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Firenze secondo lui, la prova del Nove

funziona-matteo-renzi-studio-foto-palazzo-pitti-500Qualcuno si potrà chiedere come mai la Nove o il Nove come si chiama, abbia concesso a Matteo Renzi una serie di trasmissioni su Firenze che peraltro hanno confermato l’assoluta improbabilità culturale del personaggio e il suo dilettantismo a tutto campo, nonostante l’accurata scrittura delle sue farneticazioni che tuttavia proviene più o meno dalla stessa temperie caprina, priva di gusto, di misura, di conoscenze vere e non appiccicaticce. La risposta è semplice:  l’asino d’oro vista l’improbabilità di un suo recupero a livello nazionale vuole tornare ad amministrare la città in attesa di tempi migliori non tanto in prima persona quanto attraverso il suo burattino Nardella che è da sempre sotto l’ala protettrice di Renzi. Le elezioni  per Palazzo Vecchio, si svolgeranno in contemporanea con quelle europee, quindi tra qualche mese e di certo Matteo non può rischiare che al governo della città vada ad altri: troppi affari e affarucci sono in piedi, troppe robe giacciono nei cassetti per lasciare che qualcun altro ci metta gli occhi. E in ogni caso la trasmissione che potrà essere replicata all’infinito può dare una mano a un pd privo di qualsiasi appeal anche nella tenzone europea.

Ma come mai Renzi ha trovato ospitalità presso la Nove, tra la centesima replica di qualche improbabile e noiosa vicenda  doganale e il povero Crozza in caduta libera di idee e costretto a battuteggiare nei dintorni del politicamente corretto come del resto era abbastanza prevedibile in un canale di rito liberal Usa. Anzi in un network  appositamente dedicato a diffondere nel mondo la predicazione di Washington e dei suoi poteri in chiaro o in grigio. Certo meglio di un Cannavacciuolo d’annata ormai muffito insieme ai suoi eterni frullatori di burrata, ma comunque non qualcosa in grado di dare una decisa spinta all’audience. Allora possiamo supporre che il Matteo abbia trovato i soldi di qualche oscuro benefattore, magari anche fuori dai confini,  per mettere in piedi la Firenze secondo lui e mandarla poi in onda oppure che esistono dei legami sotterranei che di solito ci sfuggono. Ora vediamo, la Nove fa parte del network di Discovery Italia, 8 indicibili canali di repliche continue di infima merceologia televisiva, che fa parte di Discovery Europe, a sua volta emanazione della statunitense Discovery. Inc ex Discovery channel che ha più di 140 canali in tutto il mondo e far parte del complesso meccanismo di egemonia statunitense.

Ora una delle banche d’investimento che ha come terreno di azione privilegiato proprio i media e l’intrattenimento ed è dunque anche una delle colonne portanti nei business di Discovery è Jp Morgan che del resto è anche il primo distributore per il programma di emissione di bond della Repubblica italiana ed è stato advisor del governo in molte privatizzazioni. Guarda caso l’ascesa di Renzi come personaggio nazionale e come competitor per la segreteria del Pd avviene a fine maggio del 2012 in occasione di un convegno appositamente organizzato dalla J.P. Morgan a Firenze. Calano su Palazzo Vecchio Tony Blair, consulente della banca e la ministra tedesca del lavoro, braccio destro della Merkel , Ursula von der Leyen, i quali mettono in piedi una pantomima di incontri e dichiarazioni che lanciano Renzi da personaggetto provinciale con Leopolda pagata a piè di lista, quale principale personaggio delle primarie del Pd. Dopo un tête-à-tête a pranzo (pagato da noi) fra Renzi e Blair all’hotel  St. Regis di piazza Ognissanti, l’ex svenditore inglese del Labour disse che che si era parlato di primarie, aggiungendo di aver chiesto delucidazioni al Pd  su perché Renzi non potesse parteciparvi. Un intervento così autorevole che costrinse il partito mozzarella a cambiare lo statuto per permettere a Matteo di partecipare alla tenzone. In pratica l’imposizione di un candidato che per regolamento nemmeno avrebbe potuto correre, ma anche un endorsement per far capire come a Renzi non sarebbero mancati né gli appoggi, né le risorse. Dopo un anno da questa investitura sotto la sua ala protettrice, Jp Morgan delinea in qualche modo le linee di azione del suo pupillo pubblicando un documento che era in pratica una piattaforma politica: in esso viene denunciato l’eccessivo socialismo delle Costituzioni europee che lasciano troppo spazio alle articolazioni locali, garantiscono la protezione dei diritti dei lavoratori e contemplano il diritto alla protesta, tutte cose che ovviamente spiacciono alle multinazionali. Per di più – ecco il raccordo con l’oligarchia europea – “i sistemi politici e le costituzioni di alcuni paesi del Sud presentano caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.  Il che vuol dire in poche parole che la democrazia è un  ostacolo per il liberismo, il profitto e pure per l’Europa. E’ particolarmente interessante da un  punto di vista storico e teorico che la banca giustifichi i suoi “consigli” antidemocratici con il fatto che le riforme liberiste non hanno sortito gli effetti voluti nel sud Europa (nemmeno nel Nord per la verità) e dunque visto che le stravaganti teorie economiche per ricchi non funzionano, la colpa è evidentemente della democrazia.

