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Lavoro. Gli assassini dei diritti

lav 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi succede di ripetermi, ma ho un’attenuante: troppe cose si ripresentano, spesso in forma peggiorativa. Come, ad esempio, la riduzione a flebile commemorazione e a celebrazione retorica di eventi, lotte e conquiste che avrebbero potuto renderci più liberi e migliori.

In questi giorni si ricorda che lo Statuto dei Lavoratori ( Legge 20 maggio 1970, intitolata ‘‘norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) compie 50 anni e infatti puntualmente è arrivata puntuale la liturgia istituzionale. Così sembra paradossale che i giornali del 22 maggio 1970 titolassero: “La Costituzione entra in fabbrica”,  in un tempo, il nostro,  nel quale pare che la Carta sia uscita dai luoghi di lavoro, dalle case, dagli uffici, dalle piazze e dalle strade, se diritti che parevano meritati, acquisiti e inalienabili ci sono stati sottratti sostituiti da  elargizioni arbitrarie, mance discrezionali, riconoscimento limitato di prerogative e inclinazioni, il cui libero esercizio  è circoscritto a chi se le può permettere.

Ancora più paradossale è ricordare i perché dell’astensione del Pci, riassunti nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti alla Camera: “Ci siamo astenuti per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica ….il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”, come l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge nei confronti dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti e la mancanza di norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia, se pensiamo al ruolo giocato dal partito che negli anni a venire ne avrebbe dovuto perpetuare la vocazione e rispettare il mandato di rappresentanza e salvaguardia dei bisogni e delle rivendicazioni degli sfruttati.

Quel partito cioè che nelle sue ultime configurazioni, di nome e di fatto,  rivendica di incarnare il  “riformismo” e che ha  incrementato, appoggiando perfino le misure berlusconiane e grazie alla rimessa in uso, perverso, della cinghia di trasmissione con il sindacato, la frammentazione della classe lavoratrice, con una molteplicità di contratti di lavoro anomali. L’intento dichiarato e la strategia, riuscita, era pagare meno e isolare gli “occupati” e i sottooccupati ma a norma di legge, a cominciare dal decreto Tremonti, in linea con il Protocollo  del 23 luglio 1993, col quale le parti sociali e il governo concordavano  un  quadro di principi e di regole per rendere coerenti i processi contrattuali   con le politiche economiche e dei redditi in modo da il conflitto e allinearsi al Trattato di Maastricht.  E poi a seguire, sotto tutti gli esecutivi di Berlusconi, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, il pacchetto Treu, il decreto legislativo n. 368/2001, la legge Biagi, il collegato lavoro, e poi la legge Fornero, il Jobs Act, fino al decreto Dignità.

Adesso per una di quelle strane fatalità che ci consegna la storia, questo anniversario cade proprio quando la quarantena porta alla luce drammaticamente la struttura di classe della nostra società, dopo che  per anni hanno cercato di persuaderci che per molti motivi le differenze di ceto fossero superate, o diventate indefinibili e impercettibili per via del passaggio da una economia produttiva a quella “finanziaria”, certo, ma anche in virtù delle formidabili mutazioni che aveva prodotto il Progresso, grazie a quelle conquiste della scienza, si, proprio quella che dichiara impotenza e manifesta tracotante improvvisazione davanti a una prevedibile epidemia, e della tecnologia, si, proprio quella che doveva  risparmiarci dalla fatica manuale, donandoci quella condizione di onnipotenza virtuale, dal lavoro seduti sulla poltrona di casa a far cadere una bomba spingendo un bottone,  e in due mesi ha mostrato i limiti della sua inadeguatezza.

Tutto questo non è certo accaduto ora e per caso. Quello che è stato definito un cigno nero, per sottolinearne la imprevedibilità e rarità, mentre era nell’ordine “naturale” e tante volte ne era stato profetizzato il verificarsi, ha la qualità di una rivelazione che stupisce solo quelli che non volevano vedere. Sono quelli che rimuovono la triste epifania che ha reso ancora più profondo il solco che divide chi appartiene, forse temporaneamente o occasionalmente, a ceti che finora hanno conservato qualche bene, qualche privilegio, qualche rendita o qualche opportunità, qualche sicurezza e garanzia, qualche livello “superiore” di istruzione che attribuisce a chi lo possiede una malintesa supremazia morale, e gli altri,  che hanno già perso o stanno perdendo tutto.

