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La carità del profitto

decreto-salvini-casAnna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da ricordare alla ministra Lamorgese che ha dichiarato a conclusione del vertice di Malta “Adesso l’Italia non è più sola”, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati” o anche “dagli amici mi guardi iddio…” con quel che segue.  Perchè non c’è nulla di più sospetto degli accordi su base volontaria (come quelli che hanno ispirato le intese fallimentari sul clima, tanto per fare un esempio) quando è evidente che le buone intenzioni che lastricano il cammino dei patti sono dettate dalla legge dei soldi.

Italia, Malta, Francia e Germania avrebbero infatti messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell’Unione, uno schema che, si dice, potrebbe essere condiviso da 10 paesi intenzionati a scardinare il principio di base del trattato di Dublino che obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri – all’atto di accoglierli e fino all’eventuale rimpatrio – fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna nel contesto dei Paesi sfigati, avrebbero manifestato il loro appoggio,  altri li seguirebbero per non incorrere in eventuali e paventate sanzioni economiche. Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l’esito nei centri di accoglienza.  Se passasse  l’accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica,  entro quattro settimane dalla identificazione sul nostro suolo.

Nell’intesa di La Valletta è quindi previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e — in caso venga negata l’istanza per il riconoscimento dello status di profugo — anche le pratiche per il rimpatrio, che prevedono un negoziato bilaterale con gli stati (o i regimi? o entità statali farlocche?) di Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, grazie a accordi avviati dal ministro Minniti lo stesso che designò le milizie libiche per l’incarico di Guardie Costiere.

Ancora una volta gli intenti sottoscritti su base volontaria grazie al deterrente delle penalità opera una distinzione tra profughi e emigranti economici, un criterio grazie al quale la gran parte degli italiani che sono andati a cercar fortuna per sfuggire alla miseria nera ( 4.711.000 verso le Americhe solo tra il 1901 e il 1923, di questi, 3.374.000 dal Sud) non sarebbero stati accolti. Perché, come recita il sito della Camera, l’articolo 10, terzo comma della Costituzione prevede che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge, e non coincide dunque con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma che il singolo richiedente abbia subito, o abbia il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione.

Tanto per restare in una comoda arbitrarietà e discrezionalità a seconda del vento umanitario che tira (e del bisogno di braccia) non è mai stata dunque adottata una legge organica che stabilisca criteri, requisiti e corretta interpretazione e attuazione  del  dettato costituzionale, anche se sulla base della Convenzione di Ginevra, è stato introdotto il principio di protezione umanitaria che viene concessa quando si valuta su base individuale, che esistono gravi motivi di carattere umanitario per i quali il rimpatrio forzato potrebbe comportare serie conseguenze per la persona, come nel caso di conflitti e di calamità naturali e climatiche.    In barba alle distinzioni tra “irregolari” e “richiedenti asilo” operate dalla Bossi-Fini e perpetuate dalla Tturco-Napolitano e delle infamie giuridiche a seguire, tutti i cittadini stranieri avrebbero dunque il diritto di chiedere asilo in Italia  presentando una domanda di protezione internazionale alla questura o alla polizia di frontiera, che viene esaminata dal  Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, del ministero dell’interno. Quelle di protezione internazionale vengono analizzate dalle Commissioni Territoriali  composte da un funzionario della prefettura, uno della questura, un rappresentante dell’ente locale e un membro dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

Malgrado il numero delle commissioni sia stato incrementato perfino in vigenza di Salvini, i tempi di attesa sono di almeno un anno, rispetto ad una procedura che, anche secondo l’ipotesi di accordo, non dovrebbero superare  i 35/40 giorni.  E intanto chi è arrivato qui, aggirando i blocchi dei porti, su imbarcazioni delle Ong, su barconi e gommoni, resta in quel mondo in transizione dopo Minniti e Salvini dove è preferibile essere invisibili, che comprende gli hotspot, i centri di prima identificazione e “prima accoglienza”,  il Siproimi  (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati)  e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, così temporanee da diventare perenni, gestite da enti profit e no profit che “mettendo a frutto” i 26 euro pro capite concessi, collocano in lager non solo amministrativi, residence e strutture fatiscenti che ospitano fino a 300 unità e  dalle quale in molti preferiscono scappare per via delle condizioni lesive della dignità, passando dalla condizione di irregolarità a quella di illegalità.

