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Scuola a rotelle

scuola Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quella che ci ostiniamo a chiamare sinistra malgrado certi abusi e tradimenti, ha commesso un errore di sottovalutazione del neoliberismo, riferendosi a esso come a una “teoria” economica, una declinazione forse suicida del capitalismo, destinata a avvitarsi intorno alla sua avidità feroce e immateriale. La spocchia è stata punita  e vien bene dire che il suo contagio è stato così potente da innervare tutto, tanto che quella egemonia intellettuale contamina giudizi e valori ai quali si finisce per  attribuire una qualità commerciale in termini di profitto e redditività, individuale e collettiva.

Per questo bisognerebbe resistere alla banalizzazione che viene fatta di alcuni concetti e alcune certezze che sembravano inespugnabili e che costituivano la cassetta degli attrezzi culturali di chi si batteva a nome e per conto degli sfruttati, a cominciare dalla consapevolezza che  la conoscenza e il sapere venissero loro negati per condannarli a uno stato di assoggettamento e subordinazione.

Tema che, di questi tempi, avrebbe dovuto assumere un particolare rilievo, ridotto invece a una insensata polarizzazione: delle convinzioni chi ha scelto di compiere un atto di fede cieco nella scienza, addirittura nei suoi sacerdoti e nei loro assiomi -ancorché marchiati della abiura al caposaldo fondamentale di ogni disciplina, il dubbio, e chi invece il dubbio lo vive e lo esprime nella convinzione maturata da secoli che si tratti di  materie soggette a condizionamenti, che dottrine, ricerche, speculazioni e sperimentazioni non possono mai essere “neutrali” e che è doveroso e responsabile contrastare l’imposizione, sempre oscurantista, di teorie che, direttamente o indirettamente, confermano il pensiero di Rosa Luxembourg: dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere e mettere a reddito.

Così ormai dire che cultura e sapere non solo recano un marchio di classe. Ma addirittura che, contrariamente a quello che ci si aspettava dal Progresso, la diffusione di livelli di benessere e l’accesso alla scuola pubblica non hanno saputo emancipare e liberare dall’ignoranza, ma l’hanno solo addomesticata fornendo a una gran massa di cittadini strumenti elementari utili a sancire l’appartenenza al consorzio civile, mentre ormai da anni il “sistema” lavora per restringere la potenza dell’istruzione riducendola a formazione preliminare al lavoro, determinando  specializzazioni secondo le quali l’eccellenza consiste nella ripetizione meccanica di atti decisi altrove.

Basta pensare alle otto competenze chiave europee (dette anche di cittadinanza) che gli individui dovrebbero acquisire per garantirsi il  pieno sviluppo, individuate dall’Unione Europea e che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento per la normativa nazionale soprattutto in tema di scuola e didattica, tra le quali non è annoverata quella di pensare con la propria testa per essere  in grado di interrogarsi sulla società e di criticarla, di partecipare del proprio presente e di crearsi una indipendente aspettativa per il futuro.

E se la scuola che è stata concepita in questi anni reprime l’indipendenza intellettuale in favore dell’ubbidienza, oggi altri fattori concorrono a farci pensare che perfino un’istruzione pubblica destinata a forgiare il ceto dirigente del domani, eliminando via via gli inabili e immeritevoli per nascita o indole a conquistarsene le carriere è troppo per il nostro sistema, troppo costoso e troppo rischioso, perché c’è sempre il pericolo che il dissenso si annidi e si sviluppi tra il personale didattico, nelle famiglie, tra gli alunni compromettendo quell’unità desiderata di soldati della fatica e del consumo.