Già i primi dati –  a metà aprile l’Inps denunciava  che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time e che a essere colpiti sono i lavori “anomali”, le occupazioni saltuarie, quelle economie sommerse delle startup farlocche, dei B&B, dei franchising dei gelatai e pizzaioli –  dimostrano gli effetti di trent’anni di “flessibilità”, mobilità e  della cancellazione  di quelle tutele viste come impedimento per la competitività.

A una generazione di lavoratori  senza diritti, quando ormai ha preso piede la narrazione epica, resta solo da contribuire alla ricostruzione del dopoguerra, nella trincea dei cantieri riaperti per le grandi opere e le infrastrutture, che se non si devono tirar su i palazzi bombardati la macchina di pace della corruzione e del malaffare del cemento è pronta a rimettersi in moto. Oppure si apre per loro l’opportunità di tornare ai solchi bagnati di servo sudor come piace agli editorialisti che da anni denunciano l’indolenza dei ragazzi (salvo la loro prole), la leva degli scansafatiche colpevoli a un tempo di non essere abbastanza competenti, malgrado la Buona Scuola e le Università degradate a fucine per disoccupati specializzati grazie a un succedersi di riforme “progressiste”, e di avere troppe pretese, come se fosse una indebita pretesa non prestarsi per una paga da fame in pieno regime di “caporalato”. E infatti ci hanno pensato subito Bonaccini, che voleva mettere ai lavori forzati i percettori di reddito di cittadinanza, la Bellanova in veste di neo-lachrimosa, seguiti dai vertici di Confagricoltura che reclamano il ritorno beato ai vaucher, per usufruire dei servizi a poco prezzo di vari “ soggetti che possono lavorare con prestazione occasionale: pensionati, studenti nei periodi di vacanza, persone disoccupate che siano iscritte nelle liste di disoccupazione del centro per l’impiego, percettori di prestazioni integrative del reddito ovvero cassaintegrati, ecc”. In attesa dei quali è stata adottata una “sanatoria” rivolta ad un pubblico ristrettissimo di migranti a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che potranno richiederne uno nuovo a patto che il vecchio sia scaduto entro il 31 ottobre 2019, quelli in sostanza già “regolari” ma soggetti a un rinnovarsi di ricatti e intimidazioni.

Così si ripropone con forza la questione salariale, esaltata dall’attuale contingenza che condanna a una sempre maggiore vulnerabilità sempre più soggetti, individui, famiglie di qualsiasi genere, età, etnia, in un paese dove si guadagna meno di 30 anni fa, a parità di occupazione, professione, livello di istruzione e gerarchico. E quando la minaccia di una invasione di immigrati che rubano il posto rivela la sua natura di grande distrazione di massa, perché le aperture a questo bacino di forza lavoro prevedono di esercitare la pressione intimidatoria per costringere tutti a un abbassamento delle remunerazioni, come a recedere da richieste e rivendicazioni, tutti parimenti ridotti a stranieri in patria, Terzo Mondo fuori e dentro i confini.

Come andrà per il lavoro nel Dopo Covid19, si è capito da subito, quando nella conferenza stampa dell’11 marzo Conte, interpretando le preoccupazioni di Confindustria ammette che in Italia si puù chiudere tutto, università scuole, parrucchiere, osterie, hotel, musei, ma non le fabbriche, pena l’estromissione dal mercato globale.  E quando dal giorno dopo si indicono scioperi e fermate in tutta Italia, nelle aziende dove si doveva arrivare pigiati nei mezzi di trasporto diradati e lavorare senza le mascherine salvifiche – soprattutto per la Pivetti, senza dispositivi sanitari, senza distanziamento, senza disinfezione, scatta immediata la reazione contro gli irresponsabili, la censura, il silenzio sulle loro proteste, l’anatema contro chi osserva che anche prima le condizioni sui posti di lavoro erano indegne dei più elementari criteri di profilassi e di sicurezza come dimostrano i dati sulle morti bianche, ma che il Covid19 ben lungi da imporre l’adozione di criteri e requisiti più stringenti aveva sortito solo l’effetto di limitare gli interventi unicamente all’emergenza e in forma “temporanea” e volontaria.

