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L’Accademia delle Post Cazzate

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente la multinazionale delle menzogne può apporre il marchio doc e garantire la rintracciabilità dei suoi migliori prodotti. Ci ha pensato l’Oxford Dictionary dichiarando «Parola dell’anno 2016», «Post truth» la post verità, diffidenza per le opinioni diffuse e credulità per bugie condivise da siti a noi cari. Definizione che potrebbe significare il riscatto e la legittimazione di un’indole popolare e diffusa a credere a narrazioni largamente bugiarde e che ognuno può forgiare a suo piacimento.

La notizia ha mandato in visibilio i nostri giornali che, tanto per non sbagliare, hanno dato differenti definizioni e interpretazioni a conferma della conversione di realtà in opportunità e della verità in utility.

Non poteva che essere così. Intanto perché non a caso quelli dell’Oxford hanno maturato la loro scelta grazie a due eventi topici, in grado di dare autorevolezza scientifica alla procedura di assegnazione: Brexit e elezioni americane,  quelli cioè che hanno dimostrato l’inaffidabilità e il pressapochismo  delle previsioni degli opinionisti di una stampa prona, incapace ormai di informare senza cadere nelle trappole del pregiudizio un tanto al chilo e  dei condizionamenti dell’ideologia imperiale.

Poi perché il prestigioso riconoscimento  viene buono per dimostrare una volta di più che la colpa di manomissioni della verità e manipolazioni tossiche, hanno la loro sede ideale e il loro mercato nella rete, stesa come un sistema acchiappacitrulli, dozzinale e primitiva, per pescare i pesci boccaloni, quelli che abboccano alle notizie tarocche e si fanno condizionare da tradizioni orali e leggende metropolitane. Come per un complotto ordito dai soliti noti, persuasori espliciti della cerchia di agitatori e provocatori dei fermenti intestinali della marmaglia che non si sente rassicurata dall’ammissione al prezzo modesto di circa 1 euro e 50 nella cittadinanza elitaria del giornale unico Stampa/Repubblica, che  non si pasce del pavido e garbato conformismo dei Fazio, poco al di sotto di Porta a Porta. Di modo che si può dare forma a una gerarchia delle menzogne e della loro accettabilità:  scie chimiche, bufale grilline circolate in ossequio alla massima attribuita al profeta Casaleggio: «Ciò che è virale è vero», magari anche quella apocrifa ma appropriata,  bicarbonato contro il cancro, schedate come deplorevoli invenzioni spacciate come una droga a una plebe bambina e suggestionabile, Jobs Act e le sue magnifiche sorti e progressive, grandiosa potenza demiurgica delle misure del governo, forza guaritrice dei mali italiani tramite  riforma costituzionale, invece tollerati e promossi come doverosi accorgimenti in favore di stabilità e governabilità.

Organizzazioni molto  prestigiosi, tanto da essere sospette per la contiguità con centri di potere hanno da anni inventariato casi gravi di menzogne diventate «vere», grazie alla propagazione in rete somministrata da nuclei variamente “terroristici” che ne farebbero uso militare oltre che propagandistico. Omettendo fatti, azioni ammissioni, assolutamente legale, quindi indirettamente, proprio grazie all’industria della falsificazione, legittimate, a cominciare dall’accreditamento di pericoli pubblici necessari a autorizzate guerre, alle azioni necessarie per fermare l’escalation nucleare e chimica di Saddam, al sostegno a formazioni di killer e trafficanti indispensabili per portare l’ordine in America Latina o la ineluttabilità di fornire armi, quattrini e appoggio militare a tiranni sanguinari per garantire risorse, servizi e benessere a alle geografie della civiltà superiore.

La nostra Crusca non ha la fama internazionale dell’Oxford Dictionary e una cantonata l’ha presa con petaloso, ma se dovesse esercitarsi sul tema, ne avrebbe di esempi di post verità freschi freschi di giornata e a proposito degli effetti del Si, dal taglio drastico dei costi della politica, alla diminuzione delle spese della regione con immediate ricadute sulla cura del cancro, dal contrasto del terrorismo alla perpetua erogazione degli 80 euro, aspettando una estensione dello spot a cura della fatina referendaria con la promessa di debellare anche i fastidiosi pruriti intimi.

