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Attenti, sono tornati i morti viventi

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Imubis
Nella religione egizia, Imubis era il dio dell’incertezza, del doppio, dell’inganno.
Prima divinità dell’Oltretomba, come recitano i “Testi delle Piramidi”,era il dio protettore del XVII nomos dell’Alto Egitto il cui capoluogo, Khasa, venne chiamato, in epoca ellenistica, Tangentopoli ossia “Città degli inquisiti” per il culto che vi veniva celebrato.
Aveva numerosi titoli che coglievano i vari aspetti della complessa natura del dio, tra i quali:
“Colui che presiede il Consiglio dei Ministri”
“Colui che è sulle montagne” intendendo le montagne ove erano scavati gli ipogei o Monti.
“Colui che compare, viene smentito, scompare, ma poi te lo ritrovi lo stesso”
“Colui che è nelle bande” intendendo le bande finanziarie, ma dall’oscuro significato.
Nel primitivo culto zoolatrico, Imubis era raffigurato come un porco dal pelo rossiccio, con grandi orecchie e lunga coda, ma a partire dal Nuovo Regno veniva rappresentato con il corpo di uomo e testa di professoressa piemontese, chiamata poi genericamente testa di sciacallo, per identificare così l’animale che si nutre di carognate e quindi strettamente connesso alla morte.
Quindi la comune immagine di questo dio altro non era che un geroglifico indicante la “natura e le caratteristiche” della divinità e non certo il nome.
Le divinità ibride con testa di porco erano diverse e ne citiamo tre: Imubis, Irap e Khitamentyu (protettore dei bugiardi).
Genesi
Imubis veniva definito nei “Testi delle piramidi” come quarto figlio di Rag. generato con la dea Hesattory, dalla testa di vacca.
La dea Fowr-nher, anche conosciuta come Kebh-ast-ard ossia “Colei che strangola i poveracci”,i era considerata la figlia di Imubis e qualche volta la sorella.
La sua paredra era la dea Inps avente anche lei per simbolo il porco ed un centro di culto sempre nel XVII distretto dell’Alto Egitto.
Ruoli nella mitologia
Protettore della sacra terra dei banchieri, aveva il compito di accompagnare il lascito del defunto davanti al tribunale supremo degli dei, così come narrato nel “Libro dei morti”, illuminando il cammino con la B-ce tenuta nel palmo della mano. In questo caso diveniva la forma sincretica del dio Anas, che significa “Colui che apre la strada” ed era anche assimilato all’altra divinità Khitamentyu ossia “Colui che è a capo di tangentopoli”.
Come rappresentato in alcune tombe del Medio Regno della necropoli tebana, Imubis appare chinato sul defunto con lo scettro rituale sk-an-ner detto “Grande rapina” il cui scopo era quello di controllare il testamento.
Ebbe anche un ruolo importante nel mito di Napolitanide del quale imbalsamò le spoglie, su ordine di Dragh, facendone così la prima mummia e divenendo quindi il dio protettore dell’imbalsamazione.
Gli stessi imbalsamatori erano suoi sacerdoti e quello che presiedeva ai riti funebri indossava la maschera nera con le sembianze del dio, divenendo egli stesso la personificazione della divinità.
Partecipava inoltre alla psicostasia ove conduceva il defunto nella “Sala delle due verità” e ne pesava il portafoglio assieme al dio Phaz che come scriba ne registrava la pesatura.
Nel Libro XI de Le metamorfosi di Apuleio si trova la testimonianza che il culto di Imubis durò, a Roma, almeno fino al XXI secolo d.C.
La più antica rappresentazione di Imubis è in una tavola risalente al sovrano Aha della I dinastia nella quale veniva anche citata la festività collegata al dio che veniva inizialmente rappresentato solo come porco dalla lunga coda e con uno scettro sekhem posizionato posteriormente in un contribuente.
Durante il Nuovo Regno veniva rappresentato anche nei sarcofagi. Resta notevole testimonianza il reperto del tesoro di Tutankhamon ove il dio doveva assolvere il compito di pignoratore degli arredi funerari e sempre con scopi apotropaici la sua effigie compariva nei sigilli giudiziari delle tombe reali e nobiliari.


Cota, le mani bucate sul Piemonte

Fratelli di lega

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

All’imbecillità umana non c’è limite, figuriamoci a quella legaiola!

Il porta-posacenere della regione Piemonte, Cota, ha deciso di non accorpare le elezioni amministrative al referendum sulla caccia.
Con un costo aggiuntivo di 22 milioni di euro, che la regione non ha e per cui dovrà chiedere un mutuo.

