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Cassandra Crossing

cassandra_595Anna Lombroso per il Simplicissimus

In attesa che alla signora Karima El Mahroug, un tempo ‘Ruby Rubacuori’ – di volta in volta sfacciata puttanella, minorenne traviata, sfruttatrice di lenoni, sfruttata dai medesimi, vittima di una infanzia sventurata, profittatrice di vecchi porci in cerca di bersagli infantili, eccetera, eccetera, vengano assicurati una posizione e un trattamento di tutto rispetto magari mediante una carica elettiva, secondo regole, che pur nel necessario cambiamento, avevano favorito la nomina della sua garante Minetti e di altre ed altri altrettanto inadeguati, oltraggiosi sorprendenti rappresentanti del popolo – mi voglio concedere il lusso di dire “avevo ragione”, esercizio di solito interdetto alle cassandre che vengono zittite prima della conferma delle loro audaci profezie. Ma viviamo in tempi di tollerante indulgenza, o forse di così estrema sordità che nessuno le sta a sentire e così sopravvivono all’avverarsi delle più fosche previsioni.

Quando tutta la società civile decise per la festosa scampagnata del “senonoraquando”, riuscendo ad orchestrare quella che ai più creduloni parve riprovazione in attesa di qualcosa di arcaico e dimenticato di nome opposizione, quando le donne e gli uomini più “avveduti” decisero di dire basta! scendendo in piazza a milioni, allora ebbi, con pochi altri e ancor meno altre, l’ardire di dire che, a me, non bastava! Che non era sufficiente dimostrare contro il vecchio porcello, ma che ci si doveva battere contro il porcellum, che lo sfruttamento del corpo e dell’immagine delle donne era una sacrosanta esibizione di civiltà, ma che era un segmento dell’uso e dello sfruttamento a scopo mercantile dei corpi e dei cervelli di tutti indistintamente, perché era in atto una tremenda e inarrestabile mutazione che stava conducendoci alla schiavitù.

Allora mi permisi di dire che la mobilitazione di una sinistra annacquata contro il protervo vizioso non era “meglio di niente”, no, era peggio, perché deviava e distraeva dalla tolleranza di anni del conflitto di interesse, diventato interesse comune alla classe politica. Perché copriva immonde correità nella manomissione della Costituzione, perché autorizzava le prerogative di un golpista che stava imponendo una dittatura sostenuta dal voto e da una maggioranza legale ma non legittima, se le elezioni per vent’anni di erano svolte secondo una palese disparità, in condizioni di disuguaglianza dei contendenti. Perché era indecente che l’opposizione si animasse in nome della “decenza” quando aveva delegato alla magistratura la speranza di abbattere l’idolo, conducendo campagne elettorali nelle quali nemmeno si nominava l’antagonista, , quando nelle realtà locali, negli affari e nel malaffare, si costituivano alleanze opache, quando l’interesse personale di uno diventava interesse comune di un ceto, che ne aveva assunto abitudini, inclinazioni, perversioni e non solo quelle esssuali.

 

Avevamo ragione allora. Oggi la larga intesa è benedetta e sancita dal sigillo di una giustizia che si adegua ai tempi, che comprende con indulgenza e avalla con clemenza l’assoggettamento ai potenti, così come assolve il traffico di influenza, che ratifica le differenze manomettendo la bilancia e i pesi, così chi ha e può si acquisisce salvezza, rispetto, e, in un futuro prossimo, eleggibilità e grazia.

Così oggi e ancora di più che ai tempi di “senonoraquando”, il tycoon che vuole lasciare un’impronta con suo tallone di ferro, anzi d’oro, come le sue imprese più o meno legali, le sue attività più o meno criminose, conta, pesa, influenza e decide.

Oggi che è stato assolto e domani quando altri processi condizioneranno alleanze, concordia tra le parti, patti aziendali tra antichi avversari, diritti, leggi, libertà, rappresentanza e le nostre vite, compresa quella delle inascoltate cassandre.

