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Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Italia matrigna, di dolore ostello

itAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è gente che doveva andare in Africa a portare aiuto e poi ha preferito aspettare l’Africa da noi, alimentata o arrivata via mare, e che nel 2007 rivendicava: io so decidere, altrimenti non avrei chiuso 25 campi rom spostando 15 mila persone.

C’è gente che lavorando all’estero per la Rai o per Istituti di cultura o in rappresentanza di aziende di stato ci ha fatto vergognare con ruberie, intrallazzi per non farci rimpiangere i fasti dei gangster italiani di Cosa Nostra.

C’è gente che ha via via perso voti e consenso, ma cui si dà diritto di parlare a nome di un’Italia proba, laboriosa e onesta, minacciata da orde di barbari sanguinari, fanatici, sporchi e cattivi.

C’è gente che ha fatto parte di coalizioni che hanno promosso leggi razziali, che condannano persone alla invisibilità e alla non – esistenza salvo quando trasgrediscono, perché solo allora ci si accorge di loro, hanno un nome, una foto e impronte digitali, ma nessun diritto.

C’è gente che si sente pia e compassionevole per aver chiesto venga riconosciuta la cittadinanza ai bambini morti, mentre preferisce sia negata ai neonati e vivi.

C’è gente che avvia poderose operazioni di cementificazione speculativa nelle città per aggiungere alloggi ad alloggi vuoti, mai finiti, già in rovina, lasciando lievitare bidonville, quartieri di baracche, campi come lager dove invita generosamente profughi e rifugiati in attesa di riconoscimento e anche dopo.

C’è gente compassionevole che fa molto volontariato ma non regolarizza dipendenti, operai e badanti. C’è gente in testa alle classifiche del turismo sessuale, che non vuole moschee nel suo lindo quartiere perché i musulmani maltrattano donne e bambini.

C’è gente che evade le tasse, corrompe, si fa comprare e omette e si sottrae a controlli, fa doppi e tripli lavoretti motivati dalla necessità, gonfia le note spese, professa l’assenteismo come una furba virtù, ma non vuole gli stranieri perché c’è una gerarchia dell’onestà, che legittima reati e crimini occidentali.

C’è gente per bene che invece preferisce gli stranieri, così li paga meno, li fa dormire i sette in una stanza, non dà loro l’attrezzatura obbligatoria a garantire protezione e sicurezza, li fa mangiare in cucina, e che si arrangino tanto cucinano quei cibi che puzzano e non sai mai cosa c’è dentro. E danno loro del tu, e non ricordano mai il cognome e non sanno se hanno figli a casa, vecchi malati, perché quello che importa è che si prendano cura dei loro figli e dei loro vecchi malati.

C’è gente che non ama i forestieri, gli altri, i neri, i gialli, a meno che non comprino armi, vendano petrolio o gas, permettendo una pingue cresta, a meno che non siano alleati in querre contro altri neri, gialli, a meno che non vengano qui ma a comprare coste e castelli, a meno che non aprano le loro grotte di Alì Babà a satrapi nostrani altrettanto crudeli.

C’è gente che considera innocuo e folkloristico l’attivismo xenofobo della Lega e li assolve: mica odiano i neri o i musulmani perché sono neri o musulmani, macché, è perché sono irregolari, rubacchiano, spacciano, puzzano, molestano le nostre donne, sono fuori dalla legge, che si sa agli integerrimi militanti e dirigenti del movimento stanno molto a cuore, quanto i soldi pubblici e la trasparenza delle procedure.

C’è gente che ha a cuore modernizzare la Costituzione, svecchiarla, adattarla al dinamismo e alla mobile duttilità della nostra contemporaneità, a discapito della sovranità nazionale in vista di potentati regionali e globali: è gente disinvolta, le piace coniugare il superamento di confini e frontiere per il libero commercio soprattutto dei corpi, con la tutela di culture probabilmente “superiori”, quanto i loro interessi. E per questo hanno scelto la strada di tagliare, di togliere, soprattutto i diritti, compreso quello d’asilo che la Carta richiama con forza ben due volte forse perché è stata scritta da chi lo dovette chiedere per sfuggire a un regime immondo, assassino, amante della guerra, immorale, ladro, corrotto, razzista e xenofobo, e che ci richiama alla mente regimi più moderni, ma non meno sgangherati, non meno tragici e non meno ridicoli, non meno truffaldini e non meno ignoranti, non meno  rapaci e  non meno ostili al popolo e ai suoi bisogni.