Da mesi ormai tutto ruota intorno  al rispetto delle norme sul distanziamento fisico in assenza di un sufficiente numero di docenti, personale ATA e aule, sulla imposizione di mascherine (adesso c’è la lirica raccomandazione degli esperti rivolta alle imprese del nuovo brand sanitario, di produrle “trasparenti” per bambini e insegnanti, che “il volto e il sorriso sono fondamentali per la comunicazione”), ai contenziosi aperti tra dirigenza e personale, tra ministero e sindacati intenti a sabotare,  alle immaginifiche proposte di individuare soluzioni logistiche creative collocando la didattica in B&b, alberghi sottratti temporaneamente al fallimento. Per mesi   abbiamo assistito al teatrino dell’assurdo di una ministra impegnata a reperire tre milioni di banchi monoposto su ruote, allegoria oscena di una scuola affetta da gravissimo handicap che la costringe all’immobilità, sfociata nella felice epifania di un  bando d’acquisto (europeo, perché la quantità assorbe cinque anni di normale produzione nazionale) con undici  vincitori, che, pare,  forniranno i materiali entro fine ottobre, dopo la ipotetica riapertura, dopo le elezioni, e mentre ancora si sentono echi di guerra sempre più allarmanti su focolai, contagi, untori, colpe cioè da scontare con nuove restrizioni, isolamenti, esemplarmente rappresentati dalla decisione, nel caso di un bambino sottoposto a accertamenti e “affetto” dai sintomi del Covid, che si isolino con lui anche i compagni di classe e gli insegnanti.

È che mentre Confindustria e pubblica amministrazione cianciano di lavoro agile, smartworking, dorati e profittevoli part time elastici e flessibili, la soluzione scelta per la scuola è quella più arcaica e rigida, contraddetta da innumerevoli sperimentazioni didattiche. I

ll  Corriere della Sera ha entusiasticamente proposto un video formativo per illustrare le proprietà dei banchi-gabbietta, pensato da single, celibi, nubili, che hanno scelto di abiurare alla genitorialità mostrando quei ripiani dove potrebbe stare il calamaio e la penna di Enrico, ma non certo i quadernoni e le vagonate di testi con cui vengono stipati gli zaini delle nuove leve, prefigurando una scuola si finisca per impiegare soltanto un tablet, indicando nel digitale l’unica desiderabile  fonte di conoscenza e esercizio pedagogico, perfettamente coerente con il disegno che sta prendendo forma di una didattica a interruzione, accorciata secondo le disposizioni eccezionali “richieste” dal contenimento del virus, dove la socialità già colpita da mesi di distanziamento e isolamento, con la criminalizzazione del contato fisico,  viene ulteriormente penalizzata.

Succede così che si metta fine a qualsiasi forma di inclusione e riproducendo altre discriminazioni, la prima delle quali è quella economica, che separa le famiglie che possono esercitare attività e sostegno “sostitutivo” aiutando i figli nelle lezioni, contribuendo all’acquisto di materiale, assicurando collaborazione,   e quelle che stanno vivendo  la perdita di beni, lavoro, assistenza. Ma altre se ne aggiungono se pensiamo alle gerarchie arbitrarie tra scuole e classi meritevoli di docenti di serie A e quelle destinate dalla lotteria ministeriale e periferica a  ricorrere agli avventizi, se nonostante gli annunci trionfali del governo che si vanta di avere strappato al Mef quasi 85 mila nuovi insegnanti di ruolo, a settembre nelle scuole ne arriveranno molti meno, se da anni, soprattutto al Nord, per materie come matematica e sostegno, le graduatorie sono vuote, se già a settembre del 2019 su 53 mila nuove assunzioni previste, ne sono andate a buon fine meno della metà (in Lombardia un terzo, a Milano un quarto), se saranno davvero    40 mila i supplenti in più (oltre a 10 mila bidelli) che Azzolina  promette che fanno stimare che nel prossimo anno si raggiunga  la cifra record di 250 mila supplenti (quasi un docente su tre).

È difficile dire se sia peggiore la probabilità che tutto questo venga mostrato e dimostrato per legittimare la fine della scuola pubblica, autorizzando chi può a rivolgersi al settore privato, che tra l’altro gode delle provvidenze pubbliche, chi non può, a accontentarsi di strutture fatiscenti, personale frustrato e demotivato, parcheggio per la bassa forza, per chi è già condannato a attività servili e abituato ormai a una vita e desideri sottocosto.

