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I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Pd alla bolognese? Ma per carità…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La carità ha ormai sostituito pietas e solidarietà: è più “facile”. Soprattutto quando aiuta a aggirare l’ostacolo arduo del diritto per non parlare della giustizia. Perfino davanti all’oltraggio di un corpo, si fa ricorso alla consolante misericordia che aiuta la rimozione di responsabilità e stato di diritto.
Per un laico la più disdicevole per non dire ripugnante forma di carità dovrebbe essere quella “di patria” aprioristicamente assolutoria, indulgente e sterilmente acritica. E dannosa tanto quanto il libero dispiegarsi emotivo del pregiudizio, altrettanto estremo e improduttivo. Mi auguro quindi che nessun esponente o militante del PD sia tollerante nel “tollerare” giustificare o ignorare l’atteggiamento assunto da esponenti del partito a Bologna allineati con in Udc, Pdl e Lega nel respingere la richiesta di entrare nella consulta comunale avanzata da associazioni che rappresentano omosessuali e le loro famiglie. Secondo Riccardo Petrella, eletto nelle file dei democratici a Palazzo D’Accursio “Ammettere quelle associazioni nella Consulta è un abuso e bisogna riparare all’errore. Il riconoscimento delle coppie omosessuali in quanto famiglie non è previsto dal programma del partito democratico”.* (vedi nota in fondo all’articolo)

L’immagine di un movimento diviso a volte contraddittorio ma che ha il coraggio di rompersi su irrinunciabili questioni di principio eticamente meno negoziabili per laici ancor più che per i credenti, farebbe sentire meno soli tanti militanti. Consolerebbe qualche deluso sulla possibilità che esista ancora qualcuno che pensa che i diritti non sono una merce di scambio per incerte maggioranze. E darebbe un sia pur flebile barlume di speranza in chi irriducibilmente non vuole arrendersi all’orrenda agnizione che “tanto sono tutti uguali”, caposaldo consolidato e universalmente accettato della montante antipolitica.

È che siamo di fronte a un fantasma spesso evocato cui evidentemente non si sfugge: la sinistra si autodistrugge quando porta interessi partitici, se non addirittura economici. L’inettitudine a compiere una riflessione su una alternativa al monetarismo, che viene vista come una inevitabile e invincibile aberrazione del capitalismo contemporaneo, i cedimento sul terreno del lavoro e dei suoi valori, l’incapacità di muoversi sui terreni della morale e dell’etica, dai temi della corruzione a quelli dei comportamenti, delle inclinazioni e delle scelte personali, ci convincono amaramente che la fine delle ideologie dispiegatasi nel secolo breve non ha consegnato idee e aspettative al mondo irreale dell’utopia, ma nemmeno della radiose visioni, preferendo il tremendo ottuso “realismo” quel cinismo furfante che sembra essere una cifra bi partisan.

E registra un fallimento, lo smarrimento dell’identità di sinistra, perché quella di destra aggrappata come è alle sue radici storiche populismo, autoritarismo, razzismo, xenofobia, svuotamento della sovranità democratica, è ancora viva e definita. Ed è smarrita la distinzione tra queste due posizioni, che descrivono le grandi scelte politiche nel mondo moderno, dal 1789: uguaglianza o gerarchia, autonomia o eteronomia, razionalità o irrazionalità, orizzontale o verticale. Oggi la sinistra cosiddetta radicale non coglie più queste alternative, e la sinistra istituzionale non vuole davvero coglierle. Perché la polarità destra-sinistra dà ordine alla politica, come il denaro, strumento di scambio, lo dà all’economia: due identità sono relative, spaziali, non sostantive: dipende da chi si colloca a destra o a sinistra dell’altro.

Se lo spazio dei partiti si è fatto perverso: si ritirano dalla società, e questa si ritira dai partiti, nella sinistra questa distorsione è ancora più violenta e crea uno spaesamento.
Una volta per combattere la delegittimazione di questa distinzione, che va a scapito della democrazia, per limitare gli effetti devastanti dello stereotipo: sono tutti uguali, si usava come criterio il principio di uguaglianza: chi sottolinea ciò che accomuna è di sinistra, chi evidenzia ciò che differenzia è di destra. Oggi anche da sinistra si nega quella distinzione, così come ha reso indefinito il “territorio” di questa differenza che un tempo era lo stato-nazione, era lo spazio pubblico, dove i poteri pubblici prevalevano sui poteri privati e l’interesse generale su quello personale; uno spazio dove tutti i punti sono sotto la stessa legge.

Il nuovo spazio della globalizzazione è prodotto con mezzi privati, che sono i media di massa, i gestori dei flussi (finanza, droga, informazioni, merci, …). Questo spazio non ha più confini, tutto in esso si sovrappone; le comunicazioni alla velocità della luce portano in ogni punto dello spazio le diverse fonti di potere.
Si dirà che questa è la crisi della politica, non solo della distinzione destra-sinistra.

Ma è imperdonabile che la sinistra, che nella Rivoluzione Francese e dopo ha saputo ha creare la geografia della politica, da una parte libertà, uguaglianza, libertà, dall’altra gerarchia, oscurantismo, autoritarismo, abbia perso la sua stella polare, dal tabù della violenza al principio di inclusione, dal primato della responsabilità all’assunzione dei limiti, da quelli alla crescita fino all’imposizione di confini invalicabili alla volontà di potenza.
È che aveva ragione il rabbi Hillel. Prima di essere corrotto da una generalizzata domanda di divieti e proibizioni per por fine a vizi e delitti, aveva prodotto una legge elementare: non fare ad altri quello che non vuoi venga fatto contro di te. Aveva pensato che fosse sufficiente a salvare l’umanità dalla sopraffazione dell’idiozia autodistruttiva. E probabilmente è proprio così.

*La vicenda di Bologna è tanto più grave perché  il 28 settembre scorso, il Parlamento Europeo ha ufficialmente richiesto a tutti gli Stati Membri dell’Unione di fermare ogni forma di discriminazione e violenza nei confronti del popolo LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender), condannando apertamente il fatto che in molti paesi del nostro continente l’omosessualità, la bisessualità e la transessualità siano ancora soggette a discriminazioni di ogni tipo.


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