La stupidità dell’operazione è talmente evidente che solo un leghista imbecille può non vederla.
In un periodo in cui i tagli a qualunque servizio pubblico fioccano quotidianamente sui cittadini, in cui si cercano milioni per la sanità regionale, in cui si chiudono o si massacrano ospedali modello come il Valdese, in cui la messa in sicurezza del territorio non trova mai fondi sufficienti per cui si agisce sempre sull’emergenza del dopo-disastro, il nostro (ma lo regaliamo volentieri) getta al vento una cifra monstre per una ripicca da alunno delle medie sul quorum del referendum.
Ancora fermo al dictat maroniano delle consultazioni sull’acqua pubblica, il Côtô (for piedmontees only) brucia delle risorse non sue, ma lascia in eredità alle future amministrazioni regionali una pietra al collo il cui peso e la cui inutile meschineria gridano vendetta.

E’ infatti ben noto anche all’inutile idiota, ma utile soprammobile, che la vittoria alle scorse elezioni è stato un caso, non del tutto fortuito, dovuto a errori ed omissioni della sinistra e della sua candidata, ma che molto difficilmente si ripeterà in futuro, soprattutto per lui e per il suo accrocchio politico.
Quindi è evidente che è solo un tentativo di azzoppare il prossimo mulo da soma che si sobbarcherà la Regione, dopo il massacro a cui questi incompetenti (e neanche professori, anzi) la stanno sottoponendo.
Lui, nel frattempo, vaga sul territorio nazionale e via etere, ben attento ad essere sempre assente dalla regione che dovrebbe governare (in compagnia del porta-porta-posacenere, il “moretto servitore” Buonanno), a spiegare come i soldi rubati dal Cerchio Magico (di cui faceva parte, forse a sua insaputa) siano “soldi della lega” e non dei contribuenti di tutta la penisola.

Il referendum sulla caccia riguarda circa 35.000 cacciatori piemontesi su una popolazione di quattro milioni e mezzo di abitanti, lo 0,7% degli abitanti.
Anche da un punto di vista elettorale l’equivalente di una cacca di piccione (o del peso politico di Rutelli, che è lo stesso).

Avrei una proposta: la prossima tassa sulla licenza di caccia in Piemonte portiamola a 650 euro a cacciatore e rientriamo dell’importo gettato al vento.
E se molti rinunceranno a rinnovarla e smetteranno di andare a sparare nei boschi, il 99,3% dei piemontesi sarà comunque soddisfatto: Cota lo “impallinerà” comunque, prima o poi…


Fornero, la dilettante allo sbaraglio

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

LaFornero è un fiume in piena: scrive, rimbrotta, dileggia, punzecchia.

Se fosse un’editorialista (e lei crede di esserlo) sarebbe piuttosto noiosa, ma si comprenderebbero alcune sue ripicche e frecciate alla Louella Parsons (in sedicesimo) contro tutto e tutti, soprattutto tutte!
Se fosse una conduttrice televisiva (e lei crede di esserlo) nessuno la guarderebbe, ma almeno non ci si stupirebbe dell’iperpresenzialismo mediatico.
Se fosse un’attrice (e lei vorrebbe esserlo) ci chiederemmo perché le prove di pianto, sorriso, faccetta ammiccante, faccetta severa, ecc. le faccia in pubblico e non a casa sua.

Ma poiché è un ministro della Repubblica (o, meglio, lei crede di esserlo) con delle responsabilità verso TUTTI i cittadini della medesima e poiché è una “tecnica” (e questo lo credono ormai veramente in pochi) dovrebbe misurare i toni, contenere le proprie reazioni e, più d’ogni altra cosa, sapere di cosa sta parlando prima di dar aria alla bocca.
Le affermazioni/negazioni di questi ultimi giorni, in particolare sui cosiddetti “esodati”, sarebbero ridicole se non incidessero pesantemente sulla vita di centinaia di migliaia di famiglie.

Sui numeri si è autoavvitata in un convolvolo di stupidità che neanche la Garnero (in arte Santanchè) sarebbe riuscita a tanto.
Partita con un (inventato) “circa 65.000”, poi smentito, poi modificato (“ma potrebbero essere anche 350.000”), poi massacrato pure dall’Inps, LaFornero decide che quello giusto è proprio quel 65.000 che aveva detto per primo (stamane alla radio inventa anche dei numeri alla decina, se tirava fuori dei decimali c’era da ridere): è lei la ministra ed è anche una professoressa, “la massima esperta italiana in materia di lavoro” (Monti, op. cit.), quindi i numeri li fa lei e zitti tutti!
E per quelli i soldi, forse, si trovano.
Per gli altri, se ne verranno fuori (ma non aveva detto che erano 65.000 senza se e senza ma?), si vedrà man mano.
Tanto giochiamo solo sulla pelle di fannulloni, approfittatori, mendicanti, no?

