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Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


Lavoro. Gli assassini dei diritti

lav 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi succede di ripetermi, ma ho un’attenuante: troppe cose si ripresentano, spesso in forma peggiorativa. Come, ad esempio, la riduzione a flebile commemorazione e a celebrazione retorica di eventi, lotte e conquiste che avrebbero potuto renderci più liberi e migliori.

In questi giorni si ricorda che lo Statuto dei Lavoratori ( Legge 20 maggio 1970, intitolata ‘‘norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) compie 50 anni e infatti puntualmente è arrivata puntuale la liturgia istituzionale. Così sembra paradossale che i giornali del 22 maggio 1970 titolassero: “La Costituzione entra in fabbrica”,  in un tempo, il nostro,  nel quale pare che la Carta sia uscita dai luoghi di lavoro, dalle case, dagli uffici, dalle piazze e dalle strade, se diritti che parevano meritati, acquisiti e inalienabili ci sono stati sottratti sostituiti da  elargizioni arbitrarie, mance discrezionali, riconoscimento limitato di prerogative e inclinazioni, il cui libero esercizio  è circoscritto a chi se le può permettere.

Ancora più paradossale è ricordare i perché dell’astensione del Pci, riassunti nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti alla Camera: “Ci siamo astenuti per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica ….il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”, come l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge nei confronti dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti e la mancanza di norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia, se pensiamo al ruolo giocato dal partito che negli anni a venire ne avrebbe dovuto perpetuare la vocazione e rispettare il mandato di rappresentanza e salvaguardia dei bisogni e delle rivendicazioni degli sfruttati.

Quel partito cioè che nelle sue ultime configurazioni, di nome e di fatto,  rivendica di incarnare il  “riformismo” e che ha  incrementato, appoggiando perfino le misure berlusconiane e grazie alla rimessa in uso, perverso, della cinghia di trasmissione con il sindacato, la frammentazione della classe lavoratrice, con una molteplicità di contratti di lavoro anomali. L’intento dichiarato e la strategia, riuscita, era pagare meno e isolare gli “occupati” e i sottooccupati ma a norma di legge, a cominciare dal decreto Tremonti, in linea con il Protocollo  del 23 luglio 1993, col quale le parti sociali e il governo concordavano  un  quadro di principi e di regole per rendere coerenti i processi contrattuali   con le politiche economiche e dei redditi in modo da il conflitto e allinearsi al Trattato di Maastricht.  E poi a seguire, sotto tutti gli esecutivi di Berlusconi, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, il pacchetto Treu, il decreto legislativo n. 368/2001, la legge Biagi, il collegato lavoro, e poi la legge Fornero, il Jobs Act, fino al decreto Dignità.

Adesso per una di quelle strane fatalità che ci consegna la storia, questo anniversario cade proprio quando la quarantena porta alla luce drammaticamente la struttura di classe della nostra società, dopo che  per anni hanno cercato di persuaderci che per molti motivi le differenze di ceto fossero superate, o diventate indefinibili e impercettibili per via del passaggio da una economia produttiva a quella “finanziaria”, certo, ma anche in virtù delle formidabili mutazioni che aveva prodotto il Progresso, grazie a quelle conquiste della scienza, si, proprio quella che dichiara impotenza e manifesta tracotante improvvisazione davanti a una prevedibile epidemia, e della tecnologia, si, proprio quella che doveva  risparmiarci dalla fatica manuale, donandoci quella condizione di onnipotenza virtuale, dal lavoro seduti sulla poltrona di casa a far cadere una bomba spingendo un bottone,  e in due mesi ha mostrato i limiti della sua inadeguatezza.

Tutto questo non è certo accaduto ora e per caso. Quello che è stato definito un cigno nero, per sottolinearne la imprevedibilità e rarità, mentre era nell’ordine “naturale” e tante volte ne era stato profetizzato il verificarsi, ha la qualità di una rivelazione che stupisce solo quelli che non volevano vedere. Sono quelli che rimuovono la triste epifania che ha reso ancora più profondo il solco che divide chi appartiene, forse temporaneamente o occasionalmente, a ceti che finora hanno conservato qualche bene, qualche privilegio, qualche rendita o qualche opportunità, qualche sicurezza e garanzia, qualche livello “superiore” di istruzione che attribuisce a chi lo possiede una malintesa supremazia morale, e gli altri,  che hanno già perso o stanno perdendo tutto.