C’è gente che per storia, tradizione, culto della memoria di quei padri dovrebbe essere sempre schierata dalla parte degli sfruttati, degli offesi, dei sommersi e invece sceglie i delicati equilibri del compromesso e dell’assoggettamento a padroni, magari criminali o fuori dalle leggi come spesso succede a potenti sia pure in doppiopetto di Caraceni.

Non c’è un dualismo rigido che contrappone da una parte un ceto politico avido, dissoluto, depravato a un popolo virtuoso, integro, reale. Onestà, generosità, solidarietà possono essere trasversali. Buoni sentimenti, illuminata ragione possono percorrere le nostre geografie. Si è soliti dire che un paese non dovrebbe aver paura di eroi, martiri e nemmeno premi Nobel a remunerare comportamenti che dovrebbero essere semplicemente spontanei, naturali, connaturati nella condizione umana.

Ma ormai servono sempre più eroi quotidiani. E anche gente che arrivi a ricordarci la nostra fortuna non meritata, perché ci insegnino a difendere quello che abbiamo, campi lasciati a marcire sotto strati di veleni,  bellezze in rovina perché possano essere cedute togliendole a noi, un mare dove una volta si esercitava il doux commerce e che ha dato vita alla democrazia e che ora sono territori di scorrerie e di morte, quella democrazia che non amiamo abbastanza e non tuteliamo, perché ce l’hanno regalata quelli che sono morti, quei profughi che sono tornati a scrivere una carta di diritti e doveri, perché abbiamo scordato che dobbiamo lasciarla in eredità a quelli che verranno, i nostri figli, i bambini che nascono qui e che devono essere alla pari, cittadini.


Il buio oltre gli spalti

0ITWSARA--280x190Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno dei molti, sdegnati per le ingiurie alla ministra, nell’anonimato della curva sud parteciperà nella prima giornata di campionato  ai cori razzisti degli stadi, in cuor suo, si adombrerà per i successi di oriundi colorati, gioirà per i falli ai danni del bresciano Balotelli, grazie alla licenza dalle regole di civiltà che vige in quella terra di nessuno che è la passione calcistica, svincolata dalla retorica dello sport  come esercizio di uguaglianza, bon ton e rispetto reciproco – che si sa, la squadra del cuore è una fede e come tale consente integralismi e fondamentalismi.

È perfino banale osservare che insieme alla paura dell’altro da sè, il razzismo si accompagna a indistinti complessi di inferiorità e insicurezze del proprio valore e della propria identità. E che se italiani brava gente pensano sia naturale e lecito ubbidire a infami leggi razziali, attuare misure anche individuali di segregazione, perpetrare inammissibili offese all’umanità, provano di certo una gran soddisfazione nel pigliarsela con chi è “arrivato”, si è affermato per meriti o qualità, sta meglio di loro, guadagna di più, incontra consenso e favori popolari, emancipandosi dalla mediocrità e dalla povertà, vecchia o nuova.

La Ministra Kyenge d’altra parte è una figura simbolica per questi particolari e diffusi cretini:  nera e donna,  rappresenta l’obiettivo simbolico per antonomasia del pregiudizio degli uomini nei confronti delle donne, di tutti nei confronti dei diversi  il cui braccio armato è appunto il razzismo, quell’ideologia che unisce gli uguali contro i differenti e che anima  parole, agita gli atti e, quando può, il potere della legge per realizzare il piano di ripulire la società degli indesiderati. Un’ideologia che raccoglie adepti con facilità perché facile da  tradurre  con le parole dell’ignoranza animale, istintiva.

In realtà è vero proprio il contrario:  xenofobia  e razzismo  si sono sostenuti da costruzioni sociale, frutto delle relazioni di potere tra dominatori e dominati per  accreditarle come così spontanei da farle accettare senza sforzo. E i target, grazie alla potenza di messaggi che si riferiscono a malintesi   principi e scienze naturali , sono tanti: l’eterosessualità è la norma; la razza bianca è biologicamente e intellettualmente superiore; il genere maschile ha una naturale disposizione alla leadership; i settentrionali sono più attivi  e  dinamici, in modo da rafforzare il senso della tribù, o meglio del branco,  per favorire l’esclusione  di altri, altre, diversi, stranieri.