O se e più allarmante questo tirocinio che concretizza quello che deve essere la didattica quando l’unico diritto conclamato è quello alla “salute”, dove prevale sull’educazione, la pedagogia, l’insegnamento alla responsabilità, alla indipendenza di pensiero, alla consapevolezza dei propri doveri ma anche del diritto a esercitare talento e vocazioni,  la necessità di adeguarsi al sistema della sorveglianza e alle sue regole, fondato sul controllo individuale e collettivo. E che oggi si realizza con i tamponi, i test sierologici, le telecamere e il filo spinato in attesa di rimpatri dei soggetti a rischio, il deterrente delle sanzioni e dell’isolamento coatto, e poi con l’enfasi data alla obbligatorietà della digitalizzazione, quando la rinuncia alla privacy  diventa il prezzo volontario da pagare per ricevere informazione, accesso alla rete, servizi e con essi l’annessione alla società, dove lo Stato, il settore pubblico: scuola, università cura, rappresentano sono dipinti come gli ostacoli al benessere, alla libera iniziativa, alla affermazione di ambizioni e al conseguimento di profitti.

Tra profezie e horror, pestilenze e cure prodigiose perlopiù offerte dagli untori, finiremo per preferire sostituire la conoscenza con qualche algoritmo e i maestri con utili automi che risparmino ai nostri figli la fatica del sapere e della libertà

 


I ricatti della “stessa barca”

barchettaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il  distributore automatico di insulsaggini trite e convenzionali  a proposito dell’amore, interrogato da settimanali femminili o di gossip, spesso risponde che a tenere insieme la coppia in copertina è la complicità. Uso improprio di un termine più adatto a spiegare le relazioni indissolubili all’interno di cosche, di sciagurate bande del buco, di azionariati scellerati tra corrotti e corruttori,  di vincoli opachi tra aguzzini e vittime in odore di Stoccolma, che a legami trasparenti e gioiosi d’amore, amicizia, e perfino di interesse.

Non è un caso che l’impiego inappropriato si applichi anche alle relazioni industriali a significare accordi occasionali e a termine come certe larghe intese, che come esse durano troppo e si basano sulle ragioni del più forte, che prevedono allo stesso modo disparità e disuguaglianze tra i partner e che chiamano appunto “complicità sindacale”.

Oggi i quotidiani in vena di favolette morali e di apologhi edificanti ne narra un esempio ammirevole ed educativo:  il proprietario dell’azienda siderurgica  Joint & Welding di Sedico in provincia di Belluno,  ha chiesto ai suoi 30 dipendenti di lavorare mezz’ora in più al giorno a parità di salario per tenere in piedi l’attività e non chiudere i battenti. La stragrande maggioranza degli operai, tutti tranne un paio, ha accettato seppur obtorto collo, rinunciando a due pause giornaliere di 15 minuti ciascuna. Eh certo fanno capire tra le righe i commentatori compiaciuti: siamo in uno stato di necessità, tutti siamo chiamati a sacrifici, in fondo, come dicono Sacconi, Brunetta, Squinzi, i ministri di tutti i governi, gli alleati, i diversamente oppositori per non dire di Bonanni, “siamo tutti sulla stessa barca” ed è doveroso lavorare per il comune interesse.

Più che complicità sindacale, si dovrebbe chiamare questo non inedito richiamo al collaborazionismo, ricatto morale: rinuncia a un diritto sancito da un accordo sindacale nazionale sottoscritto da padroni e lavoratori, che se non ti pieghi è peggio per te, per la tua famiglia, per gli altri operai, per il tuo territorio. Ricatto immorale, ancora meglio, perché si può sospettare che una volta superata la fase emergenziale, i sospirati profitti non vengano indirizzati al recupero del sacrificio obbligatorio, non vengano equamente ripartiti tra le maestranze, non vengano trasformati in investimenti per la sicurezza e la sostenibilità, che nelle aziende siderurgiche non sono di moda. Infatti quando  Fiom-Cgil provinciale ha tuonato contro l’accordo, definendolo illegale  il padrone  ha fatto sapere che se la situazione dovesse migliorare, a fine anno “rimborserà” gli operai.  La Fiom come al solito è isolata nella richiesta di rispetto del contratto nazionale. La Cisl nel sottolineare come questo accordo sia simbolico dello spirito di  lodevole collaborazione che lega padronato e maestranze in Veneto, lancia un messaggio consolatorio: «Alla fine della crisi ci accorgeremo che questa complicità farà la differenza, si rivelerà una risorsa». Nel dubitare che sia gli operai di Belluno che noi  potremo vedere la fine della crisi, ci sarebbe da obiettare che è costume consolidato che le risorse siano disuguali nell’accesso e nella distribuzione come vuole l’iniquità che intride tutto il tessuto economico e sociale globale.

