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Figli, figliastri e politicastri

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sbagliavo, avevo sperato di non dover più scrivere a proposito delle unioni di fatto, mi ero illusa, ingenuamente, che passasse un provvedimento che rappresenta il minimo garantito per sanare situazioni che ci relegano agli ultimi posti nelle graduatorie di civiltà, denunciate da organismi internazionali che nulla hanno a che fare con l’empia Unione monetaria, lesive di principi costituzionali, se la Costituzione tirata da una parte all’altra come una pelle di zigrino, in attesa di finire a pulire parabrezza, non parla mai di matrimonio e famiglia come dell’unione tra persone obbligatoriamente di sesso diverso, ma di un vincolo fondato su amore, affetto e solidarietà e che in ragione di ciò assume significato e respiro sociale.

Mi ero ingannata pensando che una formazione non strutturata, che, anche a motivo di questo, aveva meno a cuore ragione di stato e soprattutto il legame evidentemente inscindibile tra ragion di politica e ragion di chiesa, non decidesse per l’abiura, per la slealtà rispetto al proprio mandato, dando  la cosiddetta rituale libertà di coscienza su un tema eticamente sensibili, come si è soliti ormai chiamare quei territori esposti a scorrerie confessionali e intrisi di una morale clericale che sconfina in interpretazioni di parte di biologia, scienze naturali, piscologica da posta dell’esperto. E come se non fossero altrettanto “sensibili”  lavoro, istruzione, immigrazione,  beni comuni e ambiente, informazione e censura.

Mi ero ingannata ritenendo che certe acrobazie avessero fatto il loro tempo, che finalmente si guardasse come a un folklore condannabile ma poco offensivo alle sentinelle in piedi o carponi, dimenticando quanto certi arnesi associati e organizzati abbiano incrementato l’obiezione di coscienza, quanto la loro azione minacci ancora il diritto più amaro che ci siamo conquistate, quello a non abortire in clandestinità a e a rischio della vita, facendo di una scelta dolorosa un reato. Eppure avrei dovuto apprendere la lezione, perché gli equilibrismi di oggi a proposito dell’inevitabile passaggio obbligato da “adozioni del figliastro” alla legalizzazione dell’utero in affitto, sono appunto volteggi strumentali, gli stessi che profetizzavano che il divorzio avrebbe sotterrato l’istituto familiare, che l’aborto si sarebbe diffuso come una pratica generalizzata in attesa dell’autorizzazione all’infanticidio delle figlie di troppo come in Cina, che la libertà di vivere le proprie inclinazioni amorose e sessuali conducesse inevitabilmente alla legittimazione di accoppiamenti perversi – come mi è capitato di leggere proprio oggi in qualche delirante commento nei social network,  o inesorabilmente alla pedofilia, peraltro molto praticata in sedi che dovrebbero custodire i più elevati valori morali e che sono autorizzate a non ubbidire alle leggi degli uomini. Per non dire del consumo di droghe leggere altrove annoverate tra provvidenziali preparati antidolorifici, additato come implacabile anticamera di   tossicodipendenze e di carriere di spacciatori.

Eppure l’adozione dei figli del compagno o compagna è legale in Italia da anni così come invece l’utero in affitto è un reato e non sembra che questo abbia dato luogo a commerci nazionali estesi, a un racket delle inseminazioni e dei riconoscimenti farlocchi.

Anche questo fa parte del repertorio e delle sfilate della nuova tendenza autunno- inverno – molto di moda tra neo bakuniani, sorprendenti fan di Proudhon, lettori entusiasti di pensatori che trattano Marx come Moccia tratta l’amore, e che continuano a trattare spericolatamente l’argomento accusando chi sostiene l’inalienabile  indivisibilità dei diritti, senza graduatorie e senza garanzie, di battersi in favore di optional, di garanzie e prerogative  marginali, minoritarie cui si può ragionevolmente rinunciare in presenza di bisogni prioritari, di istanze pregiudiziali e irrinunciabili.

Anzi, sono proprio loro con l’entusiasmo dei neofiti dell’egualitarismo, a ribadire in continuazione che matrimoni e adozioni omosessuali sono “richieste da ricchi”, assimilabili a capricci, bizze e desideri da un ceto viziato che vuole troppo. Come se chi è ricco non fosse già in grado, omosessuale o no, di regalarsi i viaggi del turismo della procreazione, come se chi è ricco avesse bisogno di un provvedimento governativo per assistere chi ama in una clinica di lusso, generalmente molto liberale per quanto riguarda privacy e tolleranza di costumi anticonformisti. Come se chi è ricco si preoccupasse di poter assicurare i benefici dell’assistenza sanitaria al partner, “privilegio” che si sono aggiudicati ad esempio i parlamentari. Come se chi è ricco si dovesse preoccupare di reversibilità della pensione, che come è noto è l’estensione a un coniuge più debole e meno garantito, del proprio salario differito.