Così adesso possiamo stare tranquilli, dove non arriva la legge,m dove non arriva la carità, dove non arriva la solidarietà arriva il mercato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/09/16/tratta-legale/ ).

Quelli che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle catastrofi climatiche, dalla espropriazione di risorse prodotte dal profitto e dell’avidità del sistema di sfruttamento diventano altre risorse da commercializzare e sfruttare: la distribuzione e la ricollocazione degli “eccedenti” risponderà alle esigenze del mercato del lavoro, i Paesi sottoscrittori li accoglieranno nel numero e nella qualità necessaria a coprire posti non qualificati a compensi inferiori a quelli che le conquiste e le lotte hanno imposto al padronato locale. Così l’immigrazione contemporanea, effetto frutto dello stesso modello di sviluppo capitalistico, della globalizzazione e della finanziarizzazione, delle espulsioni di manodopera dalla produzione tradizionale, dei conflitti bellici, serve ad alimentare un esercito di riserva di salariati che crea condizioni negoziali di compressione verso il basso del valore della forza-lavoro. Se aggiungiamo che si va facendo strada la consapevolezza che solo consistenti flussi migratori possono correggere lo squilibrio  tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri, ecco spiegata la svolta umanitaria dei partner.

Allora non basta dire che bisogna guardarsi dagli abituali xenofobi di destra e pure da quelli riformisti, che si giustificano  con la minaccia secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi, come se si trattasse di un fulmine che cade imprevisto e ineluttabile in geografie non devastate dal Jobs Act, dalle privatizzazioni che hanno abbassato il livello di qualità del lavoro e delle prestazioni ai cittadini, dalle liberalizzazioni dei flussi finanziari che hanno indirizzato investimenti verso il casinò azionario piuttosto che verso la ricerca e l’innovazione. 

E’ adesso, qui e ora che si deve invece combattere per la cittadinanza, di tutti, la nostra, di noi che saremo costretti a chiedere asilo in patria per i nostri diritti, e quella di chi arriva e che non è un nemico ma l’unico alleato, non per restare umani, ma per diventarlo.


Tratta legale

traAnna Lombroso per il Simplicissimus

E’ la vivamente raccomandata l’estensione di criteri di sobrietà e austerità anche all’esercizio dell’umanità: da ora in poi anche le anime belle che pensavano di riguadagnare coscienza tranquilla e senso civico con l’oscuramento del babau all’Interno sono invitati a ridurre l’accoglienza al primo soccorso. Che poi come in tutte le cose di questi tempi, il resto è affidato alle regole di mercato e della libera concorrenza.

Nel corso della settimana in vista  della riunione con i ministri dell’Interno dell’Unione Europea che si svolgerà a La Valletta il 23 settembre, si stanno infatti mettendo le basi per un accordo che sta molto a cuore a Conte grazie al quale con un accordo permanente si raggiungerà l’obiettivo dell’automatismo nella ridistribuzione degli immigrati.  «Se arrivano cento persone, ha spiegato, è evidente che una parte rimane in Italia. Ma io già so che il resto andrà in altri Paesi…»,  tramite accordi che non saranno più frutto di estenuanti negoziati bensì fissati a monte. «E per questo dico che i pochi Paesi che riterranno di non partecipare all’accordo o che si opporranno dovranno ottenere meno risorse rispetto agli altri».  Pensando all’ungherese Viktor Orbán e agli altri leader del gruppo di Visegrád, ammonisce che è legittimo “tirarsi fuori”, ma che la mancata solidarietà dovrà avere un prezzo. 