Invece c’è da preoccuparsi che queste formule oscenamente e sfrontatamente “di parte”  si facciano strada imponendo l’austerità istituzionalizzata in fabbrica, per l’automatismo immancabile che le trasferirà dalle piccole e medie imprese alle industrie di grandi dimensioni, dalla Joint & Welding all’Ilva, dalle aziende tessili venete alla Fiat;   perché  accordi estemporanei e coercitivi rischiano di  istituire il maggioritario sindacale con soglia di sbarramento in azienda; perché  intese quadro accordo  sottoscritte sull’onda di situazioni di crisi interna, fanno germinare nuove rappresentanze aziendali, appositamente selezionate  per favorire procedure negoziali che derogano da  leggi  e regole,  pretendendo   di cancellare dai luoghi di lavoro la stessa idea del conflitto sociale e prevenendo le lotte  legittime con misure liberticide.

Meglio non fidarsi, se siamo sulla stessa barca è sicuro che i complici ci stanno rubando il salvagente.


Fiat, facciamoci un bel raggiro in auto

Marchionne cade dalle nuvole e si addolora. Secondo quanto sostiene la Stampa che alcuni maligni dicono essere un giornale vicino alla Fiat, pardon alla Chrysler, l’amministratore delegato sarebbe stato colto di sorpresa dalle polemiche che ha suscitato  la sepoltura ufficiale del piano “Fabbrica Italia”. Altro che faccia di bronzo, si direbbe: qui siamo all’acciaio temperato. E invece temo che il manager col maglioncino abbia ragione e la faccia metallica ce l’abbiano quelli che oggi strillano contro e la Fiat o quelli che chiedono incontri: Marchionne mai e poi mai avrebbe potuto pensare che il milieu politico, sindacale e governativo italiano, avesse effettivamente creduto che la Fiat fosse in procinto di investire 20 miliardi in Italia per raddoppiare la produzione di auto. A lui pareva chiaro che si trattava di uno specchietto per le allodole creato perché governo, rappresentanti dei lavoratori e opposizioni politiche dessero il via libera all’operazione Pomigliano, cioè in sostanza alla messa in mora di decenni di lotte del lavoro.

Quando presentò la mezza cartellina con il mirabolante progetto, la Fiat aveva già sottoscritto gli accordi per la fabbrica in Serbia e aveva intenzione di siglarne altri in Russia e in Cina, doveva racimolare almeno 8 miliardi per ripagare in fretta i prestiti di Usa e Canada alla Chrysler e altri miliardi per arrivare alla maggioranza di almeno il 51% nell’azienda americana: soldi reperiti nel mercato e che dovranno essere restituiti. Tutto questo nel bel mezzo di un declino strutturale del mercato automobilistico europeo, di cui una Fiat con casse e cassetti vuoti, non poteva che fare la parte del fanalino di coda. Naturale che Marchionne tutto poteva aspettarsi salvo che qualcuno ci credesse davvero a “Fabbrica Italia” o nel miracolo dovuto alla riduzione dei tempi di pisciaggio.

Invece poveretto scopre  di essere stato circondato da allodole che oggi gracchiano come corvi e fanno finta a loro volta di cadere dalle nuvole. Se però tutto questo facesse parte di una Olimpiade della disonestà, Marchionne arriverebbe ultimo: lui ha sparato solo una balla grande come una casa, gli altri da Ichino a Bonanni, passando per Angeletti , i “responsabili” chierici del centro sinistra, i tenutari di bordelli berlusconiani e i raffinati analisti dei grandi giornali, hanno mentito quando hanno fatto finta di crederci e mentono ora quando recitano la commedia della buona fede. L’alternativa è poco allentante: andare dal notaio e dichiararsi ufficialmente una congrega di cretini.