Ma anche così fosse non ne avremmo notizia certa, perché  l’esonerarsi da ogni responsabilità dei media porta alla dispensa e liberazione  del potere dalle sue, attraverso meccanismi che vanno dalla rimozione alla negazione, per via di quell’indole innata nei regimi di vietare la conoscenza dei danni e dei dolori che producono.  O che invece si serve della spettacolarizzazione, con l’effetto di trasformare tutto in messinscena e confondere le carte, occultando dietro le quinte le scomode verità, drammatizzando i rischi, esaltando comportamenti epici di figure influenti.

Ogni tanto una gaffe, una dichiarazione imprudente, hanno l’effetto di rivelarci cosa c’è dietro al sipario dell’oscena ipocrisia, come quando Kissinger ebbe a dire che solo uno stupido avrebbe potuto  credere che l’invasione dell’Irak avrebbe trasformato il paese in una democrazia, o quando Peres proclamò che Israele non sarebbe mai stato il primo stato a introdurre armi atomiche in Medio Oriente,  o come quando Blair, lo statista di riferimento del premier italiano, ammise che erano state fatte “cose che non si dovrebbero fare, abusi, repressioni, bombardamenti di civili, ma che almeno adesso gli individui sono liberi di lamentarsi”.

Così ci aspettiamo che in tempi di post verità, qualcuno abbia il coraggio di ammettere che siamo in presenza di un ceto dirigente che lavora intorni a un progetto di post democrazia nel quale l’unico confronto, l’unica opposizione, l’unica critica sia espressa da oligarchie in competizione che lottano o negoziano per spartirsi i bottini, le rendite, i posti, i privilegi, compreso quello di manomettere la realtà a proprio uso.

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Terremoto: la battaglia di bufale

downloadI Romani, quelli antichi ovviamente, la sapevano lunga e da quella saggezza delle cose di governo trassero il detto excusatio non petita, accusatio manifesta, per dire che quando ci si scusa per fatti dei quali non si è stati accusati, significa che da qualche parte c’è una bella coda di paglia nascosta. Così c’è da chiedersi come mai ieri su tv e giornali unificati, compresi anche i siti di neghittosa devozione governativa si sia sviluppata una campagna contro i complottisti della rete dove darebbe stata ritirata fuori la “bufala” del volontario abbassamento della magnitudo dei terremoti sotto la soglia del 6,1 per evitare di pagare i risarcimenti. Per la verità io che sono un assiduo navigatore  non mi ero accorto della recrudescenza del complottismo sismico, il quale semmai aveva rifatto capolino il 24 agosto, ma rimanendo sempre contenuto ad ambiti di nicchia. Forse tanta indignazione dei media main stream è stata dovuta soprattutto alla circostanza che la tesi è fatta incautamente propria da una senatrice cinque stelle e dunque tutti come un suol uomo (si fa per dire) contro un twitter.

Ciò che fa impressione è che organi di  informazione e disinformazione ufficiale abbiamo pensato di dedicare a questo tema e agli ” avvelenatori della rete” come dice Mentana, avvelenatore da piccolo schermo, una parte notevole di spazio e di tempo girando attorno all’argomento in maniera così simile da sembrare che abbiano chiosato attorno a un medesimo documento, come di solito si fa con le notizie delle agenzie che ogni giornale varia di un po’ per renderle proprie. C’è un agenzia tipo Stefani, quella di Mussolini, a Palazzo Chigi? Lo si potrebbe sospettare perché la struttura dei pezzi e dei servizi è praticamente identica: si parte dal fatto che un articolo del decreto Monti del  del 15 maggio del 2012, con il quale si escludeva un intervento statale in caso di calamità per favorire l’avvio di un regime di assicurazione privata, è stato successivamente  cancellato nell’iter di trasformazione in legge, visto che nel frattempo c’era stato il terremoto in Emilia e non conveniva insistere a causa delle ambizioni politiche nate nel professore; poi si nota che le diverse cifre sulla scala dei terremoti che potrebbero far sospettare una qualche combine, sono dovuti al fatto che esistono diverse misure della magnitudo e che la prima ad uscire è la ML, ovvero la magnitudo locale, mentre altre, con valori differenti, hanno bisogno di maggiori calcoli e sono comunicate dopo. A questo punto il lettore è rassicurato, è ormai certo che si tratti di una bufala, quando interviene il terzo punto a introdurre un elemento di palese quanto inaspettata ambiguità: dopo aver escluso che la misura di un sisma c’entri qualcosa, si dice tutt’altro, ovvero – e cito al proposito la gazzetta ufficiale del renzismo, cioè Repubblica – “che il criterio scelto dal governo è semmai l’intensità del terremoto e non la magnitudo. Tanto per capirci, la prima da sempre si misura con la scala Mercalli (quella che valuta l’evento tellurico in base ai danni che produce, sull’uomo, sugli edifici dell’area colpita dal sisma, sull’ambiente)”.