Qualcuno si è sentito disturbato perchè  ho chiamato il patto che verrà fuori dalla trattativa in corso con i governi di Germania, Francia e Malta, un nuovo corso della millenaria tratta degli schiavi, benedetta peraltro dalle majors dell’aiuto e della compassione a cominciare da Andrea Riccardi che plaude all’iniziativa che promuoverà “la creazione di corridoi europei per il lavoro legale in modo da consentire a chi arriva di trovare un’occupazione laddove c’è molta richiesta … penso alle badanti e alla manodopera nelle imprese del nord”.

E Conte, «Non solo manterremo il rigore, ma saremo ancora più rigorosi sull’immigrazione clandestina rispetto al governo precedente», dice non rammentando che  per tutti i governi dalla Legge Bossi-Fini in poi, tutti i disperati sono “clandestini”, che l’identificazione non li libera dalla status di irregolari, che anche quando sono richiedenti asilo per motivi umanitari non hanno accesso a tutti i gradi di difesa in caso di azione giudiziaria in materia di espulsione. Però, rassicura, “saremo umani”, mentre verso Ventimiglia procedono i rastrellamenti delle autorità francesi, a Ferrara il sindaco intende sottrarsi all’obbligo di accoglienza, le diplomazie lavorano per “sciogliere i nodi con la  Siria”, trattando non si sa con quali autorità statuali, e con la Libia, perchè “svuoti i suoi lager”, dopo che Minniti e Salvini riconobbero alle milizie il ruolo di “guardie costiere”.

Non sarà accoglienza, non sarà integrazione, però possiamo star certi che i negoziatori metteranno a punto un piano per la piena occupazione della forza lavoro straniera. Non c’è da dubitarne, perchè se non è automatico il rapporto causa effetto di guerre e emigrazioni, che le guerre coloniali si fanno anche per dedicarsi allo sport preferito dall’uomo, rubare, violentare, ammazzare, segnare il territorio, è sicuro che uno delle desiderate ricadute del colonialismo dei giorni nostri, e non solo, sia quello di creare, e far circolare e indirizzare dove servono, eserciti disarmati di merce-uomo che lavori in condizioni di subalternità, di soggezione, senza sicurezze e senza diritti.

Vedrete se i padroni non riescono anche stavolta laddove non sono mai riusciti i lavoratori, trovare una incrollabile unità di classe nell’attrezzarsi di manopera dequalificata, abbassare i livelli di retribuzione e  creare divisione, cosicché  la debolezza  degli immigrati  indebolisca ancora di più il lavoro già colpito dei proletari europei, italiani e greci soprattutto, incrementando l’esercito industriale di riserva, aumentando i profitti e schiacciando tutti,  immigrati e indigeni.

Tutto questo con buona pace della sinistra nel cui alveo si è operato lo stesso spostamento ideologico del progressismo liberista, convertendo  le lotte anticapitaliste e per il lavoro in battaglie “umanitarie” e  per i diritti civili. Qualcosa che va bene per chi vuole illudersi – perchè ne è ancora esente –   che nel cammino del progresso possano procedere insieme globalizzazione, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo  che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera arroccamento e egoismo, sotto la bandiera di una emancipazione dell’umanità intera. E che va ancora meglio per chi l’immigrazione la riconosce nei panni della badante, del bagnino, del giardiniere e del molesto vuoi cumpra’, perchè non vive in periferia dove in buoni sentimenti della brava gente non hanno spazio, perchè – ancora – non soffre la concorrenza avvelenata di lavoratori costretti a piegarsi a salari al di sotto della sopravvivenza, senza garanzie, senza casco e bretelle se sta su un’impalcatura, senza contributi e senza certezze.

Adesso siamo tutti messi alla prova dopo le belle parole e il buon cuore,stesi come gli striscioni contro l’infamone al governo. Adesso che quelli per cui ci siamo compiaciuti di commuoverci e solidarizzare nelle mani degli stessi burattinai di sempre verranno esibiti come competitori, cui attribuire le colpe delle vittime che diventano sopraffattori, rubando lavoro, posti in graduatoria nelle scuole, case, sanità. E’ adesso che dobbiamo ricomporre un fronte unico di chi combatte contro lo sfruttamento che è uguale per tutti quelli che stanno sotto, bianchi, neri, maschi e femmine (un po’ di più se sono nere), e che devono imparare a rialzare la testa.