Approfondire questo tema concettuale ci porterebbe fuori strada. Ma comunque non è davvero strano che Renzi torni alle origini e trovi accoglienza in un ambiente “amico”.

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Ce la siamo voluta?

Acqua-altaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non sono e probabilmente non sarò mai animata da amor “patrio”. Per citare una filosofa che ha il potere di accendere delle luci nella mia mente, come di tanti altri, non so amare una nazione, un popolo e nemmeno l’umanità, se è per quello, mi sento a fianco di persone, sono affezionata a luoghi e li rispetto e vorrei che tutti facessero altrettanto. A volte però provo un sentimento di amore per questa disgraziata Italia e non solo perché le persone per le quali provo compassione, condividendo dolore  e gioia, sono perlopiù diseredate, vittime, derubate, sfruttate. Sento una specie di gratitudine per questo paese e la sua storia perché ha ispirato e suscitato l’Italiana di Mendelssohn, “chiare, fresche e dolci acque”,  la Madonna dell’Arancio, migliaia di versi, migliaia di quadri, migliaia di note.

Ma stamattina sono posseduta da uno sciovinismo fanatico: vi ricordate quando intorno al declino veneziano si agitavano decine di associazioni, di intellettuali e damazze come quelle che vogliono salvare Roma, e fondazioni estere in ambascia per Venice in Peril come recitava lo slogan di una delle più autorevoli? Quando su Firenze ferita dall’alluvione convergevano giovani da tutto il mondo per dare una mano? Via via questa animazione solidale si è spenta, se perfino l’Unesco dopo i motivati allarmi per la crisi delle due più importanti città d’arte del mondo si accontenta dei balbettii difensivi dei due sindaci, dando colpevole credito a promesse di princisbecco.

Il fatto è che proprio i governi, i ceti dominanti e pure i cittadini in pullman e nave da crociera ,che guardano all’Italia  come alla merce turistica più desiderabile e a noi come a un popolo che si deve mettere doverosamente e alacremente al loro servizio, dopo averci ricattati e comprati, ci disprezza perché ci siamo fatti ricattare e comprare.

Non hanno tutti i torti: è difficile ottenere il rispetto se non lo si riserva a se stessi e ai propri beni materiali e immateriali.

Non hanno tutti i torti: i vergognosi sindaci di Firenze e Venezia, il primo impegnato più che a rafforzare gli argini dell’Arno, a proseguire nel disegno impunito di allargare un aeroporto in barba alla tutela dell’ambiente, alle leggi della logica e perfino a quelle del profitto per accontentare un cordata di investitori amici, o a scavare tunnel per la sua Tav in miniatura per non far rimpiangere l’innominabile predecessore, il secondo, che ancora ieri ha chiuso Piazza San Marco non solo ai turisti imbecilli che volevano godere dello spettacolo folcloristico e gioviale quanto la sagra di Predappio e magari farsi un bagno immortalato da selfie, ma anche ai tecnici e ai residenti, in modo da essere ripreso come un cristo che cammina sulle acqua, durante la sua ispezione pastorale, per incarnare via spot la pubblicità della più indegna opera al servizio della corruzione, ecco quei due sindaci come in gran parte dei comuni, li abbiamo votati, o magari dopo un voto inutile, abbiamo disertato le urne per ritirarci in un Aventino mai abbastanza alto e remoto per salvarci dal fango in crescita.

Non hanno tutti i torti: abbiamo chinato la testa a leggi che dovrebbero salvaguardare il decoro, lasciandoci persuadere che l’immagine di una città e la sua reputazione fossero oltraggiati dalla vista di poveri, matti, barboni e non dalla prepotenza di chi li aveva fatti diventare così, da accampamenti e baracche e non da osceni grattacieli già obsoleti prima di essere abitati, da condomini occupati da senzatetto e non dalla speculazione di chi aveva ricevuto denaro e protezione per edificarli con materiali scadenti, senza dare una razionale risposta a un bisogno abitativo che poteva essere soddisfatto con la riqualificazione del patrimonio esistente.