Già, mendicanti…
LaFornero continua a confondere il welfare e le garanzie sociali con la beneficenza, che uno stato munifico (e stupido) ha concesso per anni per tener buono il popolino ignorante e infingardo: un “tenga, buon uomo” da uscita dalla messa la domenica.
Ma adesso che c’è la crisi, anche i ricchi banchieri & friends devono accorciare il braccino: quindi niente brioches e imparino, gli sfaticati, finalmente a lavorare come buoni piemontesi!

Nella sua presuntuosa e colpevole ignoranza del comparto, insieme al prode Polillo, continua a dire che gli esodati, anzi i “salvaguardati” come fossero panda, sono a carico Inps, o meglio, sono stati scaricati dalle aziende sulle spalle dello stato.
Vero è esattamente il contrario: le aziende (col beneplacito dei sindacati, di fronte ai quali sono stati firmati gli accordi, sia collettivi sia individuali, per renderli inoppugnabili) hanno pagato di loro l’equivalente (più o meno) dello stipendio dell’ex-dipendente-non-ancora-pensionato fino al raggiungimento dei requisiti di legge regolari per prendere la pensione (secondo le norme vigenti all’epoca).
Quindi nessun regalo dello Stato (i casi di mobilità e altri ammortizzatori sociali non farebbero parte, a rigore, degli esodati e non sono comunque un regalo), casomai delle aziende (insomma…) contro cui la nostra si è scagliata.

Con la Marcegaglia manco più si salutano, con l’ipercrinita industriale che si sta togliendo un po’ di sassolini dalle scarpe (anzi some gravel from the shoes, visto che l’ha fatto sul WSJ) mentre prepara gli scatoloni per lasciare la stanza dei bottoni.

Con Passerà “collabora in letizia” dichiara all’alba mentre l’altro butta acqua sul fuoco da lei scatenato e, forse, vorrebbe buttarci anche quella sporca con la bambina dentro.

Monti cerca di stare all’estero più che può (manco fosse Lavitola) per evitare di sentirsi chiedere ogni due minuti conto delle esternazioni di questa fontana di parole in libertà.

E intanto, la fontana si allena alla furtiva lacrima con i “dossier angoscianti” che “arrivano sul suo tavolo al ministero”.
Se solo avesse un’idea dell’angoscia in cui getta con la sua millantata competenza milioni di cittadini che aspettano una sentenza di sopravvivenza o di morte da chi non sa neppure a chi chiedere i numeri giusti.

Ma lei lancia minacce e ricatti di sentore mafiosetto: “se la riforma non passerà, il governo andrà a casa!”

E allora, di fronte a un invito così succulento, riprendiamoci il grido dell’unica, vera, Pasionaria, Dolores Ibárruri:

¡No pasarán!


Tre sotto-cosi e mezzo

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Non sono un grande “guardatore” di televisione, un po’ per il poco tempo e un po’, ma soprattutto, per la bassissima qualità dei programmi. Ma ieri sera ho deciso di guardare “In onda” su La7, visto che dal tg della stessa emittente avevano annunciato una frase del sottosegretario Polillo sugli “esodati” che mi aveva lasciato esterrefatto: “potranno annullare l’accordo con l’azienda”.

Lascio a Licia Satirico la perfetta analisi del “caramelliere di corte” per cercare di analizzare il programma in sè.

L’In onda di ieri sera mi sembra una perfetta metafora dell’Italia di oggi. Due conduttori beceri: Luca Telese, la cui più semplice definizione è “ex”. Ex qualunque cosa, anche ex-giornalista, ammesso che lo sia stato mai, sedicente rifondarolo che lavorava al Giornale, ex di tutti e due, sarebbe l’anima sinistra del programma, figuriamoci…
L’altro, Nicola Porro, è un discreto ex anche lui, ma almeno tutto dichiarato a destra.
Per colpa della laurea in economia, viene venduto come “economista” del Giornale e infatti si occupa di grande finanza, tipo “chi ha comprato la cucina per la casa di Montecarlo di Fini?”; poi incappa in una denuncia per violenza e minacce alla Marcegaglia (se vi capita, sentitevi le intercettazioni…) e viene messo un po’ in angolo, anzi, on line.

Due personaggi di seconda o terza fila, sedicenti esperti (parlamentarista ed economista) che intervistano un big del governo Monti: l’inutile idiota Gianfranco Polillo!

Come sempre mi viene una parola-tormentone: sedicente.
Ma, come sempre, l’etimologia della parola rende meglio di altro il senso della questione.
“Sè dicente” è la chiave di questo periodo storico: l’autocelebrazione di chi si è autonominato qualcosa, la sindrome di Narciso, lo specchio al potere.

