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Archivi categoria: Maria Verdi

Morire democristiani per mano amica

Maria Verdi per il Simplicissimus
Ti condanno quindi ti metto in libertà, voglio essere un partito progressista quindi vado con i democristiani, ti amo quindi ti lascio… La logica schizofrenica italiana è pervasiva e ci ha plasmato il cervello, il cuore, tutto il nostro modo di pensare. Credo quia absurdum. Ancora rincorrere i Casini, i Rutelli, i Saviano (il cui mangiare in greppia è purtroppo evidente da molto tempo ormai) di ieri di oggi e di domani, democristianizzarsi come unica visione politica del domani. Per quanto ancora dobbiamo perpetrare questa illogicità, questo autolesionismo politico ? Quali pennivendoli vicini e d’oltreoceano dobbiamo ancora leggere e ascoltare?

L’unico problema emerso dalle manifestazioni di una generazione disperata che mette in piazza la disperazione e la disgregazione sociale qual è ? Ancora una volta l’ordine pubblico, ancora una volta pretendere di far dire se si condanna o no la violenza, se tu giovane rappresentante degli studenti la condanni o no perché, se non la condanni che fai…? Passi dalla parte del torto! Che logica stringente e soprattutto logica. Ma al chiamano saggezza.

Se non avessero messo a ferro e fuoco la città non sarebbero stati presi minimamente in considerazione come è successo fino a questo momento. Ad Atene, a Londra la rabbia monta ed entra nel palazzo del potere, aggredisce ministri e eredi al trono. A Roma il Parlamento non è più un luogo inviolabile, un simbolo di unità. E’ vuoto di significato o ha addirittura un significato contro.

Sì, questa è rivolta. Può darsi che si fermi a questo livello, che non si sia capaci di svilupparla in cambiamento effettivo. Ma non è detto.

Ma la violenza, mai possibile che ancora la si debba identificare sempre e solo con la reazione violenta alla violenza e ai soprusi istituzionali subiti per decenni e decenni? E’ fisiologico e sociologicamente previsto che dopo un determinato periodo di perdita della dignità, di soprusi legali scoppi la rivolta. E’ tutto così maledettamente previsto e scritto nella storia che irrita l’impossibilità di spezzare la condanna di “vivere contro e ingoiare la nostra stanca civiltà”.

C’è una violenza strutturale che si impone sempre e dovunque, che viene sempre assolta e fatta ingoiare alle vittime che sono i cittadini nella versione lavoratori- studenti- pensionati- disoccupati. Ma sempre noi cittadini siamo, sempre di noi si tratta. Ma questo è intrinseco all’esercizio del potere in Italia, Francia, ovunque. Ci sono Paesi in cui i soprusi sono compensati da politiche sociali efficienti ma non è il caso nostro italiano.
La violenza strutturale è inquinamento, morte per malattie provocate, per infortuni sul lavoro, per radiazioni, salari minimissimi e salari quattrocento volte quelli minimi.

I problemi e le relative rivolte nella Storia si ripetono sotto mutate spoglie e con mutati mezzi. Relativamente al mio tempo, al nostro tempo in cui viviamo e limitatamente al lembo di Terra su cui corrono gli anni della mia vita gradirei non vivere e morire democristiana per mano amica. Grazie, no.

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Memorie da un rapimento

Sergio Cicala e Philomene Kabouré, i due ostaggi italiani rapiti da Al Qaida nel Maghreb il 18 dicembre scorso, sono stati liberati .


MariaVerdi per il Simplicissimus

C’era una volta un avventuriero siciliano a cui piaceva molto viaggiare in Africa e commerciare non si sa che cosa in Africa. Gli piacevano molto anche le ragazze, bionde e nordiche o brune e africane. Era un uomo che parlava molto e si arrabbiava molto. Forse era questa sua aria da uomo sicuro, che sa il fatto suo che affascinava giovani donne di Paesi diversi che lo seguivano ovunque.

Come successe a una giovane nordica in un viaggio avventuroso e disgraziato con lui.  Meticoloso, organizzava tutto ,ma sempre fino a un certo punto: qualcosa gli sfuggiva sempre. Ma aveva sempre molta fortuna.  Parlava un italiano faticoso e affaticato, che andava in salita su assolati viottoli dell’entroterra siciliano costellati di fichi d’India e orizzonti salmastri. Cercava costruzioni linguistiche raffinate che crollavano miseramente sotto l’uso spropositato di un congiuntivo o di un pronome. Come dire che l’eleganza uno non se la può dare, parafrasando la celebre osservazione manzoniana.

