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La debacle greca, appunti per un futuro insostenibile

4502725874_ae52ffbdda_bOggi, giorno successivo alla definitiva capitolazione greca, lascio la parola ad altri. A una ricostruzione particolarmente efficace degli eventi e dei moventi che hanno portato alla resa di Atene fatta da un noto storico di orientamento marxista, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review e docente all’Università di California. L’anno scorso Anderson si è occupato direttamente del nostro Paese con un piccolo saggio -. Il disastro italiano – in cui interpreta Renzi come conseguenza del declino e personaggio destinato ad accelerarlo con il suo thatcherismo pavloviano. Buona lettura.

“La crisi greca ha provocato un prevedibile misto di indignazione e di auto soddisfazione dell’Europa che oscilla dalla deplorazione della durezza dell’accordo imposto ad Atene alla celebrazione del mantenimento in extremis della Grecia nell’Unione o ancora fra entrambe le cose. Ma la prima reazione è futile tanto quanto la seconda: un’analisi realista non spazio a nessuna delle due. Che la Germania sia ancora una volta la potenza egemone del continente non è certo uno scoop del 2015: la cosa è evidente da almeno vent’anni. Che la Francia si comporti come un’ancella, in una relazione che somiglia molto a quella fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, non è una novità politica: dopo De Gaulle la Francia si è abbandonata alla sindrome del 1940, essa si adatta e ammira la potenza dominante del momento.

Meno sorprendente ancora è il risultato dell’unione monetaria. Fin dall’inizio i vantaggi economici dell’integrazione europea, che paiono così ovvi al pensiero conformista, sono stati in realtà estremamente modesti: i calcoli di due economisti favorevoli all’integrazione, Barry Eichengreen e Andrea Boltho, fatti nel 2008, concludevano che tra la fine degli anni ’50 e la metà dei ’70 l’impatto del mercato comune si situa fra il 3 e il 4 per cento del pil complessivo, che l’effetto dello Sme è stato insignificante e che la successiva unione monetaria non ha quasi avuto effetti misurabili sia sulla crescita che sulla produzione.

Questo veniva detto prima che la crisi finanziaria colpisse l’Europa. Dopo la camicia di forza dell’euro è stato altrettanto disastrosa per il Sud Europa che vantaggiosa per la Germania dove la repressione salariale ha mascherato una crescita e una produttività deboli e che ha trovato nella moneta unica il proprio vantaggio competitivo sul resto del continente. Quanto alla crescita la comparazione con il Regno unito o la Svezia , dopo Maastricht, è sufficiente a dimostrare che l’euro è stato vantaggioso solo per il suo principale architetto.

Ecco la realtà della “famiglia europea” come è stata costruita dalla moneta unica e dal Patto di stabilità. Ma la sua ideologia è incrollabile: nel discorso pubblico e intellettuale l’Ue garantisce sempre la pace e la prosperità del continente, allontana lo spetto della guerra fra le nazioni, difende i valori della democrazia e dei diritti dell’ Uomo, fa rispettare i principi del libero mercato, sorgente di ogni libertà. Le sue regole sono ferme, ma flessibili, rispondenti al doppio imperativo di di solidarietà ed efficacia. Per le sensibilità che si bagnano in questa ideologia comune, al pari del ceto politico e mediatico, la sofferenza dei greci è stato uno spettacolo doloroso, ma fortunatamente il buon senso ha prevalso, un compromesso è stato trovato e non resta che sperare che l’Unione non abbia subito danni irreparabili.

Dopo la vittoria di Syriza in gennaio l’evoluzione della crisi in Grecia era prevedibile, salvo il ribaltamento finale. Le origini della crisi del Paese erano doppie: l’entrata fraudolenta nella zona euro voluta dal Pasok di Simitis e l’impatto del crack globale del 2008 su una Grecia indebitata e non competitiva. Dal 2010 sono stati messi in opera dei programmi d’austerità successivi chiamati anche “piani di stabilizzazione”, dettati da Germania e Francia le cui banche erano particolarmente esposte, gestiti sul campo dalla troika composta da Commissione europea, Bce e Fmi. Cinque anni di disoccupazione di massa e di massacri sociali hanno enormemente accresciuto il debito ed è in questo contesto che Syriza ha vinto, promettendo con foga e convinzione di mettere fine alla sottomissione alla troika e di rinegoziare i termini della tutela  europea.