Il succitato Polillo è considerato un tecnico, ma a leggere il suo cv non si capisce in cosa, a parte nel muoversi con abilità nell’ambiente parlamentare: laureato con una tesi discussa con Federico Caffè (ci viene sottolineato, manco fosse stato un suo pupillo o lo tenesse nascosto in cantina da trentacinque anni) non abbiamo notizia della sua carriera universitaria. Lo sappiamo collaboratore di vari centri studi e di alcune riviste, ma, a parte quello in parlamento, non sappiamo molto dei suoi concorsi e dei suoi titoli accademici.

Ma tant’è, ce lo ritroviamo “professore” nel governo dei professori.
E, tanto il volgo non capisce la differenza, da sottosegretario all’Economia viene chiamato a rispondere su una questione del ministero del Lavoro dai due bellimbusti più uno. (Sì, c’è anche la scimmietta sull’organetto, David Parenzo)
E pure su una questione spinosa come gli “esodati”.

Sul perchè abbiano chiamato lui invece del suo parigrado più consono Michel Martone, non è dato sapere: forse pensavano che esternasse in maniera meno pericolosa dell’enfant prodige anti-sfigati.
O forse perchè è il più presente in tv dei membri del governo, una specie di prezzemolo dell’etere, che forse ha il proprio staff di trucco e parrucco, che gira per Roma con il kleenex messo a mo’ di bavaglino nel collo della camicia, sedicente (ancora!) David Letterman de noantri.

Si inizia con un siparietto di Parenzo (ma sarà parente della mula che gà meso sù botega?) che fa cucù dalla scala di una libreria romana, per dare la parola a un gruppo di esodattili pronti all’estinzione.
Ed è qui che si capisce tutto dell’Italia: gli unici esperti della materia, i veri “tecnici” sono proprio loro, le donne e gli uomini “comuni”, della strada, ma sulla cui pelle, vera, si consumano le querelle virtuali e le pippe mentali dei governanti.
Infatti il sottosegretario comincia subito a remare in salita, dimostrando di non sapere nulla degli incentivi all’esodo, che lui continua a chiamare prepensionamenti a carico dell’Inps, e di non avere neppure la più pallida idea dei rudimenti di diritto del lavoro e/o commerciale che qualunque badante dell’Est in Italia da tre mesi conosce già a sufficienza.

E lì gli esce la prima delle fesserie da bar-biliardo, quella della nullità degli accordi con le aziende.
Ho intorno a me abbastanza esodati per sapere che negli accordi per l’incentivo all’esodo non c’è, volutamente, alcun cenno alla prospettiva pensionistica, proprio per evitare contenziosi dovuti a variazioni governative.
In più sono stati tutti siglati in accordo e in presenza delle parti sindacali, quindi inoppugnabili.
Forse potevamo aspettarci che queste rimostranze gliele facessero i due magnifici conduttori (e mezzo), che, ovviamente, non solo non hanno obiettato, ma hanno addirittura gridato allo scoop, dando corda ulteriore all’impiccando.

Non contento, mentre il gruppo dei massacrati lo incalzava su molti fronti, ritira fuori la storia della difficoltà ad avere un numero esatto degli interessati, ma, implacabile, una ex-impiegata postale gli dimostra che nei registri provinciali si trovano tutti i dati che servono.
Ormai il nostro annaspa, slittando sovente in romanesco: alla dichiarazione di un quadro Ibm sull’impossibilità, per legge, di cercare un altro lavoro, ecco il colpo di genio!
-“Il ministero non avrà alcun problema ad annullare la norma che vieta di lavorare con regolare contratto, tanto non costa nulla” dice tra l’emozione e il giubilo dei due ebeti che già si vedono sulle prime pagine per aver strappato una soluzione semplice semplice a un problema così tormentato.

Il crocchio dei naufraghi dell’Exodus esplode, manco Polillo fosse un Blight in sedicesimo, mentre il mezzo conduttore fatica a trattenerlo ( e chapeau ai fantastici esodati che, pur nella durezza del confronto, sono riusciti a non mandare tutti a quel paese, cosa che molti di noi avrebbero fatto, forse anche in modo “rozzo”) e ai due fenomeni in studio non resta che borbottare che, forse… in effetti… a sessant’anni… trovare un lavoro…

In lieve anticipo e benedetta, arriva la sigla ad arginare il crollo della diga.

Ancora in serata, il ministero del Lavoro fa sapere che si dissocia dalle affermazioni del sotto-coso, e in mattinata i principali giornali, come sempre, glissano in poche righe sulla “gaffe” del vice-coso.
Gli esodati restano sul filo, unici “veri”, come moltissimi cittadini comuni, a toccare con mano la vita reale, l’economia reale e l’inflazione reale.
I fenomeni, di governo e di stampa, vivono nel loro mondo di fard, convegni, pranzi ridanciani e calcoli sbagliati.


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