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I Benigni giullari del renzismo

benigni-620x381Rischio di non essere sereno e lo dico subito perché  Benigni non l’ho mai sopportato, nemmeno quando prendeva in braccio Berlinguer, figurarsi ora che è lui in braccio a Renzi, pronto all’ultima svendita della Costituzione. Raramente mi ha strappato un sorriso o stimolato il senso dell’humor e ho sempre guardato con sospetto quel fare pinocchiesco, il vitalismo falso e ostentato, quel brancicare freudiano da ubriaco, il macchiettismo totale, l’apparente dissacrazione che faceva baluginare fin troppo la necessità di un padrone. Il Benigni secondo il quale il No alla riforma costituzionale è come il Brexit (ma magari) non è come stato detto il “fu Benigni” rispetto a quello della “Costituzione più bella del mondo”, è sempre lo stesso, il fatto è che è cambiato il padrone.

Proprio per questo la carriera e la sua traiettoria sono in qualche modo omologhe, esemplari rispetto a quelle dell’Italia spettacolare e culturale: balia asciutta di Berlinguer quando il Pci contava molto nel Paese e poteva aprirgli le porte della scatola magica televisiva, cambia man mano tonalità, forse raggiunge il meglio della sua carriera con Non ci resta che piangere, dovendosi misurare con il grande Troisi e dunque anche con tutt’altro continente di comicità e di ironia, ma in seguito, con l’ascesa del craxismo e della sua bulimia di potere si trasforma in progressista futile e goliardico. Poi quando comincia la disgregazione dell’Urss, lo vediamo immediatamente volare verso l’America, a trafficare con Hollywood dove riesce a inserirsi in modo marginale proprio grazie alla sua mimica che supera la barriera linguistica e culturale, con la sua natura giullaresca, priva di veri e definiti contenuti. Così passo passo arriva all’Oscar con la Vita è bella, trasformando ambiguamente una tragedia in gioco e aggiudicandosi la statuetta che vale oro in termini monetari, ma praticamente zero sotto tutti gli altri aspetti, anche grazie a una quanto mai opportuna falsificazione della storia, facendo liberare Auschwitz  dagli americani e non dai sovietici. Le truppe alleate nel gennaio del ’45 ovvero al tempo della liberazione del campo di concentramento erano ancora al di là del Reno e anzi si stavano leccando le ferite dopo una controffensiva tedesca che quasi li aveva accerchiati.

Ovviamente Benigni non si è prestato a una falsificazione penosa e ridicola, ma ad una operazione simbolica con la quale l’America imperiale e di conseguenza la colonia italiana faceva i conti definitivi con l’Urss e la espelleva metaforicamente dal novero dei vincitori del nazismo, ancorché essa fosse stata il maggior protagonista della lotta contro la dittatura hitleriana. Gli Usa del resto avevano bisogno di appropriarsi di questo mito fondativo, di questo alibi per il loro impero millenario e tanto meglio se ad aprire le danze era uno straniero: quindi la Accademy si buttò a capofitto su questo film, che del resto veniva spinto in modo del tutto inconsueto per un fil strabiero dalla Miramax attraverso una distribuzione a pioggia  di cassette nel mondo che conta e imponendo la presenza di Benigni in tutti i talk show americani, piccoli e grandi, sconosciuti o famosi. Il comico doveva interpretare la parte dell’italiano tipo secondo Hollywood: gesticolante in maniera inconsulta, dotato di un eloquio sommario e rozzo, amante della pasta e della mamma, emotivo e incapace di controllo. Il comico che non era ancora un chiosatore della Divina Commedia si è tranquillamente prestato a questa indegna farsa con lo scopo di far conoscere il protagonista del film e avvicinarsi all’oscar. Non a caso nell’edizione americana sono stati tagliati nove minuti nei quali il personaggio abbandona lo stereotipo italico e magari rischia di passare per essere umano normale.