Già i primi dati –  a metà aprile l’Inps denunciava  che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time e che a essere colpiti sono i lavori “anomali”, le occupazioni saltuarie, quelle economie sommerse delle startup farlocche, dei B&B, dei franchising dei gelatai e pizzaioli –  dimostrano gli effetti di trent’anni di “flessibilità”, mobilità e  della cancellazione  di quelle tutele viste come impedimento per la competitività.

A una generazione di lavoratori  senza diritti, quando ormai ha preso piede la narrazione epica, resta solo da contribuire alla ricostruzione del dopoguerra, nella trincea dei cantieri riaperti per le grandi opere e le infrastrutture, che se non si devono tirar su i palazzi bombardati la macchina di pace della corruzione e del malaffare del cemento è pronta a rimettersi in moto. Oppure si apre per loro l’opportunità di tornare ai solchi bagnati di servo sudor come piace agli editorialisti che da anni denunciano l’indolenza dei ragazzi (salvo la loro prole), la leva degli scansafatiche colpevoli a un tempo di non essere abbastanza competenti, malgrado la Buona Scuola e le Università degradate a fucine per disoccupati specializzati grazie a un succedersi di riforme “progressiste”, e di avere troppe pretese, come se fosse una indebita pretesa non prestarsi per una paga da fame in pieno regime di “caporalato”. E infatti ci hanno pensato subito Bonaccini, che voleva mettere ai lavori forzati i percettori di reddito di cittadinanza, la Bellanova in veste di neo-lachrimosa, seguiti dai vertici di Confagricoltura che reclamano il ritorno beato ai vaucher, per usufruire dei servizi a poco prezzo di vari “ soggetti che possono lavorare con prestazione occasionale: pensionati, studenti nei periodi di vacanza, persone disoccupate che siano iscritte nelle liste di disoccupazione del centro per l’impiego, percettori di prestazioni integrative del reddito ovvero cassaintegrati, ecc”. In attesa dei quali è stata adottata una “sanatoria” rivolta ad un pubblico ristrettissimo di migranti a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che potranno richiederne uno nuovo a patto che il vecchio sia scaduto entro il 31 ottobre 2019, quelli in sostanza già “regolari” ma soggetti a un rinnovarsi di ricatti e intimidazioni.

Così si ripropone con forza la questione salariale, esaltata dall’attuale contingenza che condanna a una sempre maggiore vulnerabilità sempre più soggetti, individui, famiglie di qualsiasi genere, età, etnia, in un paese dove si guadagna meno di 30 anni fa, a parità di occupazione, professione, livello di istruzione e gerarchico. E quando la minaccia di una invasione di immigrati che rubano il posto rivela la sua natura di grande distrazione di massa, perché le aperture a questo bacino di forza lavoro prevedono di esercitare la pressione intimidatoria per costringere tutti a un abbassamento delle remunerazioni, come a recedere da richieste e rivendicazioni, tutti parimenti ridotti a stranieri in patria, Terzo Mondo fuori e dentro i confini.

Come andrà per il lavoro nel Dopo Covid19, si è capito da subito, quando nella conferenza stampa dell’11 marzo Conte, interpretando le preoccupazioni di Confindustria ammette che in Italia si puù chiudere tutto, università scuole, parrucchiere, osterie, hotel, musei, ma non le fabbriche, pena l’estromissione dal mercato globale.  E quando dal giorno dopo si indicono scioperi e fermate in tutta Italia, nelle aziende dove si doveva arrivare pigiati nei mezzi di trasporto diradati e lavorare senza le mascherine salvifiche – soprattutto per la Pivetti, senza dispositivi sanitari, senza distanziamento, senza disinfezione, scatta immediata la reazione contro gli irresponsabili, la censura, il silenzio sulle loro proteste, l’anatema contro chi osserva che anche prima le condizioni sui posti di lavoro erano indegne dei più elementari criteri di profilassi e di sicurezza come dimostrano i dati sulle morti bianche, ma che il Covid19 ben lungi da imporre l’adozione di criteri e requisiti più stringenti aveva sortito solo l’effetto di limitare gli interventi unicamente all’emergenza e in forma “temporanea” e volontaria.