 

 

 

 

 


L’umanità nuoce alla politica

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non sappiamo quanto siamo fortunati a essere cresciuti in tempi e luoghi dove non ci è toccato il destino di non essere voluti, di essere guardati con sospetto e diffidenza, di essere così molesti da farci desiderare di essere invisibili, di stare acquattati e nascosti in anfratti bui come i sorci, di essere dannati a non avere documenti, leggi, nazionalità e nemmeno nome, ma, nel migliore dei casi, un numeri sotto le  impronte digitali.

A qualcuno malamente sorteggiato dalla lotteria naturale invece è successo e succede, così come in tempi passati è accaduto a generazioni prima delle nostre  e come è probabile possa accadere ai nostri figli, se non ne difendiamo i diritti come qualcosa che ci è stato concesso in prestito con l’impegno a tutelarlo per altri dopo di noi. E anche per noi stessi, persuasi malignamente che si possano scambiare contro garanzie e sicurezze sempre più labili e discutibili.

Ve ne sarete accorti, subito a ridosso dei dati elettorali una ‘pletora di commentatori e opinionisti, di quelli che misurano il sentiment popolare monitorando ristoranti e aerei pieni, ha ventilato l’ipotesi che il voto abbia dimostrato che il cosiddetto buonismo dell’altrettanto cosiddetta sinistra di governo non paghi, che i sindaci che hanno promosso un’accoglienza più o meno caritatevole, siano stati penalizzati dalle urne, rei di non aver saputi interpretare gli umori degli italiani brava gente stufi marci di tollerare l’invasione di quelli che ci espropriano di beni e servizi, venendo prima di noi negli asili, nelle graduatorie di assegnazione degli alloggi, nei pronti soccorsi, costringendoci a ricorrere alle strutture private e poi nei target dei beneficati dai caporali, nelle more del lavoro nero dentro a capannoni h 24 lavoro e alloggio, o dentro le case a cambiare pannoloni e pannolini, su impalcature a rischio e pure in quei centri simili a lager per l’oltraggio dei più elementari requisiti di umanità, e perfino sopra e sotto le acque del Mediterraneo, da dove minacciano di rovinarci i bagni e le gite in pedalò.

Non l’avessero mai fatto: una politica che mai stanca di suscitare, portare e a galla, e dare voce ai peggiori istinti per legalizzare e legittimare repressione, riduzione delle prerogative e della libertà, per convincere che è necessario sottomettersi a intimidazioni, ricatti, paura, si è sentita finalmente autorizzata a muovere guerra agli ultimi della graduatoria, nella speranza che sia la strada per andare su su fino ai penultimi, a quelle file dietro dove si sono i poveracci nati qua e che si devono arrendere alla condizione di schiavi locali, a disposizione delle localizzazioni legali degli scafisti in doppiopetto.

E se per Salvini è stato il doveroso riconoscimento della sua lungimiranza e della sua attitudine all’ascolto di borborigmi e e altri suoni velenosi provenienti dalle pance dei concittadini, se per il Pd che se la gode delle sconfitte nemiche come fossero le sue vittorie, è stata l’ammissione che la sua mai ammessa débacle, se c’è,  è figlia di comportamenti virtuosi e di valori civili e democratici: quelli che sovrintendono alle sue riforme?, se per Forza Italia è una testimonianza in più in favore delle leggi razziali del governo del Cavaliere e dell’ideologia alla Santanchè, per i 5Stelle è l’occasione per estrarre da dentro il movimento quei veleni che hanno sempre circolato ma che erano stati messi a tacere per ragioni di opportunismo.  A intrepretarli con inedito fervore istituzionale è la sindaca Raggi che su mandato dell’indiscusso leader, realizza i programmi  – non compiutamente realizzati – del respingimento e dell’esclusione di indimenticati predecessori: Alemanno, certo, ma pure il Veltroni dei pogrom amministrativi e non solo contro i rom, diversamente cittadini anche se nativi italiani da generazioni.