Del resto il personaggio Benigni aderiva perfettamente al modello italian Hollywood, una delle ragioni del suo successo oltre atlantico, bastava solo eliminare la parte di sarcasmo, di irriverenza e iconoclastia che sono al di fuori della portata dell’americano medio. Quindi niente di più grottesco e fuori posto del petto gonfio di orgoglio per quell’oscar. Ma insomma andiamo avanti: la parabola dell’ormai amerikano Benigni rimane a mezz’aria perché da una parte deve soddisfare il proprio pubblico tradizionale con l’anti berlusconismo che del resto conta in Italia decine e decine di orfani incapaci di ritrovare un senso politico al di fuori del personaggio di riferimento, dall’altra cerca di togliersi da militanze presenti e future riciclandosi con tutto Dante, di diventare il comico istituzionale. Chi si stupisce del tradimento di oggi è perché non si è accorto di quello di ieri. Ma come si vede ha raggiunto felicemente l’obiettivo in mezzo a una folla di clientes una volta critici, che però si offrono al premier per mantenere le loro miserabili rendite o aumentarle in cambio dell’aiuto dell’ultimo momento, quello che conta  davvero oltre le chiacchiere. E’ l’Italia cortigiana con i suoi giullari che deridono non il potere, ma i poveri fessi che non ce l’hanno.

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Sul ponte sventola bandiera Bianca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho visto ieri sera il commovente commiato della più celebrata vittima del renzismo, che, si sa, il lavoro, la costituzione, l’esercizio libero della critica e dell’opinione, la partecipazione democratica, non hanno avuto parità di emozionata e solidale comunione da parte della corporazione giornalistica e nemmeno da quella degli escursionisti sui social network, toccati dalla barbara e spietata esecuzione.

Non dirò nulla sulla nemesi abbattutasi sulla inedita eroina, fulminata dopo essere sopravvissuta incolume a tante epurazioni. Quella prodotta dalla stessa temperie nella quale si è materializzato il suo successo: nepotismo, clientelismo dei salotti e delle camere, familismo amorale anche quando se ne giovano dinastie dei sacerdoti della rettitudine, che si ritorce in virtù della famigerata e brutale volgarità dei killer anche contro soggetti considerati inviolabili.

Non dirò nulla sulle sue qualità professionali, che non mi sono mai parse particolari e meritevoli oggi di tanto encomio postumo. Nemmeno di quelle umane: una certa segaligna antipatia esemplarmente rispecchiata nella sobria severità del look,  a pallida imitazione dell’inflessibile rigore paterno, offerta e esibita in forma di schizzinosa ed elegante superiorità, quella che si intravvedeva dietro alla doverosa partecipazione a cause e battaglie civili, attraversate, o così pareva, con remoto distacco.

Non dirò nulla sulle denunce rare, di una redazione che le rimproverava  capricci tirannici da satrapo, poco pubblicizzati nel timore di controaccuse di sessismo, maschilismo, ormai inevitabili quando si osa segnalare qualche vizio a carico di quote rosa affermatesi con piglio virile o per appartenenza a cerchie privilegiate e intoccabili,  necessariamente rimosso o guardato con indulgente tenerezza complice, come intemperanza comprensibile e giustificabile in chi  proviene da minoranze non numeriche discriminate.

Non dirò nulla ma proprio nulla sui pettegolezzi sibilati in occasione di certe lontane esuberanze giovanili, tra il Kenya e le avventure rivendicate di certi sciupafemmine, comprensibili e giustificabili proprio in ragione della fisiologica ribellione di un cognome illustre e alla condanna a riservatezza monastica, a rigidezza drastica e austerità irriducibile che lo accompagnano nella percezione del pubblico, piccole rivolte insomma che non si è creduto opportuno esprimere parimenti nell’accesso a carriere senza dolorosa e penitenziale gavetta.

Mi preme invece interrogarmi sull’abitudine così radicata nella nostra autobiografia nazionale, di trasformare qualsiasi vittima anche quelle meno credibili e tardive,  in martire,  come se il passaggio da carnefice o correo o indifferente,  a perseguitato possedesse una facoltà demiurgico di cancellazione di colpe e di redenzione. In grado di far dimenticare misfatti piccoli e grandi, sopraffazioni grandiose o meschine, mediocrità nascoste o palesi, viltà infami o “necessarie” in nome della famiglia, della sopravvivenza, del mantenimento di privilegi e rendite e visibilità, oggi necessaria quanto l’ossigeno per chi l’ha più cara della reputazione.

L’eccellente “rimossa”, non licenziata dal regime, visto che continuerà a godere di un fastoso salario, di una pingue anzianità di servizio, di una tribuna autorevole altrove, garantita dalla condizione di sacrificata in nome della libertà d’informare, non suscita la mia compassionevole e sodale comunanza. Non quanta ne riservo a tutti i licenziati e agli inoccupati d’Italia, vittime dello stesso sistema che in forma paranoica e estrema  si accanisce sul mazzo,  colpendo anche qualcuno che fino a ieri ne ha goduto e che non serve più alla guardia imperiale.