E poi si stupiscono se di fronte a queste disumane e feroci disuguaglianze l’unica autorità che sanno esprimere le élite e le leadership è la paura,  se l’unico modo mediante il quale la classe dominante rende naturale la sua egemonia è l’imposizione di un ordine economico e morale consiste nel reprimere autodeterminazione, nell’isolare gente che ha identità e interessi comuni perché non sappiano più riconoscersi e lottare insieme.

Pare non avesse ragione Gramsci a dire che il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, se a perdere la vita e prematuramente sono gli anziani poveri, così come a perdere forza e visioni del futuro sono vecchie conquiste soffocate da un “nuovo” senza domani, senza lavoro, senza popolo.

 


Non hanno paura di Salvini. Hanno paura del popolo

popolo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tempo di serendipity. A molti sarà piaciuta la strana e felice coincidenza  per la quale il presidente Conte e il sociologo Marco Revelli hanno elencato con la medesima minuziosa precisione  le malefatte del Ministro dell’Interno del governo uscito, la lunga lista di scorrettezze istituzionali, abusi di potere, sconfinamenti, ignoranza o trasgressione delle regole.

L’uno al Senato, l’altro in un articolo vibrante di sdegno ripreso entusiasticamente dai social, hanno compiuto ambedue lo stesso  peccato, quello di omissione, il primo rimuovendo opportunamente le responsabilità dell’alleato di governo che ha scelto la via dell’arrendevolezza  per motivi  di sopravvivenza più che di salute pubblica, il secondo attribuendo solo alla “zavorra” renziana che sinistra non è e non vuole essere – come d’altra parte tutto quel che resta del Pd – le colpe di un “pensare” non più comune, di un’impotenza non sa tradursi in azione  ma nemmeno vuole e sa ascoltare e registrare la voce o respirare l’aria “della strada”.

E  tutti e due per motivi solo apparentemente differenti hanno espresso la stessa aspettativa di un governo “comunque”, che eviti le elezioni grazie, per il primo, al suo “sacrificio” e alla sua abnegazione personali, per l’altro in forma di coalizione di “sicurezza costituzionale” che eviti la possibilità che la destra incarnata dal Gradasso e dai suoi empatici, possa spostare dal Palazzo alle piazze scontente e rumoreggianti in occasione del drammatico passaggio di una manovra economica cruenta e dell’imperio tragico del default. Un “ponte” che resista fino all’ennesimo tentativo di mettere insieme una riforma elettorale che, cito Revelli,  allontani “il rischio che una maggioranza nero-verde di tipo weimariano possa manomettere la Costituzione senza neppur bisogno di un referendum confermativo”.

Insomma per quelli, tanti, che hanno creduto che con Salvini passasse la paura del fascismo, che cancellata la sua immagine, le sue foto, la sua voce, i suoi slogan, lo svolgersi pieno e appagante della democrazia potesse riprendere come in un dopoguerra costruttivo e fecondo, è il momento in cui tocca prendere atto che la rimozione volontaria e poi forzata dell’energumeno, il ridimensionamento elettorale (numericamente relativo) e di consensi (nella percezione più che nei voti) dei detestati 5stelle, sono il segnale di una crisi dell’assetto istituzionale, cominciata tanto tempo fa, quando partiti e leader hanno pensato che fosse il momento di procedere a una “revisione” costituzionale che spostasse il potere e il processo decisionale fuori dal parlamento, lo consegnasse nelle mani di una oligarchia rappresentata da una persona, un vicerè, un generale, un tecnico al servizio dei propri e dei suoi interessi di ceto.