Questo uomo aveva anche una figlia che lo amava immensamente. Era molto emotiva e pronta a spiegare qualsiasi comportamento avventato o sconsiderato del padre. Lavorava in un centro per stranieri in Sicilia, forse a Carini. La passione per chi vive al di là dell’isola li accomunava. Si sa, l’isola è un porto per definizione. E’ un luogo di passaggio e di accoglienza allo stesso tempo. E’ un luogo di mescolanze e di sguardi che vanno lontano e vengono da lontano. E’ un luogo in cui il mondo si ritrova, in cui si può incontrare il mondo. E’ un luogo di radici profondissime e di voglia di andare via ancora più forte. Di fronte all’isola c’è un Continente: l’Africa. A un balzo, a una nuotata quasi si è già sull’altra sponda: come resistere? Basta arrivare di là e poi si può andare a sud, a sud e ancora a est e a ovest e a sud e ancora più a sud.

Così, un giorno durante un’incursione in territorio africano incontrò una grande madre del Burkina Faso e la prese con sé. Questa grande madre era molto colta, parlava un ottimo francese e aveva un portamento da regina: forse lo era. Lui parlava un pessimo francese e, in quanto al portamento, non era Tommasi di Lampedusa e nemmeno Pirandello ma nemmeno Sciascia. Di regale niente ma di esaltante molto: il viaggio in land rover, la Sicilia, un’altra cultura, un’altra vita…  Lei aveva un figlio che lasciò lì in Africa alle cure della nonna per andare con questo nuovo cavaliere del deserto siciliano.

Gli anni passarono, lei si annoiava in Sicilia e pensava al suo bambino al di là del mare. Alla fin fine era più importante il figlio. Quell’uomo che aveva seguito attratta dalla novità un po’ alla volta mostrava le sue crepe, la tappezzeria unta e logora del carattere e aveva bisogno di una revisione. Lui lo capiva e così decise di farle rivedere per Natale il figlio dopo anni di assenza. Di nuovo il viaggio avventuroso in auto, passando per territori, Stati, deserti che nel frattempo erano diventati luoghi di agguati e di ricatti: non erano più territori “liberi”, fantastici, in cui tutti ti aiutano e si può ammirare estasiati il famoso tramonto africano dove tutto a un tratto il sole scompare. Bisognava stare sempre all’erta. Ovviamente lui aveva pensato a tutto, a tutte le insidie, si era informato minuziosamente. Lei, ovviamente, si fidava.

L’organizzatore era lui, lei sorrideva e seguiva. E così, a un confine invisibile sulla sabbia tra uno Stato e un altro arrivò l’agguato e il sequestro. E’ durato quattro mesi. Nel frattempo lui doveva essere ucciso, lei nelle foto che i sequestratori inviavano aveva sempre il volto oscurato da una nube che fungeva da velo rispettoso della sua sembianza che non doveva finire in pasto agli occhi di chicchessia. Il suo abbigliamento però s’imponeva nelle foto: sempre accurato, colorato, africano. Lui invece era sempre più vecchio, più sciatto, con orribili camicie scozzesi.

Poi è arrivata la liberazione e anche l’immagine di lei si è liberata e librata: una bella grande africana dal sorriso largo e riservato in abito rosa e copricapo rosa, tutto abbigliamento africano. Il portamento regale e maestoso, i gesti gentili. Sembrava partecipasse a una sfilata di moda tradizionale africana. Lui goffamente cercava di spiegare in francese. Lei in un francese fluido ha ringraziato.


Siamo tutti stranieri

Maria Verdi per Il Simplicissimus

Non mi piace un modello di società come il nostro. Viviamo nel terrore e si fa di tutto per alimentarlo così arriveremo a ulteriori leggi speciali, controlli, telecamere che servono esclusivamente al controllo del territorio e degli abitanti non tanto a prevenire furti, spaccio e altre amenità o a cogliere sul fatto i malandrini. Rodotà ne aveva parlato tempo fa, inascoltato come sempre.