Dunque si apprende che per i risarcimenti un criterio di riferimento in effetti c’è, che essa però non è legata a una misura strumentale come la Richter – magnitudo, ma all’intensità dei terremoti, misurabile su una scala ampiamente interpretabile come la Mercalli. Tra l’altro si esclude in maniera davvero grossolana che vi sia un qualche rapporto tra le due scale (l’esempio facile e  fuorviante allo stesso tempo, scelto da tutte le testate è il terremoto nel deserto che può essere fortissimo, ma non essere percepito da nessuno e non produrre danni dunque di grado 0 sulla Mercalli), ma in realtà la correlazione esiste eccome quando si tratti di aree comparabili per densità densità antropica. La differenza viene di fatto solo dalla composizione del terreno e soprattutto dalla tipologia delle costruzioni, cosa che rende necessari frequenti aggiornamenti e variazioni tanto che esistono scale Mercalli modificate per gli Usa, il Giappone, la Cina, l’Europa orientale e dovrebbero esisterne diverse anche per piccole aree. In effetti si potrebbe dire che la Mercalli ha cessato da molto tempo di essere una misura di valore scientifico per divenire un criterio di valutazione politico.

Comunque sia nell’ansia di colpire una bufala di nicchia  si è scatenato l’inferno dei neo sismologi di scossa e di governo, rivelando lo stato effettivo delle cose, ossia che ricostruzioni e risarcimenti dopo una tragedia non vengono affatto considerate  un atto dovuto dello Stato e delle sue articolazioni, soprattutto a fronte di ciò che si è scelto di non fare nelle aree sismiche o che si è fatto male e in maniera opaca, ma appartengono a un’area grigia, totalmente discrezionale, nella quale entrano a pieno titolo altre scale, quelle dei ricatti, degli affari, della corruzione, degli opportunismi escludendo la sola valida, ossia quella della civiltà.

E’ chiaro che il renzismo in questo momento di vicinanza al referendum ha bisogno di qualunque cosa, comprese le battaglie contro il niente, per oscurare la  realtà evidente, ossia che è in grado di gestire e anche molto mediocremente soltanto l’emergenza immediata, mentre la ricostruzione è solo un ballon d’essai, la quale si scontra con i ceppi dei  vincoli di bilancio europei, con i trattati sciaguratamente firmati e con la mentalità stessa di un ceto politico tutto orientato a servire altri interessi e timoroso di essere cacciato se non li persegue. Altro che scala Richter e Mercalli: la decostruzione di una bufala finisce per decostruire le narrazioni rassicuranti del premier e del suo sistema di informazione.

 


Le bufale del Web e le bufale sul Web

9099Dirlo una volta è un’ opinione, due una ripetizione, tre una noia, quattro una cazzata, cinque un’indizio del tentativo di controllo dell’informazione e dalla sesta volta in poi tutte queste cose insieme più un certo grado di ottusità. Dunque  è difficile sorprendersi se Le Scienze, ovvero la versione italiana della scientofilia dogmatica di marca americana ( vedi nota), presentino un articolo in cui per l’ennesima volta si attacca il web come diffusore “di tesi complottiste e pseudoscientifiche, definita dal World Economic Forum uno dei rischi principali per la società”.

