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La tisi dell’economia liberista

5383248Una volta si chiamava eufemisticamente mal sottile, per togliere alla vera e propria pandemia di tubercolosi o tisi sviluppatasi nel corso della rivoluzione industriale, il carattere drammatico della malattia incurabile. Incurabile, certo, ma che fino agli atti terminali, tra aggravamenti e remissioni, concedeva una sorta di tormentosa normalità, almeno quando ad essere colpite erano le persone abbienti in grado di pagarsi periodi di sanatorio come Hans Castorp o lunghi soggiorni in località dal clima favorevole:  “Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;/ e se permette faremo qualche radioscopia…” come scrive Gozzano morto appunto di tisi.

Questo carattere di “morbo lento” e facile da dissimulare è appunto quello di cui soffre l’economia mondiale: i medici avidi e impotenti fanno finta che si tratti di raffreddore, che basta pazientare e sopportare le cure per guarire e tornare in forma come prima, ma non è così e lo dimostra la crisi del petrolio, nata come tentativo dell’Arabia Saudita di colpire la produzione da fracking e risoltasi in un disastro per se stessa e anche per i piccoli produttori americani che ormai sono ostaggio della finanza (“con già otto fallimenti dall’inizio dell’anni i produttori più deboli vivranno o moriranno secondo il capriccio della finanza” dice una nota di Citigroup di pochi giorni fa) : per sopravvivere invece di abbandonare la produzione l’hanno aumentata fino all’impossibile, scavando più pozzi da sfruttare nell’immediato (vedi nota) aumentando così la produzione e favorendo un’ulteriore discesa dei prezzi. Seguiti da tutti gli altri Opec e non Opec che hanno accresciuto la produzione per supplire con la quantità ai minori rendimenti. Il fatto è però che nonostante il calo drammatico dei prezzi, scesi ormai a un  terzo rispetto a quelli di inizio 2014, la domanda globale è aumentata solo dello 0,3%, comprendendo anche il +5,5% cinese e in Europa oscilla tra lo 0,1 e lo 0,5 per cento. Per di più questa crescita riguarda esclusivamente il carburante per i veicoli e non tocca affatto il settore industriale, così che ci si trova di fronte a un surplus di produzione di circa 3 milioni di barili al giorno.

Si pensava che la forte diminuzione del petrolio portasse automaticamente a un risveglio dalla stagnazione e invece non è stato così, anzi le finanze dei grandi produttori del golfo sono entrate in una inedita fase di crisi gettando fastidiose ombre su Wall Street, il pozzo nero dei petrodollari e mandando in recessione Russia, Norvegia, Canada, Brasile e Messico. Probabilmente la stessa Arabia Saudita aveva contato su questo supposto automatismo suggerito dai grandi spacciatori di oroscopi economici: i prezzi diminuiscono fino a tal punto da mandare fuori mercato i cow boy del fracking, poi grazie al petrolio a basso costo si instaura la ripresa, i consumi salgono e assieme ad essi risale pure l’oro nero, senza più però i produttori di petrolio e gas di scisto a dar fastidio.

Non è andata così: la domanda aggregata non può significativamente risalire perché non sale la redistribuzione del reddito, le retribuzioni sono al palo e spesso assolutamente precarie e così nessuno si sente di investire sul futuro. Perciò dappertutto il petrolio a pochi dollari è servito solo a far utilizzare più l’auto sulle due sponde dell’atlantico o a sostituire la propria vettura (23,5 milioni di auto vendute in Cina) anche grazie alla diminuzione reale dei listini (simulata come offerta) e a nuovi modelli che promettono consumi inferiori. Ma quello che è finito nel serbatoio o dal concessionario è sottratto ad altri consumi, perché ormai la tanto agognata flessibilità ha creato un mercato rigido e stagnante, la cui dinamica è semmai in discesa.