E poi si stupiscono se di fronte a queste disumane e feroci disuguaglianze l’unica autorità che sanno esprimere le élite e le leadership è la paura,  se l’unico modo mediante il quale la classe dominante rende naturale la sua egemonia è l’imposizione di un ordine economico e morale consiste nel reprimere autodeterminazione, nell’isolare gente che ha identità e interessi comuni perché non sappiano più riconoscersi e lottare insieme.

Pare non avesse ragione Gramsci a dire che il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, se a perdere la vita e prematuramente sono gli anziani poveri, così come a perdere forza e visioni del futuro sono vecchie conquiste soffocate da un “nuovo” senza domani, senza lavoro, senza popolo.

 


Istinto arrendista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


Non hanno paura di Salvini. Hanno paura del popolo

popolo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tempo di serendipity. A molti sarà piaciuta la strana e felice coincidenza  per la quale il presidente Conte e il sociologo Marco Revelli hanno elencato con la medesima minuziosa precisione  le malefatte del Ministro dell’Interno del governo uscito, la lunga lista di scorrettezze istituzionali, abusi di potere, sconfinamenti, ignoranza o trasgressione delle regole.

L’uno al Senato, l’altro in un articolo vibrante di sdegno ripreso entusiasticamente dai social, hanno compiuto ambedue lo stesso  peccato, quello di omissione, il primo rimuovendo opportunamente le responsabilità dell’alleato di governo che ha scelto la via dell’arrendevolezza  per motivi  di sopravvivenza più che di salute pubblica, il secondo attribuendo solo alla “zavorra” renziana che sinistra non è e non vuole essere – come d’altra parte tutto quel che resta del Pd – le colpe di un “pensare” non più comune, di un’impotenza non sa tradursi in azione  ma nemmeno vuole e sa ascoltare e registrare la voce o respirare l’aria “della strada”.

E  tutti e due per motivi solo apparentemente differenti hanno espresso la stessa aspettativa di un governo “comunque”, che eviti le elezioni grazie, per il primo, al suo “sacrificio” e alla sua abnegazione personali, per l’altro in forma di coalizione di “sicurezza costituzionale” che eviti la possibilità che la destra incarnata dal Gradasso e dai suoi empatici, possa spostare dal Palazzo alle piazze scontente e rumoreggianti in occasione del drammatico passaggio di una manovra economica cruenta e dell’imperio tragico del default. Un “ponte” che resista fino all’ennesimo tentativo di mettere insieme una riforma elettorale che, cito Revelli,  allontani “il rischio che una maggioranza nero-verde di tipo weimariano possa manomettere la Costituzione senza neppur bisogno di un referendum confermativo”.

Insomma per quelli, tanti, che hanno creduto che con Salvini passasse la paura del fascismo, che cancellata la sua immagine, le sue foto, la sua voce, i suoi slogan, lo svolgersi pieno e appagante della democrazia potesse riprendere come in un dopoguerra costruttivo e fecondo, è il momento in cui tocca prendere atto che la rimozione volontaria e poi forzata dell’energumeno, il ridimensionamento elettorale (numericamente relativo) e di consensi (nella percezione più che nei voti) dei detestati 5stelle, sono il segnale di una crisi dell’assetto istituzionale, cominciata tanto tempo fa, quando partiti e leader hanno pensato che fosse il momento di procedere a una “revisione” costituzionale che spostasse il potere e il processo decisionale fuori dal parlamento, lo consegnasse nelle mani di una oligarchia rappresentata da una persona, un vicerè, un generale, un tecnico al servizio dei propri e dei suoi interessi di ceto.