Si direbbe il World Economic Forum, in quanto portatore esplicito di un’ideologia e voce confidenziale del potere economico globale, abbia poco a che vedere con la scienza e potrebbe tranquillamente fregarsene dei gruppi che credono agli alieni, al male assoluto delle scie chimiche e dei vaccini, ma annualmente finanzia ricerche in questo senso, ovvero paga delle persone perché “dimostrino” come i complottisti variamente intesi siano in sostanza dei malati di mente (perché è questa la sostanza se la sanità è essere impregnati di pensiero unico), avvertendo tutti del disastro che incombe su di noi visto che questi pazzi hanno un’audience pari a quella delle notizie e delle idee ufficiali. E si sa che su questa china si può arrivare a qualunque cosa , persino a pensare che Poroshenko sia un fantoccio degli Usa. L’articolo è firmato da tale Walter Quattrociocchi, un parmigiano emigrato negli Usa che ricerca presso la Northwestern University di Boston il quale pare ossessionato da questo tema su cui ritorna a cadenze regolari e che pare il suo solo interesse, nonostante ufficialmente sia un esperto in computer science. In realtà, come avrete capito tutti,  l’obiettivo di questa insistenza non è quello di colpire la diffusione di tesi border line e prive di consistenza e di prove, ma di sostenere che qualsiasi tesi al di fuori di quelle ufficialmente accreditate dal potere, spesso attraverso il nascondimento dei fatti e delle circostanze, condivide la natura malata del complottismo. Essere fuori del coro implica una grave malattia e di questo il Word Economic Forum non può che dolersi.

Per essere ricercatori ed in qualche modo studiosi di comunicazione questi signori sono in realtà talmente rozzi – a cominciare dai finanziatori – da scoprire immediatamente il vero obiettivo, basta leggere le conclusioni della precedente e analoga ricerca del 2014, affidata dal Forum di Davos a tale Farida Vis dell’Università di Sheffield: “tra i dieci pericoli maggiori del nostro tempo c’è la diffusione di false notizie, capaci di disorientare il dibattito politico dai temi reali, la Borsa e i mercati dall’economia concreta”. Beccata con le mani nella marmellata del retropensiero. Naturalmente viene da chiedersi che cosa si intenda per falsa notizia: forse quella della ripresa annunciata e poi smentita regolarmente a cominciare dal 2007 ad oggi o le asserzioni delle “Autorità” sulla solidità delle banche o quella secondo cui l’occupazione è maggiore quanto minori sono i diritti del lavoro o il modo con cui vengono formulate le stesse statistiche sulla disoccupazione? Potrei continuare per pagine con l’elenco di quelle che questi ricercatori non considererebbero false notizie e frutto di uno sovrapposizione di miti ai fatti e dunque verità affidate e asseverate dai circuiti ufficiali ovvero controllabili dell’informazione.

Anche la metodologia di questi studi è tipica: le centrali del pensiero unico e  dunque anche di questa insistente campagna contro le bufale del web contrapposte alla sublime verità, vengono in qualche modo nascoste: uno studio su “L’attenzione collettiva nell’età della (dis)informazione” del 2014 è stato condotto dalla Northeastern University di Boston, dell’Università di Lione e del CSSLab di Lucca, ma ha come firmatari Delia Mocanu, Luca Rossi, Qian Zhang, Màrton Karsai, Walter Quattrociocchi, tutti nomi che paiono non avere nulla a che fare con l’ambiente intellettuale che fabbrica queste tesi, ma che lavorano tutti, senza eccezione a Boston nel  Laboratory for the Modeling of Biological and Socio-technical Systems. Chissà, magari i ricercatori autoctoni yankee hanno cose più importanti da fare o un certo sapore etnico è funzionale a nascondere localizzazioni ideologiche.