Altro che riforma elettorale, altro che scaramucce tra bulli che fingono soltanto di menar colpi, fendenti, ma sotto sotto sono d’accordo nel dividersi il bottino del racket, ormai il partito unico dimostra di essere ispirato da una ideologia unica, quella stessa che impone l’ubbidienza a un impero che colpisce i poveri, sale della terra, nelle loro geografie e anche in quelle dove cercano riparo, che predica inimicizia divisiva per meglio comandare, che aggiorna razzismo e xenofobia in modo da declinarli anche tra gli apparentemente uguali per pelle, colore, religione.

E non è da dire che succeda per motivi elettoralistici. Per il partito unico il voto deve essere sempre di più una formalità notarile, nemmeno per il consenso cui si preferiscono persuasione violenta e ricattatoria,  repressione anche tramite Daspo urbano, suggestione attraverso contentini e mancette umilianti. Questo ormai è un regime di guerra che spinge il presidente francese a dichiarare la fin dell’eccezionalità delle leggi speciali, perché ne sia sancita l’aberrante normalità, che raccomanda al governo e ai sindaci di mostrare il pugno di ferro senza più guanto di velluto, in modo da armare poveracci contro poveracci, disperati contro chi sta peggio, che ispira la stampa a propagandare minacce senza informazione, allarmi senza cifre, esodi e piaghe senza bibbie. E che ha il compito esplicito di giustificare ingiustizie, inefficienze, incapacità, inadeguatezza sguainate come spade contro gli stranieri e gli stranieri in casa loro: servizi cancellati, assistenza demolita, case negate a fronte di immensi patrimoni immobiliari abbandonati, lavoro interdetto quando le opere pubbliche e l’occupazione indotta servono a azionare i motori della corruzione e del clientelismo  invece che a salvaguardare i beni comuni.

Si salvi chi può adesso che la storia è uscita dal nostro presente senza insegnarci niente. E anche il futuro ci sta lasciando soli.

 

 

 


Cervelli in fuga, ma il Cretino resta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4 milioni 711 mila italiani, 3 374 000 dei quali provenivano dal Mezzogiorno. Si ammassavano nei bastimenti per terre assai lontane (v ricorda qualcosa?), era gente povera e analfabeta (la Regione che diede il massimo contributo all’esodo fu la Basilicata la cui popolazione nel 1911 si ridusse del 3,5%), destinata ai bassi ranghi del sottoproletariato urbano. Partono soprattutto dall’ “acerba” montagna, dove la terra non dà niente, osteggiati dallo Stato che invita i prefetti a impedire l’emigrazione clandestina e a disincentivare quella lecita. Scrive allora Nitti, “mentre si scrivono libri, si pronunciano discorsi, si compilano leggi, i contadini meridionali trovano la soluzione  da sé silenziosamente, partono a creare quei capitali che sono necessari per fecondare la terra del loro paese”.

Oggi ci informa  il rapporto «Migrantes», della Cei, la nuova emigrazione  sarebbe   “sempre più giovane e qualificata”. In 10 anni si registra un +55% di italiani residenti all’estero: in totale sono 4,8 milioni. 107 mila se ne sono andati nel 2015 (+6,2% in un anno): per il 50% giovani, per il 20% anziani.  Sono in forte aumento le partenze da Veneto e Lombardia mentre diminuiscono le percentuali del Mezzogiorno. E a differenza di quei migranti di inizio ‘900 e dei 5 milioni di italiani che sono emigrati in Germania nel dopoguerra – per il 90%  rientrati in patria-  chi parte oggi non tornerà, “in assenza di nuove opportunità”.
Dagli anni ‘70 non c’è fila alla cassa del supermercato, non c’è cena del sabato in pizzeria, non c’è dialogo tra sconosciuti in treno nei quali non risuoni il mantra: potessi, me ne andrei. Allora e per molto tempo si aggiungeva: aprirei un chioschetto in una spiaggia, una spaghetteria a Cuba, adesso sono diminuite aspettative e velleità e i laureati alla Bocconi che non discendono da stirpi reali, che non appartengono a dinastie baronali la pizzeria non l’aprono, accontentandosi di fare i “manager del food” servendo ai tavoli da Pappagone a Londra.