E non hanno la mia comprensione nemmeno altre vittime, quelli che per dare consistenza reale al loro disappunto e al loro malessere, attribuiscono umanità ai frigidi, virtù ai viziosi, genio ai cretini, perfino innocenza alle mignotte quando si ribellano all’utilizzatore finale che non paga loro il dovuto, rinfacciandogli in culo moscio e il parrucchino.

Non si vincono così le guerre contro l’usurpatore e il tiranno, andando come un gregge dietro a qualche bandiera, che se è bianca, poi, segna la resa.

 

 


No, non è la Bbc, è la Rai Tv

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro stile, altra statura di statista.. no, non parlo della Thatcher che pure ebbe a dire: Si, lo so la Bbc mi attacca, ma non posso farci niente. No, mi riferisco a Berlusconi e alla Rai. Qualcuno dirà che era talmente intriso di senso dello spettacolo,  da voler salvaguardare l’immagine e la sceneggiatura della pluralità delle opinioni, del contraddittorio, della par condicio, della democrazia insomma, sia pure formale, che tanto aveva dalla sua il più formidabile strumento di consenso e persuasione, lo sterco del diavolo.

Qualcuno dirà che a lui si deve la  Gasparri,  l’eccellenza delle leggi ad personam, ispirata da un approccio aziendalistico:  aumento del limite antitrust  in palese violazione del principio del pluralismo sancito dall’articolo 21 della Costituzione;  incentivazione della pubblicità tramite il canale televisivo a scapito del canale radiofonico; palese inosservanza dei criteri di salvaguardia dei diritti dei consumatori; consolidamento del sapiente disordine del regime di assegnazione delle frequenze. Ma si deve all’interesse egemonico per i suoi di interessi, oltre che alla proverbiale ignoranza e incompetenza degli estensori, la trascurabile pressione esercitata sulla qualità dell’informazione del servizio televisivo, la bonaria censura, meno potente della antica e sempre viva autocensura, qualche latrato, qualche minaccia, qualche esibizione di muscolarità, sempre nel rispetto però della logica spartitoria.

Niente, viene da dire, rispetto alle performance del suo erede. Che stavolta ha talmente esagerato, violando l’inviolabile, per nome, dinastia, appartenenza “mondana”, più che per professionalità e bravura, che se ne sono accorti tutti quelli che avevano lasciato passare come un fenomeno naturale e ricorrente la sua rivoluzione quella che ha segnato la transizione infelice dalla lottizzazione al reame, da carrozzone a feudo di governo. Quelli che avevano minimizzato l’occupazione militare di Renzi come manifestazione ciclica dell’invadenza della politica nel  “baraccone” di Saxa Rubra, che non avrebbe cambiato la sua natura segnata da subalternità al potere e reticenza a raccontare la realtà.

Eppure a occhi attenti era apparso subito evidente che si trattava della prova generale della messa in scena del golpe, una sfrontata operazione di accreditamento dell’esecutivo come dell’unico potere “legittimo”, sec0ndo le regole del  “comando e controllo”, attraverso una selezione del personale addetto alla gestione, all’organizzazione, al marketing e alla produzione effettuata tra amici, famigli, addetti alla raccolta fondi e partecipi della scalata a Palazzo Chigi del sindaco di Firenze, tra boys e starlette della Leopolda e manager della scuola Marchionne, quella che garantisce il reiterarsi di fallimenti e insuccessi. Eppure ad occhi attenti non doveva sfuggire che l’esproprio definito della radiotelevisione pubblica rappresentava la prima e inevitabile mossa di un aspirante dittatore, nella prospettiva augurabile della cancellazione  delle rappresentanze: parlamento, sindacati, organizzazioni di categoria,  per invadere lo spazio e i modi della comunicazione, per instaurare una relazione diretta con la massa, imponendo i suoi messaggi personali, le sue bugie, le sue narrazioni di successi immaginari, le sue inaugurazioni di grandi opere, le sue performance all’estero e  trasferendoli dalla rete, dai social network, allo spazio istituzionale del servizio pubblico, quindi “suo”, nella qualità di fantoccio, che resiste, messo a completare il definitivo esproprio della sovranità, il definitivo smantellamento dell’assetto democratico.