Non hanno tutti i torti: per un ignominioso falansterio frontemare abbattuto ci sono centinaia di abusi assecondati o condonati (ne abbiamo un esempio recente in una delle isole più maltrattate e oltraggiate dalla piccola e grande speculazione) in nome di uno stato di necessità arbitrario e discrezionale. Ci sono centinaia di offese all’ambiente e al paesaggio recate in nome della valorizzazione, quella delle casette a schiara nella campagna toscana, quella della cementificazione delle coste sarde concesse alla cupola edilizia degli sceicchi, in cambio di compensazioni tarocche e occupazione precaria e insicura.

Non hanno tutti i torti: pensate a quanto sono caduti nei trabocchetti della necessità, dell’Europa che ce lo chiede, dei profitti e benefici che dovevano derivare da alte velocità, ponti su canali promossi a impronte simboliche di sindaci megalomani e archistar poco edotti de requisiti ingegneristici, condotte e trivelle indispensabili per il nostro approvvigionamento di utenti sciuponi, esposizioni, giochi  e Balli Excelsior imprescindibili per riconquistare credibilità internazionale. Allo stesso modo di quando crediamo che non si possa dire no a nodi scorsoi, corde per impiccarci, taglieggiamenti del racket carolingio, offerte nell’outlet della guerra con la svendita di patacche irrinunciabili per accedere agli sgabelli del consesso dei grandi, a opere e infrastrutture già superate prima passare dalla carta al cemento, che anzi anche quando restano sulla carta sono già profittevoli di investimenti, sanzioni, penali aggiustamenti.

Non hanno tutti i torti: a ogni catastrofe ormai non più naturale, prevedibile e incontrastata, andiamo col cappello in mano, a elemosinare aiuti nel contesto di finanziamenti ai quali contribuiamo con dovizia per quanto imposta, senza mai mettere in discussione le imposizione che subiamo per sancire l’appartenenza alla grande matrigna. Come nel caso delle “invasioni” un po’ meritate e un po’ geograficamente imposte, quando noi diventiamo rei della colpa di rifiuto quanto di incauta accoglienza mentre la Turchia di Erdogan di guadagna 3 miliardi e più per cacciare chi si affaccia dai vicini indegni come noi di salvaguardare i sacri confini.

Non hanno tutti i torti.  Da tanto tempo seduti nella platea globale vediamo il film di quello che è stato in Grecia, in Brasile, in Argentina, che poi è il trailer di quello che c’è già qui. Quando qualcuno ci mostra l’altro film, di quello che potrebbe essere, lo trattiamo come se col cartoccio di pop corn ci infliggesse una di quelle pellicole da cineforum – mica La Corazzata Potemkin, per carità, che non ci suscitasse pensieri di ribellione – no, uno di quei polpettoni d’autore sui quali ci si deve concentrare e immedesimare, un Resnais a Marienbad, un Kagemusha, o peggio l’Arpa Birmana, per non dire di Ken Loach.

Non hanno tutti i torti: città e interi paesi muoiono repentinamente o a poco a poco, quando rinunciano alla loro storia e memoria, o la dimenticano, o la rimuovono perché è un peso oneroso come le responsabilità e i doveri; o quando si lasciano occupare da un nemico con le armi o  con quattro soldi.

Guai ai vinti, guai a noi se non lo amiamo questo posto in cui siamo nati o nel quale siamo approdati, questo riparo fragile e bello, guai a noi se non ce lo riprendiamo per goderne e custodirlo.

 

 


Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 


Popcorn per il Giocondo

vitruvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’ho immaginato picconare gli affreschi cinquecenteschi che impreziosivano la Sala Civica del palazzo comunale,   per portare alla luce un misterioso quanto improbabile capolavoro leonardesco, a suo dire coperto dal Vasari per via di  invidie e dispetti da comari. Si era scelto una task force di consiglieri selezionati tra gufi e professoroni ravveduti pronti a giurare sul complotto che aveva seppellito la Battaglia di Anghiari  “per fare un favore a Michelangelo” cancellandola dalla memoria e dalla gloria, proprio come in un colossal tratto da Dan Brown, persuasi come lui che  quella epifania avrebbe contribuito alla sua saga personale e alla propagazione del mito di quel neo rinascimento sul quale si fonda l’industria culturale di questi anni, al servizio di sponsor, pizzicagnoli, ciabattini.

Non gli andò bene: il suo proposito visionario si scontrò con la realtà, come è successo a quelli che raccolsero firme e fondi per trovare le ossa della Gioconda o per riportarne l’effige  in Italia per una di quelle esposizioni mordi e fuggi che fanno la fortuna delle multinazionali dei grandi eventi. E come è successo a chi ha cancellato quell’altro grande affresco, dei valori del lavoro, dell’istruzione pubblica, della cura, dell’accoglienza e  voleva stravolgere una Costituzione che nel parlare del nostro “patrimonio” non intendeva un petrolio da sfruttare a fini commerciali ma di un’eredità morale ricevuta da chi ci ha preceduti e che dovremmo lasciare intatta o addirittura esaltato a chi verrà dopo di noi.