E se Conte non vuole certo uscire dal vuoto torricelliano, dove l’invettiva e le reprimende prendono il posto dei programmi, aiutato dai compitini derisori dei problemi del Paese dell’opposizione,  coi “punti irrinunciabili” di Zingaretti che spera in un ritorno del bipolarismo con due fronti che la pensano allo stesso modo su Europa, austerità, Tav, fisco, etc.., Revelli, che fa parte di quella rara compagnia di spiriti critici dell’abiura dei partiti della sinistra tradizionale passati di buon grado ai ranghi del progressismo liberista, rivela quel cruccio diventato sentiment comune, quella preoccupazione nei confronti del malessere generale cui viene dato il nome di populismo. E che potrebbe voler dire non che si condivide plebiscitariamente il rigurgito neofascista che sale dalle viscere di Salvini, ma, molto più semplicemente e tragicamente, che la gente disapprova la gestione della cosa pubblica da parte del ceto dirigente e al tempo stesso non si riconosce in chi lo contesta, quando una volta arrivato ai posti di comando viene contagiati dalla realpolitik.

Il timore che l’astro di Salvini non sia tramontato è dunque più che legittimo, lo sa bene chi ha creato le condizioni grazie alle quali è sorto e ha brillato in cielo per più di un anno, conscio e soddisfatto che i riflettori della comunicazione indirizzassero la percezione sui temi dell’immigrazione grazie a un allarme che viene da lontano, dallo sbandieramento del vessillo della paura dell’invasione che ha prodotto le leggi Bossi-Fini, la Turco-Napolitano, la Legge Maroni, le ordinanze di Minniti,  culminati in  quei decreti-sicurezza,  colpevolmente sostenuti dai 5Stelle, che hanno coperto con l’autorizzazione al razzismo la legittimazione della repressione, grazie alle misure,  non solo unilateralmente volute, destinate  a colpire poveri di tutte le etnie e oppositori e che vanno dalla criminalizzazione del blocco stradale   alla stretta sulle manifestazioni di dissenso, nei casi della Tav, delle Triv, del Muos, delle occupazioni di fabbriche, di scioperi.

Lo sa bene chi ha dato enfasi a un umanitarismo a basso costo, esibendo uno schizzinoso disprezzo per il condottiero barbaro dei rozzi xenofobi delle periferie che si contendono spazi angusti  e desolati, per i lavoratori precari che temono la concorrenza degli stranieri propensi a svolgere mansioni non garantite, non sicure e sottopagate, proprio come vuole  la grande industria  transnazionale che usa ogni arma a cominciare da quelle belliche e  di conquista, per muovere eserciti di forza lavoro e  abbassare il costo della mano d’opera.

E lo sa bene chi ha avallato la secessione delle regioni ricche permettendo che venisse interpretata nelle sue espressioni più esuberanti dal leghista razzista contro il terzo mondo interno dal Vesuvio all’Etna, ma condivisa largamente da chi sta mettendo in piedi una mostruosa truffa ai danni del Mezzogiorno grazie alla costituzionalizzazione di una “apartheid” delle nostre colonie meridionali.

Non c’è da temere il ritorno di Salvini, non è mai andato via, era là a garantire le larghe intese che approfittavano delle sue smargiassate per consolidare il consenso da dare ai “meno peggio”, che lo denigravano e subito dopo lo blandivano in occasione di associazioni d’impresa, quelle del mito del produttivismo, del progresso, che  lo esibivano come un babau agli occhi dell’Europa conquistandosi il merito di averlo persuaso alla ragione come in molti casi, o messa da parte in rari altro, che hanno raggiunto il risultato di far fuori un movimento che si è arreso a fare il vaso di coccio, impreparato e inadeguato ma che ai loro occhi era un rischio destabilizzante.

Si sono resi un servizio a vicenda, preparando un dopo sul quale Salvini reclama qualche diritto, di quelli che piacciono a lui: possesso, prevaricazione, intimidazione, ricatto, diventati sistema di governo, qualsiasi sia la coalizione.

 

 

 

 


Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 


Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 


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