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Basta stranieri, rimandiamo Klimt a casa sua

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito”, così parlò Franceschini, ansioso di far dimenticare l’improvvida provocazione del sindaco di Venezia intenzionato a mettere all’asta il Klimt che fa parte della collezione di Ca’ Pesaro per aiutare le casse del Comune in profondo rosso. E dire che siccome sono maliziosa mi ero immaginata che avesse collocato  alla direzione degli Uffizi Eike Schmidt proprio perché sul suo curriculum brillava come una gemma la sua esperienza nella prestigiosa casa londinese Sotheby’s.

Invece possiamo stare tranquilli, la legge impedirebbe lo scempio, molto caldeggiato oltre che dal Brugnaro e dagli instancabili altoparlanti del mantra governativo: i beni culturali sono il nostro petrolio, i nostri musei devono diventare macchine da soldi e così via, dal più forsennato e ubiquo  promoter di mostre raccogliticce organizzate per celebrare i fasti del Gran Norcino, ultrà di ardite trasvolate di opere delicatissime inviate pericolosamente a far atto presenza in esposizioni pensate per appagare insaziabili appetiti di sponsor e imprese di Grandi Eventi.

Ma non del tutto. E non solo perché l’idea che quelli che dovrebbero essere garanti e depositari del nostro patrimonio artistico e culturale, hanno di quel petrolio, che tengono in minor considerazione di quello vero, per il quale sono pronti a sacrificare l’Adriatico tramite pittoresche trivelle, fa temere che prima o poi, per via delle crisi e malgrado la crescita eternamente imminente, per via dei patti perversi contratti con l’Ue e dei nodi scorsoi  stretti intorno al collo dei comuni e malgrado, proprio per fare un esempio calzante, la  Mostra del Correr del 2012  su Klimt, Hoffman e la Secessione sia stata visitata da 154.000 persone con un profitto dalla vendita dei biglietti di oltre 7 milioni, eh si,  fa proprio temere che prima o poi la legge magicamente si adegui a criteri più moderni di “valorizzazione” dei nostri gioielli di famiglia, destinandoli al monte di pietà come succede alle famiglie nobili colpite da non sorprendente indigenza. La dice lunga la scelta di direttori che devono dimostrare di essere manager con ardimentoso spirito di iniziativa più che custodi attenti,   esperti nel catalizzare investimenti privati più che studiosi e umanisti formati nel contesto anche territoriale di pertinenza del museo.

Come anche la consolidata aspirazione alla spettacolarizzazione dell’offerta del nostro patrimonio archeologico e artistico, dall’hic sunti leones, e magari fosse, al Colosseo con giochi d’acqua non anomali visto il fisiologico allagamento dell’area a ogni acquazzone, gladiatori, son e lumière, all’ossessione che ispira comuni piccoli e grandi, regioni, banche, fondazioni a investire in Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Personali secondo la logica che guida la progettazione delle Grandi Opere, su cui si indirizzano fondi che dovrebbero essere impiegati per la manutenzione e la tutela, e che hanno come obiettivo non secondario procurare reddito a sponsor, editori, organizzatori ormai strutturati, in regime monopolistico,  in Grandi Agenzie che hanno occupato il “mercato”.

Come anche il pudico silenzio che accompagna le iniziative di sindaci,   ridotti a solerti affittacamere dei monumenti delle loro città, offerti a prezzi modici per cene più o meno eleganti, convention, riprese di spot commerciali, nozze di rampolli in odor di mafia, sfilate di moda: proprio giovedì scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, straordinario monumento barocco e sito Unesco. Un cartello però li informava che la villa e il parco   sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit».   E il ritorno a Venezia, dopo il fugace affidamento della soprintendenza di Roma, di una discussa soprintendente – quella nota per gli eloquenti silenzi sul raddoppio dell’hotel Santa Chiara,   quella secondo la quale le grandi navi  da crociera che sfilano davanti a San Marco non sarebbero “preoccupanti”, quella che ha approvato la distruttiva lottizzazione di Ca’ Roman, il progetto di “restauro” del Fontego dei Tedeschi, i progetti al Lido  e qui mi taccio perché è uso della professoressa querelare a dritta e a manca, da Italia Nostra a Stella del Corriere, alla Lipu –  non può che offrire ulteriore motivo di apprensione.

Siano benedette dunque quelle norme – speriamo non provvisorie – del Codice dei Beni culturali che costringeranno qualche amministratore a rivolgersi ad Arsenio Lupin o a Vincenzo Peruggia per alienare sottobanco qualche tesoro nazionale e mandarlo in sceiccati, da magnati giapponesi, insomma da collezionisti appassionati quanto spregiudicati. Peccato però che nessuna legge scritta ci difenda e ci difenderà dalla grande operazione di svendita che ha investito il Paese e Venezia in particolare, forse per abituarci alla Grecia prossima futura, sicché le città le coste, le isole italiane sono diventate merce.

Per far fronte al patto di stabilità pezzetto su pezzetto il “Sindaco” del Consorzio,  il Commissario scelto da Roma, ora l’ineffabile Brugnaro ma ancora prima Cacciari: «Dobbiamo arrangiarci e saperci vendere», aveva detto nel 2009, procedono con la liquidazione secondo varie modalità, tutte oscene, tutte scriteriate, tanto che l’unica speranza è che, come è successo per Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo, manchino le offerte. Al Lido, dove dovrebbe trovar posto una grande e inquinante darsena per 1500 posti barca con annessa parcheggio per 750 vetture,  è stato smantellato il vecchio Ospedale per far posto a una operazione speculativa per l’accoglienza di lusso, residence e alberghi. Ca’ Corner è diventata Ca’ Prada e tante volte sono tornata sulla scempio della Benettown, l’antico Fontego dei Tedeschi concesso alla lucrosa megalomania della dinastia trevigiana. Sono andate all’incanto due ville alla Giudecca, per miracolo è stata fermata si spera per sempre l’asta di villa Heriot e del suo giardino protetto da vincoli paesaggistici, forse è stata sventata la cessione di tre palazzi storici dell’università di Ca’ Foscari, ritenuti adatti alla cessione perché troppo pregevoli per ospitare sapere e conoscenza. E poi la Bibioteca di Mestre, e poi la Scuola Manuzio, e poi le spiagge, i forti, le isole. E funziona a pieno regime il sito web della Direzione Sviluppo Territorio ed Edilizia con il corner “dedicato”   Marketing Urbano e Territoriale, nella quale si aggiorna sulla  partecipazione a tutte le fiere del settore immobiliare (Expo Italia Real Estate, Urban Promo, Tre Eire, Mipim) e si   segnalano agli operatori   le opportunità di investimento. Ha scritto l’instancabile Paola Somma che “a questi eventi i funzionari del comune si sono recati con il portfolio delle “occasioni in offerta” che comprende, di volta in volta, Forte Marghera, l’Ospedale al Mare, i palazzi ceduti al Fondo Immobiliari” , proprio come il dimissionario Sindaco di Roma, come i ministri che si sono avvicendati, i premier – ricordate i tour di Monti? –  tutti trasformati in piazzisti con il book delle AAA. Offerte imperdibili dei nostri beni comuni.

Settis nel suo libro “Se Venezia muore” scrive che  «In tre modi   muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato … quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé». Venezia sta morendo per tutte e tre le pestilenze: troppo cattivo turismo, un ceto dirigente ostile, locale e nazionale e, con  l’espulsione  dei suoi abitanti, la cancellazione del ricordo e dell’identità della città.

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