La situazione è tale che sono scomparse dai radar le lobby petrolifere che facevano balenare il nuovo eden dello scisto a Polonia, Ucraina, Francia e Germania. Anzi a dirla tutta c’è un solo Paese al mondo che nel bel mezzo di questo attacco di tisi economica ed energetica, aggravata dal prossimo arrivo sul mercato del brent iraniano, si è deciso a devastare le proprie coste e il proprio fragile ambiente per succhiare riserve assolutamente marginali e dunque anche di scarso interesse dal punto di vista dei profitti e degli investimenti. Con  in più il pericolo concreto che questi emungimenti, come è già accaduto in passato aumentino i fenomeni di subsidenza dei litorali, costringendo nel migliore dei casi, a danni enormi in cambio di qualche barile che ormai sul mercato internazionale ti tirano dietro. Questo strano Paese è l’Italia i cui governi agiscono evidentemente dentro una logica tutta propria: la macchina che devono alimentare è quella della clientela sulla quale galleggia una classe dirigente fra le più avide e mediocri dell’intero pianeta.

Ma a parte questi attacchi di tosse e questi cataplasmi italioti, non c’è alcun dubbio che la malattia progredisce e i farmaci dichiarati infallibili non concedono che un minimo ristoro.  Per non soccombere bisogna cambiare medici e cure.

Nota. Una delle caratteristiche della tecnica del fracking è che  lo sfruttamento è ottimale solo nel primo periodo di estrazione, poi i costi aumentano e le quantità diminuiscono. Dunque per produrre di più e tamponare le esposizioni finanziarie occorre scavare nuovi pozzi a ritmo  forsennato, portando così all’estremo il danno ambientale.

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La morte nei cunicoli del profitto

sopravvissuto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono sempre più esili le speranze di trovare ancora in vita i minatori rimasti intrappolati a duemila metri di profondità, dopo un’esplosione che ha provocato un incendio e il crollo di parte della miniera di carbone di Soma, nella provincia di Manisa della Turchia nord-occidentale, e che con tutta probabilità si aggiungeranno ai 271 morti in quello che il premier ha definito sfrontatamente un “incidente”.

Non bastassero le statistiche c’è una letteratura sul lavoro nelle miniere, che parla del pericolo, della malattia e della morte come dell’eventualità più certa, come dell’unica garanzia sicura, salvo eccezioni che dimostrano la regola di una attività condotta in condizioni estreme, poco protetta e tutelata, una mansione per disperati.

Ma ci sono anche cantori che hanno alimentato la leggenda epica, a cominciare da Lawrence, raccontando di un attaccamento dei minatori a quei cunicoli, a quelle grotte, a quel pericolo quotidiano, a quel cimento, come una sfida eroica, condotta ogni giorno da spericolati superuomini, da combattenti, che si tramandavano di padre in figlio la scommessa con la morte, col gas insinuante e infido, con le fiammate improvvise, coi crolli rovinosi.

Le cronache di ieri riportano infatti di morti ragazzini, come è tradizione. Come venne taciuto a Marcinelle, come si è sospettato in quell’inanellarsi di “incidenti”, tutti prodotti da incuria, tutti frutto di avidità crudele, tutti figli di un profitto infame che in questa nostra contemporaneità fa morire naufraghi e minatori a centinaia, come fosse un connotato ineliminabile della civiltà.

Tanto che oggi sono i Paesei emergenti, che si affacciano prepotentemente sullo scenario mondiale, teatro di tremende tragedie e inumane sopraffazioni: almeno 1.049 lavoratori delle miniere di carbone cinesi sono rimasti uccisi o dispersi nel 2013 a causa delle scarse misure di sicurezza adottate. La stima, riferiscono incoraggianti le autorita’ locali, e’ comunque in calo del 24 per cento rispetto al 2012, quando i decessi furono 1.384; 1.973 nel 2011. E in Sudafrica sta per finire per esaurimento lo sciopero nelle miniere di platino, indetto per esigere misure di sicurezza e un esiguo aumento salariale: due terzi dei lavoratori, stremati da 14 settimane si astensione dal lavoro si sono arresi.