Attecchiscono e prosperano negli stadi, nelle curve sud, in movimenti grazie all’amalgama che accomuna ignoranti, insicuri, velleitari, codardi, inetti, fa da codice  di identificazione e riconoscimento.  Genera emulazione e unisce soprattutto in paesi molto disgraziati,  che hanno promosso la legittimazione dei postfascisti e di un partito esplicitamente xenofobo, facendo  sì che il razzismo non sia più un tabù. Al contrario suscitando e alimentando i peggiori istinti, una volta riposti, rimossi, nascosti, autorizzati a venire alla luce come difesa ammessa dall’invasione di indesiderabili che  minacciano la composizione sociale. Paradossalmente in un Paese che si è lasciato espropriare della sovranità, si nutre il nazionalismo, in una narrazione pubblica che parla di globalizzazione,  si favorisce l’isolamento. E  un popolo costretto dal ricatto alla rinuncia dei diritti, sembra irrobustirsi dalla pratica comune di soffocare quelli di chi arriva come pèer un aberrante risarcimento.

Quando invece l’unica arma, l’unica forza consisterebbe nell’unità di reietti, poveri, emarginati, espropriati,   in cori capaci di cantare l’antica canzone della bellezza e della potenza dell’umanità.


La sindrome del traditore

“Most bass are just fish, but Leroy Brown was something special”
è scritto sulla tomba del più formidabile “boccalone” mai pescato, a Eufaula, in Alabama.

Sì, la tomba di un pesce!
Gli americani, si sa, sono dei bambinoni, non hanno millenni di storia da ricordare (o da dimenticare e coprire di immondizia) come noi, e si accontentano come possono, celebrando un pesce persico, o boccalone (la cui voracità lo porta ad abboccare a qualunque esca gli venga ammannita), con tanto di nome, cognome e tomba in marmo.
E noi vogliamo essere da meno?

Dopo aver scoperto che è meglio essere considerati fessi che delinquenti, i maggiorenti italici, isole e staterelli compresi, scoprono lo stupore del tradimento, il Giuda che siede alla nostra tavola o anche solo che ci serve alla medesima.
L’ultimo è il cameriere del papa (maiuscolo, questo sosia dell’imperatore Palpatine di Star Wars, non riesco a scriverlo), uno che ha tradito la fiducia di chi, teoricamente, dovrebbe agire in nome e per conto di un dio onniscente (ma aduso a far tradire i suoi emissari in terra).

Eh sì, la sindrome della quinta colonna ha pervaso anche i sotterranei del Vaticano, in cui, per altro, è stata coltivata per millenni: il traditore è storicamente l’arma migliore del truffaldino per apparire immacolato.
Non c’è infatti peggior delitto del tradimento, peggiore (ce lo insegna proprio la Bibbia) persino dell’omicidio.
Dunque il traditore è l’ultimo degli infami e il tradito, per confronto, guadagna il consenso del mondo, quale che fosse la sua precedente reputazione: magari ingenuo, o boccalone appunto, ma un po’ di comprensione e di simpatia riesce a conquistarla. O almeno così crede.

Ed ecco i legaioli che trovano traditori con effetto domino, a cascata, spesso interpretando entrambi i ruoli; i margheritini che, dopo aver giocato (con grande naturalezza) la parte dei fessi che non si erano accorti di nulla, ora gridano al tradimento, alla serpe in seno.
I pidiellini che chiamano traditori i “loro” elettori che non sono andati a votarli, scaricandosi l’un l’altro atroci accuse di connivenza con “nemici” reali o virtuali; i piddini apparentemente meno in affanno, ma con strascichi di tradimenti perpetrati nelle primarie e agguati e vendette che continuano qua e là.
Persino tra i grillini (il nuovo che avanza, come il formaggio ammuffito in frigo) non riescono a sottrarsi alla moda del momento e iniziano ad accusarsi di apparentamenti proibiti, con il Grande Pagliaccio che lancia anatemi contro papabili assessori di insperate giunte, a lui sgraditi, quindi, ovviamente, “traditori”.

Nei parchi cittadini sarà tutto un fiorire di siliquastri, da cui, però, difficilmente vedremo pendere i succitati emuli del più famoso di tutti.
Ora che crescano, infatti, la moda sarà cambiata, magari, dopo i fessi e i traditi, si inventeranno qualche altra parte da imbecille, ma sempre meglio che apparire per quel che sono (e lascio a voi l’aggettivo preferito).

Nel frattempo, come nel romanzo di Gide, godiamoci l’inutile assassinio di Fleurissoire e la contrizione di Lafcadio, tanto i segreti di quei sotterranei, malgrado i corvi ed altri volatili, non li scopriremo mai.


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