Come se non fossimo abituati al fatto che i ricchi non hanno bisogno di leggi per coronare i loro desideri. Oppure che le leggi se le fanno ad hoc, ad personam, a capriccio, grazie  alla mobilitazione dei nuovi sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che  predispongono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di  trasformare una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata, facendo del diritto  e della giustizia una merce e consolidando, loro sì, il commercio dei corpi e  delle vite, delle convinzioni, delle scelte e dei diritti fondamentali.

Davvero a volte fanno più una vignetta o una battuta di qualsiasi editoriale, manifesto, invettiva. E per ricordare che i diritti chiesti e conquistati da qualcuno non sottraggono niente a chi li ha già, vien buona la frase di un sito di satira nel web: non si capisce perché non volete il matrimonio tra gay, mica dovete far loro il regalo.


Vitalizi, il raggiro dei “moralizzatori”

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In tempi di crisi gli italiani devono mettere una mano sul cuore e una sul portafoglio. E infatti l’autore di questo appello alla nazione è stato anche l’artefice di quel prelievo forzoso spauracchio dei poveri risparmiatori, non ancora colpiti da quelle ben altre piaghe e iatture che avrebbero dato seguito e più larga applicazione alla misura “inevitabile” imposta da Giuliano Amato, il cui salvadanaio di pensionato è rimasto inviolato a quota 360.000 euro lordi, pari a 12.618, 22 netti mensili, 9 mila dei quali come vitalizio in qualità di  ex parlamentare.

È che mica sono tutti uguali gli italiani, né i loro cuori generosi e tantomeno i loro portafogli. In non sorprendente coincidenza con la  sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco degli adeguamenti pensionistici di circa 5 milioni di pensionati, ma in ancora meno stupefacente prossimità con le elezioni regionali,  è stata approvata la delibera che sospende le pensioni a vita per gli eletti in Parlamento condannati per  crimini di mafia, terrorismo e reati contro la Pubblica amministrazione con pene superiori a 2 anni di reclusione.  E che  nella versione finale del testo, grazie al  compromesso fortemente voluto dal Partito democratico, aumenta  le possibilità di farla franca. Escludendo l’abuso d’ufficio, si prevede la modifica in senso restrittivo per i delitti non colposi da 4 a 6 anni e si inserisce l’edificante principio di riabilitazione, in nome forse di quelle rincuoranti  radici cristiane che predicano perdono, che credono alla redenzione, che promettono salvezza. In questo caso non c’è nemmeno bisogno di pentimento, che a circoscrivere in numero dei colpiti da questa sia pur tardiva misura di moralizzazione, come l’ha definita la presidente Boldrini, ci pensano  lunghezza dei processi e prescrizioni provvidenziali.

Così sono  pochi i sommersi, da cercare col lanternino tra amici e compagni di merenda di picciotti in coppola, perché ci vuol poco a immaginare che per mafia si intenda proprio quella e non quella in guanti gialli della criminalità finanziaria, del gioco d’azzardo nel quale molti esponenti della classe politica hanno investito all’ombra dell’ala protettrice dello Stato, né quella delle banche, o quella della corruzione considerata peccato veniale, vizietto endemico quindi da guardare con pragmatica indulgenza.

E sono invece molti e autorevoli i salvati, di antico conio o più giovani, quelli che hanno attraversato Mani Pulite e oggi sono influenti comparse in veste di politologi in tutti i talkshow o prestigiosi consulenti, quelli arrivati in Parlamento dopo qualche tollerabile scorribanda regionale.

E tutti rivendicano i loro diritti alla pensione, doveroso e legittimo riconoscimento dell’opera prestata in favore e a beneficio della società, quella pensione che, proprio perché non siamo mica tutti uguali, è un reddito differito per tutti, mentre per loro, le loro consorti, i loro eredi, è una regalia che deriva  da un sistema di privilegi che per molta parte è stato abolito,   ma che continuerà a produrre i suoi effetti nel futuro, grazie a emolumenti dei quali beneficeranno quelli che oggi sono almeno sulla sessantina,  mentre gli altri, le persone normali, i comuni mortali,  arrancano verso una pensione sempre più lontana.

