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Archivi categoria: Massimo Pizzoglio

La sindrome del traditore

“Most bass are just fish, but Leroy Brown was something special”
è scritto sulla tomba del più formidabile “boccalone” mai pescato, a Eufaula, in Alabama.

Sì, la tomba di un pesce!
Gli americani, si sa, sono dei bambinoni, non hanno millenni di storia da ricordare (o da dimenticare e coprire di immondizia) come noi, e si accontentano come possono, celebrando un pesce persico, o boccalone (la cui voracità lo porta ad abboccare a qualunque esca gli venga ammannita), con tanto di nome, cognome e tomba in marmo.
E noi vogliamo essere da meno?

Dopo aver scoperto che è meglio essere considerati fessi che delinquenti, i maggiorenti italici, isole e staterelli compresi, scoprono lo stupore del tradimento, il Giuda che siede alla nostra tavola o anche solo che ci serve alla medesima.
L’ultimo è il cameriere del papa (maiuscolo, questo sosia dell’imperatore Palpatine di Star Wars, non riesco a scriverlo), uno che ha tradito la fiducia di chi, teoricamente, dovrebbe agire in nome e per conto di un dio onniscente (ma aduso a far tradire i suoi emissari in terra).

Eh sì, la sindrome della quinta colonna ha pervaso anche i sotterranei del Vaticano, in cui, per altro, è stata coltivata per millenni: il traditore è storicamente l’arma migliore del truffaldino per apparire immacolato.
Non c’è infatti peggior delitto del tradimento, peggiore (ce lo insegna proprio la Bibbia) persino dell’omicidio.
Dunque il traditore è l’ultimo degli infami e il tradito, per confronto, guadagna il consenso del mondo, quale che fosse la sua precedente reputazione: magari ingenuo, o boccalone appunto, ma un po’ di comprensione e di simpatia riesce a conquistarla. O almeno così crede.

Ed ecco i legaioli che trovano traditori con effetto domino, a cascata, spesso interpretando entrambi i ruoli; i margheritini che, dopo aver giocato (con grande naturalezza) la parte dei fessi che non si erano accorti di nulla, ora gridano al tradimento, alla serpe in seno.
I pidiellini che chiamano traditori i “loro” elettori che non sono andati a votarli, scaricandosi l’un l’altro atroci accuse di connivenza con “nemici” reali o virtuali; i piddini apparentemente meno in affanno, ma con strascichi di tradimenti perpetrati nelle primarie e agguati e vendette che continuano qua e là.
Persino tra i grillini (il nuovo che avanza, come il formaggio ammuffito in frigo) non riescono a sottrarsi alla moda del momento e iniziano ad accusarsi di apparentamenti proibiti, con il Grande Pagliaccio che lancia anatemi contro papabili assessori di insperate giunte, a lui sgraditi, quindi, ovviamente, “traditori”.

Nei parchi cittadini sarà tutto un fiorire di siliquastri, da cui, però, difficilmente vedremo pendere i succitati emuli del più famoso di tutti.
Ora che crescano, infatti, la moda sarà cambiata, magari, dopo i fessi e i traditi, si inventeranno qualche altra parte da imbecille, ma sempre meglio che apparire per quel che sono (e lascio a voi l’aggettivo preferito).

Nel frattempo, come nel romanzo di Gide, godiamoci l’inutile assassinio di Fleurissoire e la contrizione di Lafcadio, tanto i segreti di quei sotterranei, malgrado i corvi ed altri volatili, non li scopriremo mai.

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Ce n’est qu’ un debat

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

La stagione dei grandi statisti è finita da un po’ e ci tocca fare con quel che c’è, proprio nel momento in cui qualche statista, anche medio, ci farebbe sinceramente comodo.
Probabilmente lo è Hollande, se non altro tenace; sicuramente, anche a consuntivo, non lo è Sarkozy.
Il dibattito è partito in sordina, con Hollande quasi imbarazzato e Sarkò sprezzante come sempre: la prima mezz’ora del match, ai punti, andava a Nicolas, che addirittura metteva alle corde François un paio di volte, fino all’intervento dei giudici.
Poi, come un diesel da trattore, il socialista viene fuori fuori e martella ai fianchi il minore dei mali (è più piccolo della Merkel) su giustizia ed energia, dove però si ricorda di tenersi buono l’elettorato moderato (sic!) e finge di scivolare sulle centrali nucleari.
Nel complesso, forse non convince tutti, ma il “grigio” Hollande esce vincitore da questo match.

Ma era soprattutto il confronto dei contendenti come “uomini di spettacolo” che mi interessava studiare.