Ma non è andata bene nemmeno a noi che speravamo di non sentir più parlare di Matteo Renzi e che invece lo vediamo rispuntare ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore, di instancabile commentatore sui social e ora di divulgatore televisivo in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. con un docufilm che illustrerà tramite le bellezze di Firenze la sua weltanschauung. “ne verrà fuori una grande battaglia contro la demagogia, il qualunquismo e la paura — ha confidato alla stampa nei giorni scorsi.  — Bellezza contro odio, apertura contro protezionismo, Rinascimento contro oscurantismo”. Il prezioso  materiale e il suo messaggio “culturale e politico” prodotto da Lucio Presta che, citiamo sempre la stampa nazionale,  “ conta di far leva su due «atout»: la notorietà di Renzi (già invitato più volte all’estero per conferenze) e il fascino, molto apprezzato sia in America che in Asia, di una città carica di storia”,  rischia di restare come un pesante fardello nelle mani del manager dello spettacolo, imprenditore e ballerino: dopo il no della Rai, anche Mediaset ha declinato l’offerta e le puntate dello show  saranno proposte  solo sulle piattaforme internet a livello internazionale.

Meglio così,  avrà dunque circolazione limitata il vergognoso paradosso di veder magnificare una città da chi in varie vesti, presidente della provincia, sindaco e padrino di un successore fotocopia, presidente del consiglio, leader “antipopulista”  ne ha decretato il declino e che perfino con questa sua nuova performance riconferma l’ideologia che lo ispira, la consegna del bene comune alla speculazione e alla rendita privata, l’affidamento al mercato di leggi, scelte e azioni politiche. E infatti già dal 21 in festosa continuità con la sua gestione di amministratore cittadino che ha concesso a pochi euro luoghi, spazi, monumenti  per la “valorizzazione” tramite convention, cene, sfilate di protettori, finanziatori, amici della Leopolda, alcuni siti cittadini verranno chiusi al pubblico per permettere lo svolgimento delle riprese a cominciare dalle prime scene nel palazzo della Provincia dove l’ometto della provvidenza mosse i primi passi, un simbolo e un auspicio, e poi Piazza del Duomo, il Campanile di Giotto e altri luoghi topici, salvo, pare gli Uffizi, che per una volta si sono sottratti all’impegno di farsi macchina da soldi, o juke box, come si augurava l’allora primo cittadino.

D’altra parte è questa la sua idea di città: offrire uno scenario di lusso ai pochi grandi viziati,  attraverso la sottomissione dei grandi simboli dell’umanità a interessi commerciali con la sostituzione delle botteghe artigianali e del piccolo commercio di prossimità con catene commerciali internazionali, con la progressiva ed inesorabile espulsione delle famiglie residenti nel centro storico  mediante la trasformazione degli immobili in residenze temporanee (spesso al nero), la cancellazione dei servizi rivolti ai cittadini, la conversione di un tessuto urbano vivo in un parco tematico, se anche la realizzazione di mostre in luoghi chiave del Centro storico in cui può esporre chi paga, senza nessuna Commissione di valutazione sul valore delle opere è una scorciatoia per chi ha i denari (collezionista/produttore) per alterare le quotazioni del mercato dell’arte utilizzando uno scenario unico al mondo.

Che poi è anche la sua idea di democrazia: basti pensare che i suoi sodali promotori dell’irragionevole ampliamento dell’aeroporto propongono quando  propone  un referendum sull’opera, dopo che Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge. E la sua idea di legalità: se proprio a Firenze sta per essere inclusa una variante che  introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale e che permetterà di  scavare case e palazzi, mantenendone le facciate ma inserendo al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. E anche la sua idea di salvaguardia del territorio: ogni temporale nel capoluogo toscano diventa una piccola apocalisse a conferma che è lo storno di risorse economiche dal pubblico al privato che pregiudica la sicurezza del Centro storico. Come nel caso della voragine di Lungarno Torrigiani, crollo dovuto alla mancata manutenzione dell’acquedotto  dimostrando che gli utili netti di Publiacqua spa non erano state destinate alla manutenzione ma distribuite come dividendi degli azionisti.   E che dire dell’escavazione di 21 parcheggi sotterranei in area urbana, di cui ben 6 in zona Unesco, tra cui il parcheggio sotterraneo di Piazza Brunelleschi e la previsione di parcheggi sotterranei nell’area di Via Tornabuoni, in particolare sotto il giardino di Palazzo Antinori, a ridosso della Prima e della Seconda cinta muraria.

Storia e Gloria della Città del Fiore, pare si chiamerà il programma. Beh, non ci resta che sperare che coi popcorn davanti allo schermo ci sia solo lui.


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