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Cervelli in fuga, ma il Cretino resta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4 milioni 711 mila italiani, 3 374 000 dei quali provenivano dal Mezzogiorno. Si ammassavano nei bastimenti per terre assai lontane (v ricorda qualcosa?), era gente povera e analfabeta (la Regione che diede il massimo contributo all’esodo fu la Basilicata la cui popolazione nel 1911 si ridusse del 3,5%), destinata ai bassi ranghi del sottoproletariato urbano. Partono soprattutto dall’ “acerba” montagna, dove la terra non dà niente, osteggiati dallo Stato che invita i prefetti a impedire l’emigrazione clandestina e a disincentivare quella lecita. Scrive allora Nitti, “mentre si scrivono libri, si pronunciano discorsi, si compilano leggi, i contadini meridionali trovano la soluzione  da sé silenziosamente, partono a creare quei capitali che sono necessari per fecondare la terra del loro paese”.

Oggi ci informa  il rapporto «Migrantes», della Cei, la nuova emigrazione  sarebbe   “sempre più giovane e qualificata”. In 10 anni si registra un +55% di italiani residenti all’estero: in totale sono 4,8 milioni. 107 mila se ne sono andati nel 2015 (+6,2% in un anno): per il 50% giovani, per il 20% anziani.  Sono in forte aumento le partenze da Veneto e Lombardia mentre diminuiscono le percentuali del Mezzogiorno. E a differenza di quei migranti di inizio ‘900 e dei 5 milioni di italiani che sono emigrati in Germania nel dopoguerra – per il 90%  rientrati in patria-  chi parte oggi non tornerà, “in assenza di nuove opportunità”.
Dagli anni ‘70 non c’è fila alla cassa del supermercato, non c’è cena del sabato in pizzeria, non c’è dialogo tra sconosciuti in treno nei quali non risuoni il mantra: potessi, me ne andrei. Allora e per molto tempo si aggiungeva: aprirei un chioschetto in una spiaggia, una spaghetteria a Cuba, adesso sono diminuite aspettative e velleità e i laureati alla Bocconi che non discendono da stirpi reali, che non appartengono a dinastie baronali la pizzeria non l’aprono, accontentandosi di fare i “manager del food” servendo ai tavoli da Pappagone a Londra.

Sappia Salvini che nessuno li aiuterà a casa loro, cioè nostra. E suona oscena la reazione del premier alla pubblicazione dell’indagine della Cei, venuta buona per un altro immancabile spot per il Si:  “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Magari era meglio favorire le condizioni perché non se ne andassero, proprio come si poteva evitare la cosiddetta emergenza dei barconi: bastava non scaricare bombe, non depredare territori e risorse, così come era sufficiente favorire occupazione, salvaguardare garanzie e diritti, promuovere istruzione, ricerca e innovazione, condizioni indispensabili per incrementare la decantata competitività, per esaltare talenti e vocazioni. Magari era meglio non rafforzare quella mitologia  delle formazioni “utili”, quelle cioè funzionali unicamente a un mercato del lavoro tarato solo sulle esigenze di azionariati che hanno dismesso ogni investimento legato alle produzioni, all’economia reale  e all’innovazione.  Se a ridosso di un sisma catastrofico, mentre sono in crescita le iscrizioni a università private “acchiappacitrulli” e a master/parcheggio che prolungano indefinitamente la permanenza in uno status di dipendenza adolescenziale, mentre pare abbiano una singolare attrattività facoltà di filosofia, forse per via della nuova moda di dotare aziende di un consulente filosofico un tanto al chilo, l’Istat comunica che tra le  lauree che faticano più di altre a trovare sbocchi lavorativi figurano, insieme a  Scienze biologiche e  Scienze naturali,  anche quelle di Scienze geologiche.

Così  se è improbabile che l’evocazione del Ponte sullo Stretto porti all’accreditamento di carriere nel settore dell’ingegneria, il sensato proposito di stringere un’alleanza con il territorio per dare concretezza a un New Deal che veda lo Stato investitore general manager e contractor per il risanamento e la salvaguardia, come anche per la tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, viene equiparato a un’uggiosa esercitazione di parrucconi e disfattisti.

No, non ci aiuteranno a casa nostra. E il motivo è semplice. Dietro a pregiudizi e ideologie, interessi e ideali che partecipano al coro con concetti e slogan disparati:  difesa dell’identità e sicurezza minacciata, necessità di promuovere multiculturalismo, cosmopolitismo globalista o arroccamento nelle fortezze imperiali, quello che resta ben saldo è il contributo che l’immigrazione dà al sistema capitalistico nella sua ultima aberrazione, quella finanziaria. Una considerazione realistica della quale anche noi avanzi della sinistra ci vergogniamo un po’, temendo l’annessione obliqua al fronte xenofobo, razzista o semplicemente europeo.