Naturalmente si tratta di campagne talmente scoperte a favore della validità di ogni e qualsiasi verità ufficiale che alla fine riescono, se possibile, a dare un credito psicologico anche alle idee più pazzesche e infondate che almeno costituiscono una boccata d’aria nel carcere della verità di fede. So bene quanto sia assurdo e contrario alla realtà empirica la demonizzazione dei vaccini, tanto per fare un esempio, ma non intendo estendere per analogia l’autorità della ricerca biologica e farmacologica ( anche facendo la tara degli interessi in campo) pure alle tesi del Word Economic Forum che di scientifico in senso stretto non hanno proprio nulla. Anzi la prima cosa che una persona con un po’ di sale in zucca si chiederebbe  è come mai questo club di ricchi abbia tanto interesse ad attaccare il web  e il “complottismo”: è forse infastidito dal fatto che l’uomo della strada non si fida completamente di ciò che gli dicono gli esperti e i detentori del vero e possa essere risvegliato dal sonno dogmatico? Certo è strano che in un mondo dove la televisione propone valanghe di vampiri, zombi, streghe, angeli custodi, supereroi e mostri, ossia un mondo inesistente e peraltro volgare, ci sia tanta attenzione verso il complottismo marginale e i suoi meccanismi. Forse perché la fantasia è ritenuta innocua , anzi catarchica, mentre tesi più o meno coerenti che riguardano la realtà sono pericolose a prescindere per l’ordine costituito?

Chissà cosa penserebbero i nostri ricercatori e i loro finanziatori di fronte al fatto, provato anche se citato solo sul web, che le armi utilizzate in entrambe le stragi di Parigi vengono (talvolta via Florida) dallo stesso fornitore serbo Crvena Zastava, da cui si riforniscono alcuni ambienti più a destra dei servizi segreti francesi e che al momento dell’arresto il trafficante ufficiale di queste armi, tale Claude Hermant, ha invocato il segreto militare ottenendo dal ministro dell’interno Bernard Cazeneuve un imprimatur ufficiale a questa sua pretesa? Eppure non credo alle scie chimiche, né agli alieni, né alle nequizie dei vaccini, né che l’Aids sia un’invenzione e per essere più spiacevole credo pure che il riscaldamento climatico sia dovuto alle attività antropiche. Come la mettiamo?  Forse sono io ad aver perso senso critico o certi ricercatori a non sapere nemmeno dove stia di casa?

Nota Ho dovuto creare un neologismo visto che scientismo già appartiene alla storia. Per scientofilia intendo un atteggiamento in cui la scienza si normalizza e perde i suoi connotati di dubbio cartesiano e di autocritica che ne sono l’essenza, rimane legata a doppio filo alle autorità accademiche e dunque allo spirito e ai poteri del tempo poiché la scienza non è fuori del mondo  e tende ad assolutizzare in maniera radicale metodi, protocolli, prassi i quali rischiano così di diventare alibi. Se nelle scienze “dure” tutto questo porta a un atteggiamento poco creativo, costringendo a fare i salti mortali per aggiustare le evidenze ai modelli ortodossi (è da notare il fatto che  in una scienza totalmente anglicizzata le teorie fondamentali , relatività e quantistica, sono ancora scritte in tedesco), nei campi più “molli” c’è un’esplosione incontrollata di congetture, funzionali alle carriere accademiche e/o ai finanziamenti, alle quali l’aderenza ai protocolli di ricerca o magari l’abbondante uso della matematica conferisce una sorta di credibilità a prescindere dal fatto che i concetti di base, gli oggetti di studio e le ipotesi di lavoro, siano completamente un “manufatto” socio culturale.


L’Ecografia di Internet

pericoli-ecoLe torri d’avorio anche se collocate lontane nel tempo e nello spazio politico devono avere dei cunicoli carsici che le collegano. Così più di settant’anni fa Jean Cocteau, che civettava col nazismo,  diceva che “il guaio della società moderna è che anche gli imbecilli si sono messi a pensare”. E oggi sentiamo Umberto Eco sostenere: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Insomma per questi intellettuali mondani e lo dico nel senso migliore del termine, riferendomi alla vastità degli interessi e delle produzioni, piuttosto che alla profondità e alla capacità innovativa, (anche se a mio modestissimo parere Eco è una spanna più in alto di Cocteau) il fatto che altri prendano la parola dà un fastidio tremendo e non perché siano costretti a sopportare idiozie, quanto perché in un angolo della loro mente si sentono deputati a scrivere e a intervenire solo loro insieme a un selezionato gruppo di intellettuali e giornalisti. Internet così è un sonoro schiaffo a un concetto elitario che hanno sempre – apertamente o inconsapevolmente – coltivato. Non c’è dubbio che sulla rete corrano come mandrie di gnu torme di imbecilli, ma non è che siano mai mancati nel teatro, nell’editoria, nei giornali, nel cinema e nella televisione tanto per risalire dal più antico al più recente: anzi il fatto che fossero imbecilli, ma con la patente di intelligenti fornita loro dal principe, dalla vox populi, dal denaro o dal consenso dei pari, era molto più pericoloso per la formazione delle opinioni e per la diffusione di errori e leggende inconsistenti.