 

“Perbacco, ha esclamato il senatore Sposetti, figurante d’obbligo in molte inchieste, ex tesoriere dei Ds, curatore in questa veste di un immenso patrimonio immobiliare conferito a un numero imprecisato di fondazioni, autodefinitosi “l’agenzia di collocamento degli ex Pci”, non vorremo mica lisciare il pelo all’antipolitica”. Eh si perché quel vitalizio – ma solo per loro, che noi invece siamo soggetti al sistema contributivo introdotto da una riforma che hanno votato con entusiasmo –  deve considerarsi   diritto inalienabile,   “acquisito e maturato con il versamento dei contributi del lavoratore e dell’azienda, un diritto alla sopravvivenza”, insomma un premio di fedeltà alla ditta, il riconoscimento di una rendita di posizione, che non si vuol cedere a nessun costo, che si preserva a costo  della rinuncia non troppo dolorosa a ideali, principi, doveri di rappresentanza, che si cerca di mantenere, duratura e inaccessibile a ricambi che non siano quelli dinastici o interni alle logiche aziendali.

E infatti se ha ben  poco di legittimo la pretesa di considerare i vitalizi come delle pensioni,  quindi come le retribuzioni differite, commisurate alla quantità e qualità del lavoro prestato,  di deputati e senatori,  durante la loro attività di rappresentanti della Nazione, e che prevede appunto la corresponsione di una indennità che “li preservi  dalle ristrettezze economiche”,  lo è ancora meno la permanenza per decenni in Parlamento di preziosi inamovibili, la rivendicazione di godere a un tempo di immunità, benefits, rimborsi, servizi  legati a  un mandato di “pubblico ufficiale”  e le tutele, le ricadute economiche, le prerogative per non dire i lussi di professionisti e manager aziendali.

L’antipolitica è una bestia che fa sempre meno paura, in vista della cancellazione delle elezioni democratiche e dell’annullamento della partecipazione democratica, quando il voto diventa una pratica notarile di conferma, superflua se poi il leader deciso altrove non ne ha nemmeno bisogno. Mentre fa molta più paura la perdita di privilegi che minacciano anche simbolicamente lo stato di superiorità remota e crudele del politico, soggetto a una selezione sempre più affine a quelle del personale, alle regole del marketing e della pubblicità, ma in compenso, e per legge, esentato da quella mobilità, da quella precarizzazione che hanno investito il mondo del lavoro ora che il lavoro è morto. E tra i privilegi che non vogliono mollare c’è quel diritto all’impunità nel cui culto sono cresciuti e alla cui manutenzione si sono dedicati,  tramite leggi ad personam, riforme a consolidamento delle disuguaglianze che attribuiscono loro una iniqua superiorità e intoccabilità, che deve essere sancita anche simbolicamente, a scopo dimostrativo, così che ci siano colpevoli eccellenti, reprobi doc, condannati regali, pensionati d’oro, e giù in fondo tutti gli altri.

 

 

 


Corrotti e corruttori

corruzione-300x245Anna Lombroso per il Simplicissimus

Troppo impegnato nella nobile crociata in difesa delle immaginette sacre dei talk show, Letta non si è accorto che l’Europa sanciva che siamo definitivamente “Grecia”, con una patente ufficiale di inaffidabilità: «Norme anticorruzione insufficienti, e basta leggi ad personam». La Commissione ricorda nel suo report sulla corruzione in Europa, il primo in materia, che per l’Italia questa ha un valore di circa 60 miliardi l’anno, pari a circa il 4% del Pil.  Quei 60 miliardi sono la metà di quello che l’economia europea perde annualmente per casi di corruzione, ovvero 120 miliardi.

Ha fatto male. Persuaso che è meglio farsi colonizzare dagli emiri e dagli sceicchi, il test sta riuscendo perfettamente in Sardegna, piuttosto che dall’Air France, Letta ha trascurato che certi incauti acquisti riescono meglio proprio perché il compratore è invogliato da contesti opachi, da legalità incerte, da una inclinazione a alleanze discutibili e disinvolte che favoriscono concorrenti spregiudicati. E anche questo test è già stato effettuato con appalti per grandi opere, grandi eventi, anzi uno è in corso, nel caso si volesse una conferma.

D’altra parte la “cessione” di Alitalia a Etihad è una conferma dell’inadeguatezza politica, economica e commerciale di un’Europa impegnata solo a  difendere e rappresentare l’imperialismo finanziario, a sviluppare un nazionalismo regionale chiuso ed inclusivo, che la condanna a un isolazionismo difensivo e alla lunga suicida.