Come si pensava di arrivare a questo obiettivo? Semplicemente implorando un trattamento più morbido e che se non ci fosse riusciti subito sarebbero bastati dei solenni giuramenti di fedeltà ai valori europei a cui certo i decisori non potevano essere insensibili. Ma era chiaro che veniva esclusa qualsiasi possibilità di un’uscita dall’euro. Per due ragioni. I dirigenti di Syriza non sono mai arrivati a fare una distinzione fra l’appartenenza alla zona euro e alla Ue, considerando l’uscita dall’una come equivalente all’espulsione dall’altra, ovvero l’incubo peggiore per i buoni europei che assicuravano di essere. Inoltre essi sapevano che grazie alla convergenza iniziale dei tassi di interesse e ai fondi strutturali, il livello di vita dei Greci era salito durante il periodo di Simitis. I Greci avevano dunque un buon ricordo dell’euro che non riuscivano a raccordare con la miseria del presente. Ma piuttosto che spiegare il legame fra le due cose Tsipras e i suoi colleghi hanno ripetuto che un’uscita dall’euro era fuori questione.

Così essi hanno rinunciato a qualsiasi seria speranza di trattare con l’Europa reale e non con quella che favoleggiavano. La minaccia economica di una Grexit era certo più debole nel 2015 che non nel 2010 perché le banche tedesche e francesi era state salvate grazie ai sedicenti piani di salvataggio della Grecia. Malgrado qualche voce allarmista residuale, il ministero della finanze tedesco sapeva che le conseguenze di una default greco non sarebbero state drammatiche, ma dal punto di vista dell’ideologia europea, alla quale appartengono tutti i governanti della zona euro, questo colpo simbolico alla moneta unica e al “progetto europeo” come si ama dire oggi, sarebbe stata un regressione da bloccare ad ogni costo. Se Syriza fin all’arrivo al potere avesse elaborato un piano B per un default organizzato – preparando i controlli di capitale, la stampa di una moneta parallela e altre misure attuabili in 24 ore per evitare il caos – avrebbe potuto minacciare la Ue di attuarlo, avrebbe avuto a disposizione le armi per il negoziato. Se avesse dichiarato che in caso di prova di forza sarebbe  uscita dalla Nato, la stessa Berlino ci avrebbe pensato bene a imporre un terzo piano di austerità, di fronte alla reazione di Washington. Ma questo per i deputati di Syriza era un tabù ancora maggiore della Grexit.

Di fronte a un interlocutore privo di qualsiasi arma, capace solo di alternare le implorazioni agli insulti, perché mai i poteri europei avrebbero dovuto fare la minima concessione, sapendo fin dall’inizio che tutto sarebbe stato accettato? Sotto questo punto di vista essi sono stati assolutamente razionali. In questa vicenda già scritta la sola sorpresa è venuta dall’annuncio di Tsipras ormai messo all’angolo, di un referendum sul terzo memorandum. Referendum che è stato vinto in maniera massiccia. Tuttavia armato di un “no” così forte Tsipras ha emesso un si a un quarto memorandum ancora più duro del precedente, sostenendo che non aveva altra scelta visto l’attaccamento dei greci all’euro. Ma allora perché non aver posto direttamente questa domanda all’elettorato: siete disposti a qualsiasi sacrificio in nome della moneta unica?

Chiedendo un no e restituendo  un docile sì una settimana dopo, Syriza è ritornata sui sui passi più velocemente di quanto abbiano fatto i partiti socialdemocratici votando i prestiti di guerra nel 1914, anche se c’è da dire che una parte della formazione ha salvato almeno l’onore. A breve termine Tsipras vivrà sulle rovine dell proprie promesse come aveva fatto il premier laburista Ramsay MacDonald che impose l’austerità in piena grande depressione, prima di essere seppellito dal disprezzo dei contemporanei e dei posteri. La Grecia ha già avuto episodi simili nella sua storia, come l’ “Apostasia” di Stephanopolous nel  1965, ma ne dovrà probabilmente subire altri.

Dove porterà tutto questo? Tutti i sondaggi mostrano che ovunque la fiducia e l’attaccamento alla Ue è fortemente calata nell’ultimo decennio. Essa è ormai vista per ciò che è: una struttura oligarchica, aggredita dalla corruzione, costruita sulla negazione della sovranità popolare, volta a costruire un regime colmo di privilegi per pochi e di sacrifici per tutti gli altri. Ma questo non significa che essa sia mortalmente minacciata dal basso: la rabbia monta nelle popolazioni, ma a meno di catastrofi, l’istinto prevalente  sarà sempre quello di attaccarsi all’esistente, piuttosto che rischiare trasformazioni radicali. Nulla cambierà fino a che la paura sarà più forte della collera. Per il momento quelli che vivono sulla paura -la classe politica alla quale ormai appartengono anche Tsipras e i suoi colleghi possono stare tranquilli”.

 

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