggiungono una modesta percentuale di persone, ma soprattutto serie televisive, film, app, distrìbuzione musicale. social e persino videogiochi, insomma quell’insieme ludico – emozionale che permette di raggiungere la gran parte delle persone e iniettare loro dosi massicce di pensiero unico senza che se ne accorgano.

A volte temi e strategie vengono anticipati in qualche modo da queste forme di comunicazione e per quanto riguarda la vicenda venezuelana si rimane colpiti da come alcuni videogiochi anticipassero le mosse future. Per esempio il sabotaggio delle linee elettriche per appoggiare il tentativo di colpo di stati di Guaidò è stato prefigurato nel dettaglio in Call on Duty – Gost lanciato sul mercato nel 2013, l’anno in cui con la morte di Hugo Chavez, Washington sperava di poter spazzare via in poco tempo il bolivarismo. Il gioco è ambientato in un futuro distopico dopo la distruzione nucleare del  Medio Oriente  ( nel 2013 la guerra siriana era al suo apice e l’Isis aveva proclamato la sua unificazione con la branca siriana di Al Qaeda).  Un generale venezuelano sale al potere, stabilendo una federazione di stile socialista che si diffonde in tutta l’America Latina come una malattia, unendo tutte le nazioni produttrici di petrolio e espellendo i cittadini statunitensi.Come giocatori si fa parte di una forza d’élite statunitense che invade il Paese, uccidendo il leader socialista e distruggendo la sua federazione. Le forze speciali statunitensi aprono il loro assalto lanciando un razzo su una diga che sembra straordinariamente simile alla diga del  Guri, dove si è effettivamente svolto il tentativo di golpe elettrico e subito dopo entrano in una centrale elettrica e inseriscono un virus informatico nella rete elettrica, immergendo Caracas nell’oscurità. Quasi esattamente ciò che è effettivamente successo. La città viene ricreata con dettagli vividi, fino ai graffiti chavisti che colorano i muri, mentre la missione si conclude con l’uccisione del leader del Venezuela, che viene colpito alla schiena dai migliori tiratori d’America. 

Ma non basta: in un altro videogioco sparatutto, “Mercenaries 2: World in Flames,”un demagogo  populista di nome Ramon Solano si impadronisce del Venezuela con un colpo di stato e si impegna a riportare i profitti petroliferi del paese alla sua popolazione, guarda caso esattamente quello che ha fatto Chavez. I giocatori sono dalla parte di Mattias Nilson, un sociopatico svedese che è disposto a uccidere chiunque se il prezzo è giusto. Sotto contratto da una multinazionale petrolifera, Nilson conquista il Venezuela e  finisce per far saltare il cervello di Solano nel suo palazzo – che sembra assolutamente somigliante al complesso 4F dove Hugo Chavez lavorava quando era presidente. così milioni di ragazzini finiranno per considerare normale,anzi scontata la demonizzazione del Venezuela socialista e altrettanto normale la sua distruzione manu militari, non rifletteranno nemmeno un minuto sul significato di tutto questo mischiando gioco e realtà in tutto unico. 

Non è certo un caso dei i videogiochi violenti  vedono come protagonisti e finanziatori il Pentagono e la Cia. Nel 2003, agli albori della cosiddetta guerra al terrore, Pandemic Studios – la società di  Mercenaries 2 – fu ingaggiato come parte di un progetto da 45 milioni di dollari formata messo a punto alcuni anni prima dall’esercito per collegare l’ambiente accademico di storici e analisti con l’intrattenimento e l’ industria di videogiochi. Un decennio più tardi, Dave Anthony, stilista di Call of Duty, fu arruolato da un ex funzionario del Pentagono di nome Stephen Grundman per consigliare il progetto The Art of Future War – un’iniziativa del think tank non ufficiale della NATO a Washington, il Consiglio Atlantico. Nel progetto è stato coinvolto anche Oliver North , il fanatico militare di estrema destra condannato per i crimini commessi nella  destabilizzazione dell’America Centrale durante gli anni ’80 e che ha lavorato specificamente per mettere a punto Call of Duty. Chi voglia cominciare ad approfondire il tema può andare a questo link dove in epoca non sospetta già si parla di questo rapporto speciali fra complesso militare e industria del software ludico, ma non è certo un mistero se l’esercito americani consideri i videogiochi come parte di un addestramento preventivo che evidentemente non riguarda solo lo sparacchiare, l’apprendimento di tattiche e strategie, ma soprattutto quello ideologico, abituando i futuri cittadini dell’impero e magari anche delle disgraziate colonie europee e di altre aree del mondo alla normalità della prepotenza. Anzi del male volendo parlare con il linguaggio semplificato e infantile dei padroni.


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