Il fatto è che muri, recinti, rifiuto, respingimento attuati dall’impero e dai suoi consoli regionali, nascono dalla difficoltà di gestione spicciola da un lato, dal timore che comunque masse di disperati non qualificati non possano essere assorbiti e pesino sul bilancio degli stati, ma dall’altro dalla vocazione del pensiero unico a creare diffidenza, risentimento, divisione per meglio comandare. Ma dietro agli steccati, alla repressione, esiste concreto il perseguimento di un disegno di “crescita” di un padronato che insegue la creazione di un esercito mobile, senza patria e radici, senza storia e memoria, da spostare qua e là come il dio mercato vuole. E con un effetto non secondario che consiste nella “concorrenza” interna esercitata da quei lavoratori temporanei, necessariamente disposti a accettare un salario più basso, la rimozione di diritti e garanzie,  tale da abbassare fisiologicamente anche gli standard remunerativi, come quelli legati a sicurezza, conquiste e  prerogative della forza lavoro locale, abbattendo così ogni speranza che si coaguli e esprima un potenziale unitario dei lavoratori.

Nell’era del saccheggio, della spoliazione, siamo tutti prede e bottini. La ricetta qui e altrove, a casa e fuori, sarebbe diventare “classe” unita, consapevole e solidale, retta da fini elevati ben oltre la sopravvivenza in una nuda vita, ma c’è da temere che togliendoci la facoltà di sperare e sognare, abbiano cancellato anche quella di  lottare.

 

 


Dottori da Lega…re

Almeno potevano risparmiare

Licia Satirico per il Simplicissimus

Nel fiume di soldi in nero della Lega spicca l’ossessione per lauree e diplomi, in una sorta di abolizione secessionista del valore legale del titolo di studio. Mentre la moglie di Bossi consumava la passione per l’occultismo col favore del Gemonio, l’amica Rosi Mauro smaniava per il “pezzo di carta”: per sé e per l’amico Pier Moscagiuro, poliziotto in aspettativa alle dipendenze della vicepresidenza del Senato, noto per una collaborazione artistica con Enzo Iacchetti sfociata nell’indimenticabile hit “Kooly Noody”.

La coppia Mauro-Moscagiuro era in trattative – a quanto pare – con la defilata Svizzera, dove i sudati titoli di studio sarebbero stati in vendita al costo di 120.000 euro. Per Renzo Bossi, invece, le aspettative erano di gran lunga superiori. Papà Umberto, già conosciuto per la sua laurea apocrifa in medicina, aveva dichiarato «mio figlio Renzo parla talmente bene l’inglese che ha fatto da interprete nell’incontro tra Berlusconi e Hillary Clinton». Mentre finalmente comprendiamo la ragione della freddezza diplomatica mostrata dagli USA verso il nostro Paese negli ultimi mesi del governo Berlusconi, scopriamo che dal 2010 Renzo Bossi sta prendendo una laurea in un’università privata di Londra. Ogni tanto Renzo andrebbe persino a frequentare i corsi tra una fidanzata e l’altra, per un costo che – in base alle conversazioni intercorse tra Nadia Dagrada e il temerario Belsito – si aggirerebbe intorno ai 130.000 euro. Nostri. Sicuramente non si tratta di una laurea in geografia, visto che il giovane Bossi, appena poche settimane fa, ha confuso Canada e Australia. Non si tratta nemmeno di una laurea in filosofia, poiché l’ittico erede di casa Bossi ha dichiarato di tenere Popper sul comodino senza specificarne l’uso. La matrice anglosassone del corso di studi consente di escludere una laurea in italianistica: Bossi junior è noto, del resto, per aver coniato il verbo “proseguere”. Non è una laurea in informatica: Renzo è assurto agli onori delle cronache per aver ideato sulla sua pagina Facebook l’amabile gioco “rimbalza il clandestino”, costatogli un processo per istigazione all’odio razziale. Ma non è neppure una laurea in scienze della comunicazione: intervistato sui suoi tre valori di riferimento, Renzo si è limitato a citare – senza troppa convinzione, per ragioni ora chiare – l’onestà. Il “pezzo di carta” di Renzo, autentico buco nero dei fondi neri della Lega, si attesta dunque a metà strada tra le scienze follicolari e la supercazzola prelaureata con versamento a destra. Bossi senior si è detto rammaricato di non aver scelto la Lega invece dei figli.