Invece assisteremo a una nuova commediola, con le solite bugie carrozzate Fiat e una rinnovata finzione. Capirete tra Passera, Fornero e Monti, siamo in una botte di ferro.


Prime vittime della riforma del lavoro. E la Cisl finge indignazione

Monti e Fornero si abbracciano dopo l’approvazione della riforma del lavoro

Non ci voleva molto a capirlo, se si fosse voluto. Ma il Parlamento e buona parte dei sindacati hanno voluto essere sordi e ciechi, perché ce lo chiedeva l’Europa, quella Ue che fa fa festa solo sui massacri: ma la riforma dell’articolo 18 apre la strada ai licenziamenti indiscriminati. E infatti ieri abbiamo avutola le prime due espulsioni per “motivi economici” o “oggettivi” come dice ipocritamente la legge. E’ accaduto  alla Huawei Italia , l’azienda cinese che ha rilevato il network di Fastweb.

Una decisione “dolorosa” dice l’azienda che sostiene non trattarsi di un licenziamento, ma di un incentivo all’esodo, anche se in realtà una lettera di licenziamento esiste, almeno per una persona, come si può facilmente vedere: lettera licenziamento. Sta di fatto che la vicenda dell’impiegata “esodata” sta facendo scendere dal pero quella verità tenuta nascosta sul significato della modernizzazione firmata Monti – Fornero  con l’avallo di Pd e Pdl. Ieri la  Fistel-Cisl, per bocca di Giorgio Serao, della segreteria nazionale, ha inveito contro la decisione e ha minacciato il ricorso: «Il provvedimento è di una gravità inaudita perchè la ricca Huawei è una società in crescita sia come business, sia come livelli occupazionali nel nostro Paese  e non può utilizzare la legge Fornero per sbarazzarsi dei lavoratori indesiderati».

Si, avete letto bene, proprio quella Cisl che per prima ha calato le braghe e che quasi quasi sembrava entusiasta: adesso fa finta di non capire che “motivi economici” o “oggettivi”  non significa affatto che un’azienda debba essere in crisi. Può invece riferirsi a mille cose: che una certa mansione non serve più, che si vuole ridurre l’organico per far salire il titolo in borsa, che si cerca maggiore concorrenzialità, che si desiderano maggiori profitti per i proprietari e gli azionisti, che vuol delocalizzare, che un dipendente ti sta sulle scatole e hai solo quella scusa per mandarlo via. La mancetta delle 15 o 24 mensilità non è certo una difficoltà, anzi è una manna in vista dell’impossibilità pratica di un reintegro.

Quindi la Cisl non ha che da fare mea culpa e tenersi la dichiarazione di sorpresa della Huawei che scrive:  “I toni violenti della dichiarazione di Serao rappresentano una grave rottura rispetto alla relazione costruttiva e serena finora avuta da Huawei con la Fistel-Cisl”. Ecco conservate la serenità, visto che vi siete messi da soli in queste condizioni. E che vi siete completamente  abbandonati alle narrazioni liberiste. Dice Serao, a contorno della sparata: «la decisione di Huawei è un pericoloso precedente nel settore delle telecomunicazioni dove gran parte delle aziende sta vivendo una difficile crisi industriale e nonostante ciò, insieme al sindacato, sta salvaguardando con accordi i livelli occupazionali in attesa della ripresa del mercato». Forse alla Cisl non si sono accorti della profondità della crisi, dei mutamenti che essa annuncia e si attendono da un momento all’altro l’immancabile ripresa, come da manuale di macroeconomia di Blanchard. Tanto varrebbe leggerlo fino in fondo e apprendere che il dogma dell’equilibrio del mercato, oltre a non avere alcun riscontro empirico, richiede comunque enormi tagli di salario e di posti di lavoro. Magari sarebbe onesto dire ai lavoratori in che contesto vi muovete e non solo fare la faccia dell’arme quando si realizza ciò che avete collaborato a costruire.

Ah già, ma che sciocco, mi ero dimenticato che la ripresa è vicina, come dice Monti: un’ottima ragione per farsi venire un surplus di dubbi.


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