Ne è prova l’allarme tardivo –arriva una decina d’anni dopo le annuali denunce della Corte dei Conti – della pressione della corruzione e dell’illegalità anche tramite un edificio di leggi ad personam per aggirare le regole e favorire l’iniziativa privata. Ma è bene non cadere nella trappola, non si tratta di una delle solite lezioni impartite dalla severa pedagogia carolingia, quella che esprime riprovazione per i nostri infami respingimenti degli immigrati, ma condanna i suoi popoli alla disperazione preambolo all’immigrazione. L’intento è quello di cacciarci solennemente e formalmente alla faccia dei trionfalismi governativi, tra i pigs, propaggini di un inquieto e inaffidabile Mediterraneo, bacini di disordini e eversioni, che – stia tranquilla l’Europa, de noi assumono i toni ridicoli di scaramucce di dilettanti impegnati a difendere le rendite di posizione frutto dell’ubbidienza. Pare infatti che ci resti come valore nazionale solo quella, la rispettosa e ossequiente accondiscendenza all’imperio europeo, mai messo in discussione nemmeno a fronte di un paese che crolla sotto la pioggia, della scomparsa del lavoro, della fuga di imprese profittatrici che hanno vissuto di parassitismo e abbandonano la nave come sorci, di un malessere che serpeggia avvelenato come una premessa della scomparsa italiana, troppo silenziosa e remissiva.

Si non è un caso che l’Europa si accorga solo ora delle anomalie italiane. Perché invece ha alimentato la sindrome greca, qui ancora più invasiva e potente, quella combinazione di clientelismo, malaffare, corruzione endemica, nutrita dalla coincidenza d’interessi tra imprenditoria che non produce  preferisce le sorti incerte del gioco d’azzardo finanziario e ha bisogno di liquidità, criminalità che si insinua dappertutto soprattutto nell’economia “legale”, ma già troppo informale,  che deve riciclare quattrini sporchi gli stessi che occorrono per aggiudicarsi appalti facili, politica e pubblica amministrazione sempre più avide e rapaci, aiutate dalla sospensione di un sistema di controlli già inefficienti e dalla latitanza di leggi, già eluse. Si tratta di un sistema geneticamente criminogeno nel quale la banalità del male è occultata in un modello economico ampiamente accettato, anzi promosso come unico propedeutico alla crescita.

È  proprio quella miscela avvelenata che ci ha consegnati disarmati di una immeritata sovranità e autonomia che ci erano state date in prestito insieme alla Costituzione e a una democrazia imperfetta ma ancora vivace. Corruzione, indebitamento, pressione fiscale, smantellamento delle regole, delle conquiste  e delle garanzie del lavoro, impoverimento dell’istruzione, disinteresse e abbandono dell’ambiente e del paesaggio, sono stati favoriti da chi aveva in mente il grande saccheggio, perché la preda finale era la cancellazione delle democrazie nazionali, per far posto alla superpotenza accentratrice e autoritaria, quella del profitto e dell’accumulazione.

Non è che l’Ue non si sia accorta del crescere irrefrenabile di frodi, conflitti d’interesse, indifferenza per la sofferenza e la miseria, rifiuto di responsabilità, assenza sistemica di giudizio morale collettivo e individuale, tolleranza del crimine. Ha contribuito al massacro economico, sociale, amministrativo, usando la crisi come modalità di governo contro governi e popoli. Altro che semestre di presidenza, dovremmo denunciarla per tradimento e per crimini contro l’umanità, insieme ai suoi kapò che vanno in giro con la valigetta da piazzista per venderci al peggior offerente, che non meritiamo nemmeno i padroni migliori.

 


La prevalenza dello stronzo

Non capisco perché il povero Alfano e Mavalà Ghedini  debbano inventarsi grottesche esenzioni penali al fine di evitare la condanna di Berlusconi con connessa interdizione dai pubblici uffici. Più di 65 anni e incensurato, roba che nemmeno nelle fumerie d’oppio saprebbero immaginare. E perché non depenalizzare qualunque reato se chi lo ha commesso è basso e pelato nonché proprietario di più di cinque ville?

Ormai siamo oltre ogni decenza: se fino a qualche tempo fa si cercava di negare che le leggi salva cavaliere fossero ad personam, oggi invece lo si rivendica e manca solo che si pensi a concedere le attenuanti se uno ha il culo flaccido.

Sì, però troppo sfrontato anche per l’elettorato di Silvio, soprattutto quello più acculturato che legge Kant in una rara edizione stampata su mutande di seta beige. E invece la soluzione è semplice: attenuanti e depenalizzazione se uno è veramente stronzo. Con tutti quelli che girano chi crederebbe che è una legge ad personam?

 


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