Sappia Salvini che nessuno li aiuterà a casa loro, cioè nostra. E suona oscena la reazione del premier alla pubblicazione dell’indagine della Cei, venuta buona per un altro immancabile spot per il Si:  “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Magari era meglio favorire le condizioni perché non se ne andassero, proprio come si poteva evitare la cosiddetta emergenza dei barconi: bastava non scaricare bombe, non depredare territori e risorse, così come era sufficiente favorire occupazione, salvaguardare garanzie e diritti, promuovere istruzione, ricerca e innovazione, condizioni indispensabili per incrementare la decantata competitività, per esaltare talenti e vocazioni. Magari era meglio non rafforzare quella mitologia  delle formazioni “utili”, quelle cioè funzionali unicamente a un mercato del lavoro tarato solo sulle esigenze di azionariati che hanno dismesso ogni investimento legato alle produzioni, all’economia reale  e all’innovazione.  Se a ridosso di un sisma catastrofico, mentre sono in crescita le iscrizioni a università private “acchiappacitrulli” e a master/parcheggio che prolungano indefinitamente la permanenza in uno status di dipendenza adolescenziale, mentre pare abbiano una singolare attrattività facoltà di filosofia, forse per via della nuova moda di dotare aziende di un consulente filosofico un tanto al chilo, l’Istat comunica che tra le  lauree che faticano più di altre a trovare sbocchi lavorativi figurano, insieme a  Scienze biologiche e  Scienze naturali,  anche quelle di Scienze geologiche.

Così  se è improbabile che l’evocazione del Ponte sullo Stretto porti all’accreditamento di carriere nel settore dell’ingegneria, il sensato proposito di stringere un’alleanza con il territorio per dare concretezza a un New Deal che veda lo Stato investitore general manager e contractor per il risanamento e la salvaguardia, come anche per la tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, viene equiparato a un’uggiosa esercitazione di parrucconi e disfattisti.

No, non ci aiuteranno a casa nostra. E il motivo è semplice. Dietro a pregiudizi e ideologie, interessi e ideali che partecipano al coro con concetti e slogan disparati:  difesa dell’identità e sicurezza minacciata, necessità di promuovere multiculturalismo, cosmopolitismo globalista o arroccamento nelle fortezze imperiali, quello che resta ben saldo è il contributo che l’immigrazione dà al sistema capitalistico nella sua ultima aberrazione, quella finanziaria. Una considerazione realistica della quale anche noi avanzi della sinistra ci vergogniamo un po’, temendo l’annessione obliqua al fronte xenofobo, razzista o semplicemente europeo.

Il fatto è che muri, recinti, rifiuto, respingimento attuati dall’impero e dai suoi consoli regionali, nascono dalla difficoltà di gestione spicciola da un lato, dal timore che comunque masse di disperati non qualificati non possano essere assorbiti e pesino sul bilancio degli stati, ma dall’altro dalla vocazione del pensiero unico a creare diffidenza, risentimento, divisione per meglio comandare. Ma dietro agli steccati, alla repressione, esiste concreto il perseguimento di un disegno di “crescita” di un padronato che insegue la creazione di un esercito mobile, senza patria e radici, senza storia e memoria, da spostare qua e là come il dio mercato vuole. E con un effetto non secondario che consiste nella “concorrenza” interna esercitata da quei lavoratori temporanei, necessariamente disposti a accettare un salario più basso, la rimozione di diritti e garanzie,  tale da abbassare fisiologicamente anche gli standard remunerativi, come quelli legati a sicurezza, conquiste e  prerogative della forza lavoro locale, abbattendo così ogni speranza che si coaguli e esprima un potenziale unitario dei lavoratori.

Nell’era del saccheggio, della spoliazione, siamo tutti prede e bottini. La ricetta qui e altrove, a casa e fuori, sarebbe diventare “classe” unita, consapevole e solidale, retta da fini elevati ben oltre la sopravvivenza in una nuda vita, ma c’è da temere che togliendoci la facoltà di sperare e sognare, abbiano cancellato anche quella di  lottare.

 

 


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