 

Nella storia recente, le tragedie in miniera parlano soprattutto italiano, 136 morti a Marcinelle, quando le operazioni disperate di salvataggio delle vittime dell’incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier si conclusero con la frase di uno dei soccorritori pronunciata nello nostra lingua: “Tutti cadaveri!”; 146 a Dawson dove gli investigatori stabilirono che era stato usato esplosivo di tipo non consentito dalla legislazione mineraria e i minatori non erano sufficientemente lontani dal sito dove furono poste le cariche esplodenti, un numero imprecisato a Monongah, per lo più immigrati molisani, calabresi, abruzzesi, quando l’intera collina su cui si apriva l’entrata della miniera fu violentemente scossa e dal West Fork e la colonna di fuoco della fiammata raggiunse i trenta metri.

E parlavano italiano anche le lotte per salari dignitosi a fornte di umilianti orari, di formidabili guadagni per i padroni e incalcolabili rischi per i lavoratori. lotte rese più ardue da crumiri, provocatori o altri operai ricattati fino all’automortificazione di sè e all’abiura dai propri bisogni e diritti, se tre italiani che nel 1879, a Eureka, in Nevada, avevano promosso uno sciopero furono barbaramente linciati.

Verrebbe da dire che è una fortuna che in Italia la maggior parte delle miniere esistenti all’inizio del secolo sia stata ormai chiusa. Se apprezzabili giacimenti di mercurio (sotto forma di cinabro) sono presenti sul Monte Amiata e minerali di fluoro vengono estratti nelle miniere sarde di Silius, le miniere di ferro (presenti a Cogne, in Val D’Aosta, nell’Isola d’Elba e in Sardegna) e di carbone (nella zona del Sulcis, in Sardegna) sono state abbandonate a causa della bassa concentrazione di minerale presente e dei maggiori costi di produzione rispetto ad altri giacimenti situati all’estero. Si, per fortuna, verrebbe da dire, pernsando agli standard di sicurezza, tutela dei lavoratori e dell’ambiente che caratterizzano le nostre attività industriali, pubbliche e private, che insieme alla cancellazione dei diritti sindacali e delle garanzie hanno creato al nostro interno un Terzo Mondo, non riconosciuto, come se la retrocessione di intere aree del Paese non condannasse tutti all’arretramento sociale, economico, morale.

E d’altra parte ne abbiamo di miniere dove si muore, dentro e fuori, nel profondo o a cielo aperto, a Taranto o a Savona, laddove l’unica forma di espressione che resta è l’ubbidienza e l’unico diritto permesso è conservarsi la fatica, mentre diventa un obbligo la rinuncia a prerogative e salute, che chi sta in fabbrica e deve sentirsi privilegiato per questo, e chi sta fuori, cui è negata la scelta perchè la sua esistenza dipende da quel salario, così salato.

E presto si affremeranno altre “miniere”, altre “estrazioni”, altri business legati a risorse poco esplorate ma della quali si conoscono giù effetti e rischi per il territorio, il suolo, l’acqua, oltre alle ricadute sulla salute dei cittadini, oggetto di guerre commerciali già dichiarate, ma sommesse, poco propagandate. Proprio perché i percoli del gas scisto sono, come quasi tutti quelli della nostra contemporaneità, affetti da gigantismo, dal provocatorio superamento dei limiti, perché le tecniche di Fracking scavano scavano incuranti dei loro effetti, così è meglio non parlarne per non creare allarmismi. Invece dovremmo preoccuparci, se il nuovo brand è oggetto, per quanto ci riguarda, di una trattativa con il governo di Kiev, se a condurla è l’Eni della Marcegaglia, che ha già dimostrato una innata idiosincrasia per tutele e sicurezza, se piace all’inossidabile Giovanardi e anche alla new entry Boschi, ambedue recentemente impegnati nella strenua difesa dello sfruttamento intensivo delle estrazioni di gas in Emilia.

Una volta si diceva che lo sviluppo è come Giano, ha due facce, quella del progresso e quella dello sfruttamento. Oggi Giano ha una faccia sola e lascio a voi definirla.

 

 


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