Il bello è che Eco stesso ne fornisce una prova nel “Cimitero di Praga”in cui sotto forma di saggio – romanzo ricostruisce la banale e tragica invenzione dei Protocolli dei saggi di Sion,  il falso documento sulla presunta congiura ebraica per la conquista del mondo che ha nutrito e giustificato l’Olocausto. Come è stato possibile visto che non c’era internet e se è per questo nemmeno la radio e la televisione, ma solo quei libri e quei giornali che ora secondo l’Umberto dovrebbero essere presi a misura della verosimiglianza se non della verità? Straordinariamente in un’intervista a Claudio Magris, dopo l’uscita del libro, Eco disse che “la gente (compresi i capi dei servizi segreti) crede solo a quello che ha già sentito affabulare da qualche parte. Per questo, ancora oggi, i dossier segreti sono composti unicamente da ritagli stampa, e quasi sempre di stampa scandalistica, il feuilleton dei giorni nostri.

Dubito che gli imbecilli su Internet riescano a provocare sei milioni di morti, anche se a Eco dà fastidio che scrivano. Anzi il primo a doverne dubitarne dovrebbe essere lui stesso se solo conoscesse la rete, l’avesse in qualche modo sperimentata in prima persona invece di leggere i saggi di altre illustri torri d’avorio che a loro volta la conoscevano indirettamente, ma non rinunciavano a parlarne per non perdere in presenzialismo. Così si sarebbe accorto che semmai il problema non è che Internet “promuove  lo scemo del villaggio a portatore di verità”, cosa che peraltro accade quotidianamente sui quotidiani, nei talk show, nelle interviste inginocchiate, nel falsi dibattiti, nella verità a pagamento, ma semmai nella creazione di vite e immaginazioni parallele. Peccato perdersi queste affascinanti dinamiche per poi proporci i giornali e le televisioni del padrone come arbitri di verità. E di ammannirci un’idea di rete antidemocratica perché in via puramente teorica  un premio nobel ha lo stesso diritto di parola di una persona qualsiasi. Dimenticando che un premio nobel è tale solo per il suo specifico campo, mentre per il resto può rivelarsi un perfetto imbecille, ma soprattutto non ricordando (ah la memoria con l’età è una brutta bestia) che l’ancien regime aborriva il suffragio universale per le stesse ragioni.

In realtà tutto nasce da interviste successive a un intervento di Eco su complotti e complottismo (sarebbero queste essenzialmente le bufale di cui parla) e sembra che l’illustre intellettuale diventato famoso descrivendo l’indagine di un potenziale eretico per svelare l’orrore del conformismo, ci dica ora che le verità ufficiali, praticamente incontrollabili, siano comunque da delibare senza nemmeno ragionarci su. Certo qui non si parla di alieni, di cure miracolose, di scie chimiche e insomma di tutta la metafisica dozzinale del mondo di oggi che avrebbe in ogni caso i suoi adoratori, rete o non rete, ma purtroppo di un’informazione ufficiale palesemente truffaldina che tuttavia secondo Eco non dovrebbe avere contraddittorio a meno che esso non sia affrontato da quelli che  sono ufficialmente abilitati ad avere idee, opinioni, parola.

La lezione che si può trarne – lasciatelo dire a chi ha conosciuto Eco quarant’anni fa – è che si invecchia a propria insaputa finendo per credersi Jovanotti. E senza che nessuno trovi il coraggio di dirtelo.

 


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