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Soluzione Finale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il segnale di rottura più forte col passato, consista nel voler dimostrare la “differenza” negli usi di mondo della comunicazione. Così dopo anni di sgangherate confessioni su Facebook, di esibizionismo scollacciato e impudico su Instagram, di avvertimenti trasversali su Twitter e immaginette votive a reti unificate, il cambiamento si materializza nell’enigmatica effigie della sfinge, del golem che traduce le sue minacce in silenzio oscuro e indecifrabile.

Si sa che la fortuna di certi personaggi risiede in questo, nel mistero che li circonda e che a volte rappresenta solo la profonda voragine buia del loro nulla. Stavolta però, a smentire tutti quelli che si lagnano che l’illustre incaricato non manifesto il suo pensiero e le sue visioni del futuro, c’è un lungo passato remoto e più prossimo che parla per lui e di lui.

Ne fa testo, a parte la nota lettera tante volte richiamata (anche qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/09/quella-lettera-ci-dice-chi-e-draghi-e-qual-e-il-suo-programma/)   il recentissimo rapporto sul “dopoguerra” quel contro-New Deal   redatto dal G30, il think tank appendice della     Rockefeller Foundation,  presieduto proprio da Draghi insieme a Raghuram Rajan, che in passato è stato governatore della banca centrale indiana.  

Il prezioso documento (che potete trovare in edizione integrale qui:    https://group30.org/images/uploads/publications/G30_Reviving_and_Restructuring_the_Corporate_Sector_Post_Covid.pdf)    si intitola non a caso: Rivitalizzare e ristrutturare le aziende dopo il Covid, sottotitolo: Progettare l’intervento delle politiche pubbliche, con un evidente richiamo a pratiche sanitarie rivolte a selezionare i target produttivi meritevoli di ossigeno e terapia intensiva da parte del settore pubblico, promuovendo invece una rapida eutanasia per settori improduttivi e parassitari, colpiti dal virus dell’insolvenza che si è manifestata con particolare gravità a causa della pandemia in combinazione con la naturale riduzione delle risorse dei programmi di sostegno indirizzate a fronteggiare l’emergenza con ristori e elemosine .

 E infatti con piglio  risoluto il  rapporto raccomanda i decisori a “incoraggiare lo sviluppo di azioni politiche che supportino la resilienza e la crescita economica a lungo termine … riducendo al minimo i costi per il pubblico”, offrendo loro generosamente  una serie di “principi fondamentali universali”, una panoplia di  “strumenti”  e un “quadro decisionale” per determinare le “risposte politiche appropriate”.

Proprio come una divinità severa ma giusta che si rispetti, il G30 ha scolpito nella roccia i suoi dieci comandamenti ad uso degli Stakeholders.

Eccoli: 1) Agire con urgenza per affrontare la crescente crisi di solvibilità delle imprese e contrastare il pericolo di una prolungata stagnazione economica  2) Indirizzare con attenzione il sostegno pubblico per ottimizzare l’uso delle risorse che non dovrebbero essere sprecate per aziende che sono destinate al fallimento o che non ne hanno bisogno  3) Adattarsi alla nuova realtà, invece di cercare di preservare lo status quo, anche mediante  una certa quantità di “distruzione creatrice” poiché alcune aziende chiudono e ne aprono di nuove, e dato che alcuni lavoratori hanno bisogno di spostarsi tra aziende e settori, attraverso un’adeguata assistenza e riqualificazione 4) Le forze di mercato dovranno  essere autorizzate a operare. E in presenza del dispiegarsi della libera iniziative spetterebbe ai governi intervenire per salvare   il mercato da potenziali fallimenti. 5) Sfruttare l’esperienza del settore privato per ottimizzare l’allocazione delle risorse, azione nella quale i governi si sono dimostrati inadempienti.  6) Bilanciare attentamente la combinazione di obiettivi nazionali più ampi con misure di sostegno alle imprese rivolte al  green o la digitalizzazione.  7) Ridurre al minimo il rischio e massimizzare il potenziale ritorno per i contribuenti. 8) Essere consapevoli dell’azzardo morale senza compromettere gli obiettivi. 9) Trovare il giusto tempismo nella predisposizione e nella durata degli interventi. 10) Anticipare potenziali ricadute negative sul settore finanziario per preservarne la forza e consentire a esso di guidare la ripresa, evitando azioni che indebolirebbero in modo significativo il settore finanziario, come costringere le banche a concedere crediti in sofferenza per sostenere l’economia.