Si è fatto riconoscere, ma temo che ormai sia tardi: epurati i direttori, tutti e due Tg 2 e Tg 3 per dare l’apparenza della nuova rottamazione in regime di par condicio, messo il silenziatore ai Comitati del No, depennati i talkshow molesti, che ormai basta dire una tantum una fettina di verità tanto per gradire, che si entra nel cono d’ombra, l’uomo arrivato al successo tramite ruota della fortuna ha superato il maestro, che, proprio in doveroso omaggio alla logica della lottizzazione, aveva garantito il mantenimento di una zona di rispetto degli “altri” da lui, da Mediaset e perfino dal governo, favorito da una “sinistra” sempre più di bocca buona, che si accontentava di demonizzarlo in pubblico, contrattando i suoi spazi di sopravvivenza sottobanco.

E per non sbagliare ha gestito nell’ombra la soluzione finale, il dissolvimento di qualsiasi residuo barlume di credibilità della Rai, con la pubblicazione ad effetto delle retribuzione del carrozzone, comprese quelle dei suoi protetti che come al solito non saranno scalfiti dallo scandalo, anzi se ne gioveranno, come i bancari e banchieri sleali, come i boiardi delle aziende di Stato, che si fregiano delle mostrine delle operazioni di corruzione e delle alleanze strette con altri dittatori d’oltremare. Tutta gente che basterebbe rimuovere, accompagnare alla porta, licenziare, come a loro piace fare con noi, che invece rimane inamovibile, impresentabile, ineleggibile, insopportabile, a indicare simbolicamente la strada da intraprendere, sempre la stessa, a dimostrare che la salvezza del servizio pubblico consiste nel farlo diventare privato, come il Parlamento, la Costituzione, il popolo, infine convertito in massa di teleutenti, obbligati all’informazione di regime e ai consigli per essere acquistati e svenduti, con pagamento in bolletta.

 

 


Scoperto l’assassino di Benigni

82713In Italia gira un tizio che ha ucciso Roberto Benigni, ne ha assunto le fattezze e l’anagrafe, ma che non riesce ad essere credibile nella parte che ha assunto per coprire il suo delitto. Da giullare esagitato e vernacolare, privo di vera ironia, ma pronto alla battutaccia e al gesto atellano contro il potere, abbracciatore compulsivo di Berlinguer su pellicola e su palco, è man mano scivolato verso insistenti e un po’ ridicole parti di fine dicitore dantesco, di noioso e incompetente commentatore biblico per ridursi alla fine ad abbracciare Renzi e ciò che esso rappresenta.

Il fatto è che non riesce ad imitare il vero Benigni, nonostante gli somigli come una goccia d’acqua e spesso non si capisce più se le sue siano battute o prese di posizione seriose: dopo aver detto che voterà si al Referendum, cioè che si prepara ad approvare il massacro della Costituzione che cosa si deve pensare quando subito dopo dice che il family day lo ha organizzato lui? E’ una battuta, una confessione o un lapsus freudiano?  Un giullare ha il dovere della coerenza, deve schernire e fare capriole al di là del tavolo: se diventa commensale attento alle convenienze politiche e al relativo galateo, non può alzarsi ogni tanto per far le fiche (espressione dantesca per evitare equivoci): non è più credibile. Soprattutto non fa ridere perché la cosa dopo tanta bibbia e invocazioni papali, non sembra affatto pervaso dal “sentimento del contrario” come direbbe Pirandello.  Il vero Benigni è quello di Mario Cioni o quello che tenta di impedire a Colombo di scoprire l’america in Non ci resta che piangere.

Poi l’America l’ha scoperta lui ed è cominciato un progressivo declino verso le modalità hollywoodiane culminato con la Vita è bella, film oscarato perché da una parte spezzava il plumbeo political correct in cui sguazzano la mancanza di idee e l’ipocrisia americana e dall’altra perché  facendo entrare un’elemento leggero e favolistico nell’Olocausto, avvalorava in un certo senso la fine della storia prepotentemente divenuto un elemento essenziale dell’egemonia liberista. Dopo di allora di Benigni si sono perse le tracce, scomparso nel grande nulla del presente e il suo assassino ne ha preso il posto: mancando di verve e di ragioni, senza più l’istinto del giullare, ma ormai paludato si è dedicato a straziare Dante. E ora passa alla Costituzione.

Certo i giullari devono essere sempre giovani, la piroetta verbale e fisica non si addice ai capelli grigi e oggi il falso Benigni sarebbe preso in braccio da Berlinguer piuttosto che il contrario: è una forma di comicità che invecchia precocemente. Ma finire in braccio a Renzi e ai suoi piani sguaiati, significa proprio essere decrepiti. Anzi proprio morti.


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