E se Conte non vuole certo uscire dal vuoto torricelliano, dove l’invettiva e le reprimende prendono il posto dei programmi, aiutato dai compitini derisori dei problemi del Paese dell’opposizione,  coi “punti irrinunciabili” di Zingaretti che spera in un ritorno del bipolarismo con due fronti che la pensano allo stesso modo su Europa, austerità, Tav, fisco, etc.., Revelli, che fa parte di quella rara compagnia di spiriti critici dell’abiura dei partiti della sinistra tradizionale passati di buon grado ai ranghi del progressismo liberista, rivela quel cruccio diventato sentiment comune, quella preoccupazione nei confronti del malessere generale cui viene dato il nome di populismo. E che potrebbe voler dire non che si condivide plebiscitariamente il rigurgito neofascista che sale dalle viscere di Salvini, ma, molto più semplicemente e tragicamente, che la gente disapprova la gestione della cosa pubblica da parte del ceto dirigente e al tempo stesso non si riconosce in chi lo contesta, quando una volta arrivato ai posti di comando viene contagiati dalla realpolitik.

Il timore che l’astro di Salvini non sia tramontato è dunque più che legittimo, lo sa bene chi ha creato le condizioni grazie alle quali è sorto e ha brillato in cielo per più di un anno, conscio e soddisfatto che i riflettori della comunicazione indirizzassero la percezione sui temi dell’immigrazione grazie a un allarme che viene da lontano, dallo sbandieramento del vessillo della paura dell’invasione che ha prodotto le leggi Bossi-Fini, la Turco-Napolitano, la Legge Maroni, le ordinanze di Minniti,  culminati in  quei decreti-sicurezza,  colpevolmente sostenuti dai 5Stelle, che hanno coperto con l’autorizzazione al razzismo la legittimazione della repressione, grazie alle misure,  non solo unilateralmente volute, destinate  a colpire poveri di tutte le etnie e oppositori e che vanno dalla criminalizzazione del blocco stradale   alla stretta sulle manifestazioni di dissenso, nei casi della Tav, delle Triv, del Muos, delle occupazioni di fabbriche, di scioperi.

Lo sa bene chi ha dato enfasi a un umanitarismo a basso costo, esibendo uno schizzinoso disprezzo per il condottiero barbaro dei rozzi xenofobi delle periferie che si contendono spazi angusti  e desolati, per i lavoratori precari che temono la concorrenza degli stranieri propensi a svolgere mansioni non garantite, non sicure e sottopagate, proprio come vuole  la grande industria  transnazionale che usa ogni arma a cominciare da quelle belliche e  di conquista, per muovere eserciti di forza lavoro e  abbassare il costo della mano d’opera.

E lo sa bene chi ha avallato la secessione delle regioni ricche permettendo che venisse interpretata nelle sue espressioni più esuberanti dal leghista razzista contro il terzo mondo interno dal Vesuvio all’Etna, ma condivisa largamente da chi sta mettendo in piedi una mostruosa truffa ai danni del Mezzogiorno grazie alla costituzionalizzazione di una “apartheid” delle nostre colonie meridionali.

Non c’è da temere il ritorno di Salvini, non è mai andato via, era là a garantire le larghe intese che approfittavano delle sue smargiassate per consolidare il consenso da dare ai “meno peggio”, che lo denigravano e subito dopo lo blandivano in occasione di associazioni d’impresa, quelle del mito del produttivismo, del progresso, che  lo esibivano come un babau agli occhi dell’Europa conquistandosi il merito di averlo persuaso alla ragione come in molti casi, o messa da parte in rari altro, che hanno raggiunto il risultato di far fuori un movimento che si è arreso a fare il vaso di coccio, impreparato e inadeguato ma che ai loro occhi era un rischio destabilizzante.

Si sono resi un servizio a vicenda, preparando un dopo sul quale Salvini reclama qualche diritto, di quelli che piacciono a lui: possesso, prevaricazione, intimidazione, ricatto, diventati sistema di governo, qualsiasi sia la coalizione.

 

 

 

 


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