Io ho, come molti, alcuni tormentoni nella lingua parlata: tra i tanti, in francese, c’è “et donc…” che mi accorgo di ripetere spesso.
Ma nulla in confronto a Hollande! Dopo il cinquantesimo, e non era passato un quarto d’ora di cronometro, ho smesso di contarli.
Dall’altra Sarkò e i suoi “juste un mot”, che a noi suonava come “zitto, mò!” e il senso era quello, per interrompere l’avversario: centinaia!
Anche le posture erano interessanti: Hollande rigido (il busto immobile, l’angolazione pre-regolata), forse per aiutarsi a non dare nelle escandescenze della sua ex, Ségolène, che perse staffe ed elezioni contro il marpione Nicolas che la stuzzicò fino a farla andare in collera.
E, infatti, il piccolo cesare ci riprova: sfodera le sue smorfiette ammiccanti, il suo piglio da “io so delle cose che non posso dire, ma…”, il tono di voce che scende per diventare minaccioso.
Già, il tono di voce: un po’ monocorde quello di FH (non ama essere chiamato con le iniziali, il cui suono, in francese, suona come “sbiadito”), ci deve lavorare un po’, farlo diventare più emozionante, soprattutto per convincere i suoi elettori più giovani.
Invece studiatissimo, come tutto il suo personaggio, quello di NS: deve aver imparato a memoria tutti i discorsi di De Gaulle, perchè, se si chiudono gli occhi, sembra di sentir parlare il Général.
Stesse variazioni di tono, stesse pause…
Ore ed ore deve aver speso davanti allo specchio, il nostro, per sfoderare tutte le pose del suo repertorio.
Inutile, però, il tentativo di controllo sugli innumerevoli tic che con l’accalorarsi della discussione e con l’inscalfibile imperturbabilità dell’avversario, si sono manifestati via via crescendo con un effetto ridicolo non trascurabile.
Verso la fine aveva un sussulto ritmico delle spalle che ricordava il malefico Monsieur Opal del film di Renoir.

E così, pian pianino, la strategia messa in atto dal presidente si è rivoltata a suo sfavore, chi ha perso le staffe è stato lui, non tanto, ma troppo per chi pensava di governare la serata.
Può ben essere contento che Hollande non abbia accettato i tre dibattiti che aveva richiesto.

Sui contenuti non c’è molto da dire, tutto già noto e tutto già abbondantemente ripetuto in campagna.

Due sole novità ed entrambe dallo sfidante: Hollande ha proposto di togliere tutte le immunità della presidenza, con evidente imbarazzo di Sarkò, che dall’affaire Bettencourt teme colpi di coda.
E la più grossa, buttata lì nel discorso: il proporzionale come sistema elettorale del futuro francese “per garantire rappresentanza anche ai piccoli raggruppamenti”.
Un chiaro messaggio ai verdi e anche ai centristi.
Speriamo sia solo una boutade elettorale: proprio ora che il doppio turno alla francese sembrava poter prendere piede in Europa, loro lo mollano?


Fornero, la barolaia del welfare

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

“Quando non si distingue tra opportunità e opportunismo si rischia di diventare parodia di sé stessi.
E se chi fa questa confusione è già la parodia di una professoressa e di un ministro, il risultato sconcerta e irrita.

LaFornero ha colpito ancora, non con l’ennesima frase fuori luogo, ma con la sua presenza “in” un luogo: l’asta dell’Accademia del Barolo, dove sono state battute bottiglie per migliaia di euro.
Io sono amante del buon vino e del vitigno Nebbiolo, con cui si produce il Barolo, in particolare, ma in questi avvenimenti mondani, l’oggetto intorno a cui ruota l’asta è ininfluente: “oggetto” appunto, che sia vino, tartufo (per rimanere in zona), lampada Tiffany o miniatura del ‘300, poco importa.
Importa invece l’ambiente, lo sfarzo, l’ostentazione del denaro e del potere, il gioco di contendersi a suon di migliaiate di euro delle bottiglie che poi, forse, neppure si berranno.
Magari si regaleranno allo stesso papa gaudente a cui si è regalato un tartufo da record, conquistato nello stesso modo e con lo stesso sfarzo.
Già, lo sfarzo: una cronista dipinge l’Elsa cinguettante ai tavoli dell’Accademia, seduta accanto a Brachetti, in “tailleur total bleu, con uno spolverino verde acido”.
Ma a chi verrebbe in mente di andare a una degustazione di vini importanti vestita di verde acido?

Non voglio fare il Savonarola dei poveri, non è certo per moralismo d’accatto che parlo di questi eventi: che opulenti personaggi giochino con i loro soldi non è una novità né una rarità, che si circondino di politici con tendenze mondane neppure, ma che una ministra piagnucolosa che ha massacrato le pensioni a colpi di mannaia, che ha messo nel limbo centinaia di migliaia di persone e ha tolto un futuro ad alcuni milioni, si aggiri, finalmente sorridente, tra potentini e cortigiani, buttando lì battute (sempre infelici, ma evidentemente il suo Dna non ha il gene dell’ironia) sulla lamentosità degli italiani o l’eventualità di beccarsi una fucilata (?!), ha sicuramente un retrogusto molto amaro.
L’opportunismo del coltivarsi un po’ di industrialotti e maggiorenti in sedicesimo, di apparire nel “suo” mondo, da “arrivata” come ha sempre desiderato, si scontra con l’opportunità di mostrare maggior “sobrietà”, di cui si è vantata per mesi con tutto il suo governo, proprio per quella tragedia in cui, con i suoi provvedimenti presuntuosamente ignoranti, ha gettato tanta parte dell’Italia.

E tutto questo alla vigilia della giornata dei lavoratori (festa è sicuramente fuori luogo).
Oggi presenzierà alla consegna delle stelle del Lavoro, smetterà il sorriso soddisfatto da parco giochi per ricchi e indosserà la maschera della compassione, il tailleur “total bleu” andrà ancora benissimo (senza spolverino verde acido).
Forse, addirittura, si commuoverà.

Dal Barolo al Lacrima Christi…”


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