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Capalbio, maremma bucaiola

Non sia mai che sembri una bestemmia, ma i buchi si riferiscono ad assegni scoperti, pagherò finiti al macero, cause civili, pasti lucculiani e soggiorni non pagati, scene all’Alberto Sordi, ma con l’erre moscia. La crisi stride e si rivolta, finisce anche tra le pieghe di una dolce vita da potenti che non leggono nulla, nemmeno i rogiti a volte, ma si rivoltano dentro i premi  come porcellini felici.

Così accade che il premio letterario Capalbio, “Uno scrittore, un’estate” rischia di finire in mezzo ai debiti, tema di un futuro racconto dove la fantasia di scampi e frutti di mare, supporti la scarsa immaginazione di questi anni. Tranche de vie o trancio di spada affumicato, che importa? Attorno al premio giungevano a frotte, intellettuali e politici, ricchi e scrittori, ministri e banchieri  in allegra brigata a soggiornare e mangiare prima di emettere il verdetto o di assistere alla festa. La Marcegaglia, Geronzi, Monti, Napolitano, persino la Polverini che tentò di arrivare in auto sulla battigia. Ma come in una zingarata di amici miei nessuno pagava né il coccio di polpo e fagioli, né il letto per la notte e adesso sono supercazzole.

Il premio Capalbio, iscritto nel nido d’aquila di D’Alema e della gauche dorée affezionata al rosso dei gamberoni, si reggeva sugli aiuti e di  Provincia e Comune che regalavano spazi, contributi e anche mediazioni con ristoratori e albergatori. Ma chi doveva pagare, cioè la fondazione Epoké destinata a raccogliere le offerte del mondo salottiero, non poteva saldare le decine di migliaia di euro dei conti perché le sue casse erano perennemente vuote, forse a causa di improrogabili impegni letterari. Debiti husserlianamente messi tra parentesi e difficili da riscuotere perché il sito dell’ente  riportava un indirizzo inesistente. Il che sembrerebbe  far parte della fenomenologia dei pataccari padovani, ma che dimostra invece quanto realismo popolare ci sia ancora nella nostra letteratura, nonostante l’eterno tocco Malinconico.

Bella trama, ma il sindaco adesso che di soldi non ce ne sono più e che il traino della “bella gente” non fa più tanto effetto, si ribella e invita il premio a cavarsela  da solo, se può e se vuole: “La manifestazione è stata importante, ma i tempi sono cambiati. Quel che in termini finanziari il comune faceva negli scorsi anni, non è più possibile”. Sono certo che sopravviveremo a un’eventuale scomparsa di “Uno scrittore, un’estate” , nonostante, diciamolo,  sia un durissimo polpo, pardon, colpo alla letteratura italiana. Come faremo senza i fiori di zucca ripieni di orata? Per il fondatore, Paolo Mieli, amico fraterno del patron del premio, Aringoli, sono sicuro, saranno come la madeleine di Proust. Si, davvero,  i tempi sono cambiati e lo spazio per premiarsi a vicenda e coccolarsi a spese altrui si restringe a vista d’occhio. Per quello si cerca con tutti i mezzi di far in modo che nulla cambi: i gattopardi non amano le diete e le madeleine vogliono inzupparle, mica ricordarle.

E se la “piccola Atene” capalbiese sarà costretta a rinunciare all’età di  Pericle, pazienza, temo si si troverà benissimo con quella dei trenta tiranni. O magari dei tre come succede nell’Atene vera.

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La sora Cecioni in Polverini

Il potere è tanto più sguaiato e coatto quanto più è immeritato, quanto più chi lo incarna è inadeguato ad averlo. Una condizione abbastanza comune di questi tempi e che infatti si esprime attraverso la trivialità di governo. Ma nell’acqua torbida di fine regime c’è un personaggio che si distingue per un’arroganza patetica e stolida, quasi che fosse un comportamento compulsivo: la Polverini.

Non contenta di aver preso un elicottero per intervenire alla festa del peperoncino, adesso è stata travolta dalla tracontanza della sua scorta che pretendeva di seguire in auto la “vigilata” fino alla spiaggia di Capalbio, quando invece tutti gli altri boby guard che lì sono una folla, si accontentano delle gambe.

Episodi minori forse, ma che rivelano un concetto di onnipotenza e prepotenza, di disprezzo del cittadino che lasciano senza fiato soprattutto perché si addensano in un periodo in cui la discrezione sarebbe d’obbligo per la propria immagine. Ma è evidente che la piccola intrigante che prima di essere eletta ha accumulato proprietà immobiliari per un milione e mezzo  con il solo stipendio di sindacalista, ha una fame atavica degli emblemi del potere. E scegli quelli più avvilenti, più miserabili, quelli più consoni alla sua natura come l’ostentazione dello spreco o la volgarità di una scorta evidentemente abituata alla prevaricazione di ogni regola.

E in fondo è proprio questo che la presidente della Regione Lazio incarna, nel suo berlusconismo de borgata in apparenza paffuto, ma ottusamente feroce: la dimensione del potere non legata all’autorità o alla responsabilità, più o meno mal riposta, ma proprio alla facoltà di violare  le norme, nel poter fare quelli che gli altri non possono.

La Polverini è un “lei non sa chi sono io” che cammina. Non so quanti chili di boria  dai quali si deve sottrarre la spinta fluidodinamica di una testa furbetta, ma vuota.  Peccato, poteva essere una perfetta sora Cecioni e fare la macchietta in casa: invece dobbiamo strapagarla per farsi Polverini.


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