Tutto si può dire delle intenzioni del profeta chiamato a guidarci, ma non che il suo linguaggio non sia esplicito, così come i suoi intenti “moralizzatori”. In sostanza è opportuno limitare la libertà concessa agli Stati sempre meno sovrani che hanno mostrato la loro inadeguatezza, sperperando ricchezze e dissipando le forze in aiuto di settori moribondi, quando è più salutare e redditizio promuoverne il rapido fallimento grazie a provvidenziali concentrazioni in corpi e sistemi sani, strutturati e di taglia large.

Questo stesso approccio andrà adottato anche per quanto riguarda l’occupazione: i lavoratori, per il loro stesso bene, sono invitati a farsi carico della comune responsabilità a contribuire allo sviluppo, prestandosi a andare dove serve cambiando azienda o settore, grazie a più efficienti allocazioni.

Ecco cosa ci prepara il sacerdote della teocrazia del mercato incaricato della crociata contro gli infedeli, che combina la punizione e l’edificazione, il sacrifico con l’epurazione, la redenzione e la sanificazione necessaria dopo il Covid e che deve fare piazza pulita di sentimentalismi, emotività, spirito solidaristico, compassione per la Soluzione Finale.

Tutto questo era anticipato in forma domestica, sempliciotta, provinciale nel piano di Ripresa e Resilienza del governo caduto, negli obiettivi del  Fondo di Sviluppo e Coesione, nel rilancio di programmi di privatizzazione, nella Legge di bilancio che prevedevano di procedere con criteri di scelta  ispirati alle regole, diventate ormai leggi “naturali” del mercato, alla selezione delle imprese, dei settori e pure degli addetti funzionali, utili, essenziali e produttivi da salvare e quelli superflui e parassitari da affondare o svendere, come è successo in Grecia e sta accadendo qui,

Ma si capisce che il povero Conte con il suo esecutivo non aveva il sinistro prestigio e la maligna credibilità indispensabile per mettere in pratica il complotto, che di questo si tratta, di una macchinazione ordita alla quale non vogliono credere i veri negazionisti, per non ammettere di essere cavie di un esperimento, pedine spostate come esigono i giocatori della cospirazione di chi ha e vuole sempre di più contro chi non deve avere nulla.


Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Biospie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


Dopo la beffa il danno: in arrivo nuovi blocchi

Potrebbe sembrare una buona notizia il fatto che all’esame dei giudici di Bergamo ci sia anche un dossier dell’ex generale Pier Paolo Lunelli, il quale ha scritto protocolli pandemici per diversi Stati europei, secondo cui se si fosse agito secondo un piano pandemico adeguato a prevenire un’epidemia influenzale probabilmente avremmo avuto 10 mila morti in meno di Covid. E che ci siano stati grossi pasticci dovuti alla disorganizzazione e ai sempre maggiori tagli alla sanità non c’è dubbio, che si debbano cercare delle responsabilità è altrettanto sacrosanto, ma tutto questo alla fine tende ad accreditare una narrazione apocalittica  fatta di cifre che non stanno in piedi. Che senso ha dire che diecimila si potevano salvare dal tremendo virus quando ancora non sappiamo quanti siano effettivamente morti per Covid e non semplicemente con Covid presunto. Qui ci sono, come tutti dovrebbe sapere, ma si guardano bene dal sapere, due problemi di fondo: il primo è che la diagnosi con i tamponi è assolutamente priva di qualsiasi valore, vista l’enorme percentuale di errore e soprattutto il fatto che il tampone può rilevare catene di Rna appartenenti ad altri coronavirus, insomma è solo il primo passo di diagnosi differenziali che non sono mai state effettuate. Secondo il  Responsabile medico della Sanità canadese , tanto per prendere una fonte ufficiale, che può prendere le distanze solo relativamente, il tasso di falsi positivi è del 50 %. Il secondo problema è che da noi, come del resto in moltissimi luoghi che guarda caso hanno il maggior numero di infetti e di decessi ufficiali, la diagnosi di Covid comporta benefici finanziari non indifferenti per gli ospedali, i reparti e i singoli medici o paramedici: una situazione che compromette in maniera radicale qualsiasi criterio statistico creando una premialità nei confronti delle diagnosi.