Non penso che quella che noi intendiamo per integrazione sia realmente nelle cose, fattibile. Per integrazione solitamente intendiamo  tutto e il contrario di tutto: chi è straniero deve mantenere la propria identità, lingua cultura ma anche fare propria la lingua, la cultura, il modo di vivere della società che lo accoglie; può conservare la propria religione ma rispettare e possibilmente condividere anche quella del Paese di accoglienza; può, anzi è “etnico e folklorico” mantenere cucina, canzoni, musica, abiti propri ma anche quelli del Paese di accoglienza, e così via. Solo sulla poligamia e sul burka ci si ferma e si fanno dei distinguo legislativi.
Sinceramente, non è facile né accogliere né essere accolti. Si arriva sempre fino a un certo punto, è inevitabile: questo è il  primo e più importante elemento di realtà da tenere ben presente da ambo le parti se non si vuole degenerare, prima o poi.
Se, al contrario, per integrazione intendiamo il costituirsi di quartieri, di isole nel territorio adibiti a popolazione di diversa origine e con abitudini, religioni, cibi, ecc. propri con elementi della società di accoglienza (scuole, alcuni negozi, parchi, sedi civiche, ausl) è già più fattibile. Ghetti? Non è detto. E’ possibile evitarlo. New York è fatta di ghetti, poveri e ricchi, se si sbaglia quartiere molte volte non si esce vivi. Ma quale integrazione a N. Y…non è certo un modello. La Francia, Parigi? E’ il modello più vecchio e su cui si è più lavorato in Europa, la politica di assimilazione, sul modello di quella dell’antica Roma, civis romanus sum. Ma anche questa politica abbiamo visto, anche recentemente, ha sviluppato forte conflittualità. Anche il modello inglese ha prodotto i propri anticorpi: moltissimi combattenti islamici sono inglesi di seconda generazione. Forse il modello tedesco è il più razionale, come sempre, il meno populista, il più chiaro che pretende responsabilizzazione, osservanza delle regole e sociale al tempo stesso.
Noi ci arrabbattiamo e basta. La disgregazione e la conflittualità nel nostro tessuto sociale sono allarmanti. Si sa. In regioni di destra e in regioni di sinistra le contraddizioni scoppiano: niente ma niente hanno fatto per non alimentarle, per fare vivere la gente sia italiana che straniera in modo dignitoso. Rosarno, Casalvoturno, Milano…comunque,  in queste situazioni c’è il controllo del territorio tra bande rivali, tra mafie territoriali e nuovi gruppi di stranieri. Questo dobbiamo capire e non gridare al razzismo e basta: è fuorviante.
Quando al telefono ti dicevo un mese fa, che a Bologna saremmo potuti finire come a Rosarno…dicevi di no. In realtà neanch’io lo credo, per ora. Le contraddizioni sono ancora contenibili, lavoriamo molto per vivere insieme in questo territorio. Tuttavia si levano malumori, astio, rivalità tra italiani e stranieri per l’assegnazione di case popolari, licenze, bonus,le botte e le coltellate tra gruppi stranieri rivali sono all’ordine del giorno, anche fuori dalla mia scuola. C’è una forte rivalità tra cinesi e africani, ad esempio. E’ chiaro il motivo: i cinesi nella divisione mondiale del lavoro sono i ricchi, i commercianti, quelli che fanno i soldi; gli africani, soprattutto i magrebini, per far soldi debbono spacciare e basta. E ci disprezzano, disprezzano gli italiani che comprano e consumano la droga.
E gli altri? Appena una è brasiliana deve essere per forza prostituta, il suo titolo di studio conseguito in patria non vale niente, altro che massaggiatrice, il suo è un lavoro di copertura, deve sbraitare per dimostrarlo. Ma che succede in Italia? Diventiamo tutti di un becero moralismo alla ricerca della altrui carezza proibita.
Non solo dobbiamo sopportare le battute da anni cinquanta di Berlusconi sulle albanesi, sulle belle ragazze che possono non essere respinte, ma anche quelle di chi pensa di essere così diverso da lui mentre non lo è ma è troppo presuntuoso e ottuso per esserne consapevole.
Come possiamo andare avanti così? Tutto sembra mirare alla nostra disgregazione: i poteri forti, multinazionali, banche, divisione mondiale del lavoro e dei ruoli. Per nostra intendo italiana in primis e europea. La disgregazione dei Paesi comunisti è già avvenuta (sai che vantaggio venire a prostituirsi o a fare la domestica o la badante per chi è laureata in medicina o ingegnere, o avere i bambini in bande che si drogano a Mosca o avere accorciato la durata di vita negli ultimi 20 anni). Anche la Chiesa di Roma ha lavorato molto per questo, anzi è stato il primo motore. Tutto cominciò con il Papa W polacco, Solidarnosc, il povero Calvi, il Banco Ambrosiano, ecc. quei soldi noi italiani non li abbiamo più, sono serviti per la nostra disgregazione, alla fin fine. Le bombe democratiche di D’Alema dal 94 al 99, 6 anni di guerra aldilà dell’Adriatico: erano bombe su di noi. Ogni bomba sganciata su Belgrado, che è stato l’ultimo atto, era anche su noi stessi.
Siamo tutti profughi, tutti stranieri, tu e io compresi.


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