Siamo rammaricati anche noi. Se i figli sono piezz’e core, che dire però della badante Mauro? Una sola, potente e desolante, l’immagine che ci tormenta. È il 21 dicembre 2010: da pochi giorni il governo Berlusconi, grazie agli irResponsabili di Scilipoti, è salvo, ma ha bisogno di esibire la prova muscolare della sua risicata maggioranza. Il capro espiatorio è l’università: la legge Gelmini viene approvata frettolosamente sulla pelle degli atenei italiani, che ancora attendono la maggior parte dei suoi decreti attuativi. Una delle sedute parlamentari più grottesche è presieduta da Rosi Mauro con piglio da “abbanniatrice” (così a Palermo si chiamano gli ambulanti). La Mauro procede come un automa nonostante le proteste dell’opposizione e finisce col parlarsi addosso, sospendendo la seduta al grido di “vergogna” dopo aver approvato a sua insaputa quattro emendamenti del Pd. L’idea che la vicepresidente del Senato – che non ha alcuna intenzione di dimettersi – abbia contribuito a distruggere l’università, begando di nascosto per comprarsi una laurea in Svizzera a nostre spese, fa una rabbia da togliere il sonno. Fa rabbia, del resto, il pensiero di una classe politica incolta e volgare che pensa di poter comprare tutto senza fatica, senza remore, senza conseguenze.

Mai come in questo momento laurea e cultura, cultura e università, sapere e politica, etica e responsabilità sono stati così distanti. È di pochi giorni fa la notizia che il presidente ungherese Pal Schmitt ha rassegnato le sue dimissioni per aver copiato, vent’anni fa, l’ottanta per cento della sua tesi di dottorato. La stessa sorte è toccata in Germania, per le medesime ragioni, all’ex ministro della difesa Guttenberg. In Italia, di fronte ad accuse assai più gravi, non ci si dimette e si grida pure al complotto. Dà conforto solo il pensiero che Renzo Bossi non sia laureabile nemmeno per vie illecite.


Come ci riformano

Questo caldo che rende metafisico lo spazio urbano, mi fa pensare agli ossi di seppia di cui è costellato il nostro paesaggio civile: le farse e i drammi, l’immobilità e l’indifferenza. Le cose annunciate, evocate come se non fosse possibile cambiare la scheda di cartone alla pianola stonata. Liberalizzazioni, riforme, cambiamenti che rassomigliano alle vetrine dei saldi, senza però il negozio dietro.

E a proposito di riforme, di quelle che non si fanno, di quelle che vengono presentate come un toccasana per l’economia, di quelle irrinunciabili sia per la destra che per la sinistra che per il centro, che per l’aria fritta, la posizione che riscuote maggior successo. Ce n’è una che sento spesso enunciare come indispensabile  che mi rende particolarmente nervoso perché sono esattamente 35 anni che chiedo a cosa possa mai servire e a cui nessuno è riuscito a rispondere. Il primo è stato un docente di medicina dell’Alma Mater, uno di quei liberali malegodenti e sussiegosi che alla mia domanda rimase a balbettare.

Si tratta dell’abolizione del valore legale della laurea. Subito a botta calda, si pensa che possa servire a diminuire la pena ai falsi medici e dentisti che sono uno sport molto praticato in Italia. Poi si riflette e magari viene in mente che basta dire sono un ingegnere e presentare un curriculum in cui si magnifica la propria abilità col meccano e si è assunti. Chissà magari serve nella pubblica amministrazione a non pretendere lo scatto dopo essersi laureati col Cepu o magari con quei pacchetti tutto compreso delle maggiori università che sei hai più di trent’anni e la patente ti scontano venti esami.

La bellezza di 35 anni fa spiegai a quell’illustre clinico che il valore legale della laurea non aveva nulla a che vedere con la competenza, ma serviva a togliere ai ceti popolari un mezzo di riscatto, di sottolineare e murare le disuguaglianze. Non ci aveva pensato prima, così disse che ero intelligentissimo, mentre in realtà era solo un po’ tonto lui.

Certo oggi le cose sono cambiate: la competenza serve a pochissimo, visto che si laureano i più improbabili individui della nomenclatura tradizionale o avventizia, mentre la laurea “non legale” sarà un buon motivo per pagare meno le assunzioni.  Ma in realtà è molto di più: è la necessità invocata, ma mai spiegata, grazie alla quale si vuole distruggere l’università pubblica per sostituirla con quella privata. Così rette altissime, fili spinati sociali  e ,c’è da giurarlo, infiniti giochini, garantiranno che solo i figli dell’establishment, solo i credenti nel sistema, potranno accedere al pezzo di carta, ancorché non legale. Una sorta di privatizzazione del sapere che si realizza attraverso i filtri di ingresso che quelli di uscita.

Ciò che mi sorprende è che di fronte a questo irrinunciabile must delle riforme nessuno abbia il coraggio di chiedere una spiegazione approfondita delle ragioni per le quali questa cosiddetta liberalizzazione sarebbe in grado  di vivacizzare il sistema Italia., mentre invece non è altro che il risultato della sua arcaicità. Dico mi sorprende, ma non è affatto vero, mi fa solo arrabbiare per un sistema dell’informazione che non sembra più in grado di sparigliare il conformismo, ma anzi di crearlo e di dargli amorevolmente manforte

 


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