Ora se prendiamo le 35 mila persone ufficialmente decedute per presunto Covid e le dimezziamo per tenere conto della percentuale dei falsi positivi, arriviamo a 16 mila 500, se a questi sottraiamo i 10 mila salvabili senza gli errori commessi, rimangono appena 6500 decessi in quattro mesi, una cifra inferiore dalla metà a un quarto rispetto a quella dell’influenza stagionale. Ecco perché la sollecitudine per altro obbligatoria, verso gli errori, tende però ad accreditare in qualche modo l’allarme e le successive misure di segregazione. Questo sta avvenendo su vari livelli un po’ dovunque e il movimento per cancellare le tracce dell’Apocalissi in un raffreddore è così evidente che quasi se ne sente il rumore. Del resto è necessario tenere le carte coperte perché le conseguenze economiche di un tentativo di ingegneria sociale surfetato su un allarme sanitario in gran parte costruito, sono in qualche modo fuori controllo: la ripresa ad agosto si è fermata, anzi è arretrata rispetto a luglio, segnalando che i guasti sono stati più profondi di ciò che si poteva prevedere e adesso tutti gli analisti prevedono che ci vorranno almeno due anni per riattingere i livelli pre Covid.  In queste condizioni ogni Paese ha i suoi specifici problemi, ma da noi, dove si è tentato disastrosamente di fare i primi della classe nella narrazione pandemica, l’unica speranza per il governo non è far cadere tutto l’apparato simbolico e informativo della paura per tentare una qualche vera ripresa, ma anzi continuare a prospettare l’apocalisse, con l’invenzione continua di storie fasulle, tipo quella dei cinque giovani ricoverati,  e la riproposizione delle segregazioni per nascondere la propria totale incapacità. Non può riaprire tutto per poi far scoprire ai cittadini che non è in grado di riaprire le scuole e che anzi soldi preziosi per l’istruzione sono stati scialacquati in orrende stronzate come i banchi su rotelle: è fin troppo chiaro che ci si appresta a dire che non ci sono le condizioni di sicurezza o magari si metteranno a breve regole per rendere di fatto impossibile l’insegnamento. E questo vale per molti settori strangolati dalle misure anti virus che dovranno essere abbandonati a se stessi visto che non ci sono i soldi per sostenerle in qualche modo. e che quelli millantati in realtà sono in gran parte nostri e per il resto non si sa se e quando arriveranno

Dunque aspettiamoci un nuovo blocco totale della attività, la creazione di nuovi comitati e task force formati da sedicenti esperti , nonché consulenze milionarie.  Così, questo governo di incapaci – protetto dal silenzio del Capo dello Stato – potrà continuare a sopravvivere, a dispensare consulenze milionarie a cialtroni di livello stratosferico e a fare di tutto e di più per zittire le critiche e comprarsi – come è avvenuto per esempio con Cremaschi – i cocci infranti di un pensiero di sinistra, regalando visibilità ( e dunque soldi) purché siano i banditori dell’ubbidienza: una visibilità che sarebbe venuta totalmente meno in caso di fedeltà alla ragione.   E tutto questo avverrà con la benevolenza dell’Europa dei frugali che non vede l’ora di mettere le mani sui risparmi privati degli italiani tramite la troika.


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