 


Negazionisti esultano per il doppio oltraggio a storia e vittime

Licia Satirico per il Simplicissimus

Esistono giornate dolorose come un pugno nello stomaco. Solo ieri siamo stati costretti a leggere, prima tristi poi furiosi, della morte di Shlomo Venezia, testimone della Shoah, e dell’archiviazione, da parte della procura di Stoccarda, dell’inchiesta sulla strage nazista di Sant’Anna di Stazzema. Le due notizie si sono sgradevolmente intrecciate tra loro in un’ondata mediatica di negazionismo d’accatto.
Navigando in rete abbiamo scoperto che la testimonianza civile di Shlomo, i Sonderkommando e i documenti sulla strage nazista che fece tra le 457 e le 560 vittime civili sarebbero “una marea di balle”: i Sonderkommando non sono mai esistiti, Shlomo Venezia aveva una fervida immaginazione e i reperti sull’eccidio del 12 agosto 1944 sono lacunosi. La decisione della magistratura tedesca, in un quadro probatorio così evanescente, sarebbe quindi stata la sola possibile, non essendo costume teutonico quello di ricercare anziani capri espiatori in case di riposo. Seguono plausi alla sobrietà e all’equilibrio della magistratura tedesca, in special modo della procuratrice Claudia Krauth che dichiara «abbiamo fatto tutto il possibile» con lo stesso tono con cui si annuncia l’ineluttabile decesso di un malato grave: la verità.

Beninteso, di negazionismo autistico si macchia in primo luogo la procura di Stoccarda, ignorando tre sentenze della magistratura italiana sulla strage di Sant’Anna di Stazzema: tre sentenze pesanti come macigni, che hanno ricostruito un atto di terrorismo meticoloso e crudele. Per la magistratura tedesca tutto ciò è un dettaglio, come un dettaglio è la condanna all’ergastolo in contumacia di Werner Bruss, Alfred Concina, Ludwig Goring, Karl Gropler, Georg Rauch, Horst Richter, Heinrich Schendel e Gerhard Sommer, sui quali pende vana una richiesta di estradizione. Sono tutti ottuagenari e nonagenari con scheletri non solo nell’armadio: moriranno nei loro letti, nella lieta consolazione dell’impotenza della giustizia terrena.
La procura di Stoccarda ritiene la documentazione insufficiente a ricostruire le responsabilità individuali: dobbiamo quindi dedurre che nella sedicesima divisione Panzergrenadier delle SS ci fossero assassini maggiori e minori, anime candide per insufficienza di prove dopo un’inchiesta (quella tedesca) durata dieci anni. Ma l’impostura più grande dei giudici d’oltralpe è la valutazione dei fatti: non sarebbe possibile capire se si è trattato di una rappresaglia e nemmeno se sia stata strage, poiché non sarebbe certo il numero delle vittime. Come se l’ammazzare per ore con zelo 457 o 560 innocenti potesse fare la differenza tra una strage o un massacro, una rappresaglia o un crimine contro l’umanità.

Ci sono dei momenti in cui occorre dire basta: la negazione, la cautela, la rivisitazione della storia con candeggio e risciacquo nascono da un retroterra subculturale che tenta sempre più spesso di rigurgitare ideologie deliranti e orrori mai sopiti. Ogni giorno ci giungono segnali di pericoloso sdoganamento smart di “eroi” dimenticati, di gesti dal significato nefasto e persino di simboli religiosi: il mausoleo a Rodolfo Graziani, il saluto romano dei rampolli neri in isole greche, le madonne fasciste hanno turbato la nostra vita recente con frequenza pari ai revirement mistificatori, all’abolizione delle feste civili e agli insulti alla Resistenza.
L’Ur-fascismo è riapparso: prima nella veste bonaria, regimental, della conciliazione, poi in quella della rivisitazione toponomastica con fasti celebrativi. Siamo arrivati al passaggio finale, agevolato dal ritorno prepotente di pulsioni razziste e tensioni sociali: quello dell’impostura, dei buchi della memoria, della trasformazione della storia in leggenda metropolitana.

Per gli allergici all’impostura “strage” è la morte insensata da violenza inutile, quale che sia il numero delle vittime: vile è il tentativo di confondere vittime e aggressori, uccisori e uccisi, in un pout pourri di balle metastoriche travisate da regole giuridiche. Oltraggiosa è l’offesa alla memoria di Shlomo Venezia nel giorno della sua morte. Non sono innocue bugie: sono i segni della perdita di ciò che Primo Levi definiva quella morale universale che è parte della nostra eredità umana. Tra le pieghe di questa eredità si celano i morti, i nazisti, la storia, i pazzi, i criminali e gli idioti, in luoghi ben precisi e senza possibilità di equivoco. Noi non ci confondiamo e non dimentichiamo: né le vittime, né gli assassini.


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