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Archivi categoria: Giustizia

Studio Notarile Mattarella & C.

notaioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molto più  che sotto i Borboni, molto più che negli Stati Uniti, dove qualsiasi persona degna di rispetto e considerazione deve munirsi di un avvocato, di un consulente dell’immagine, di un commercialista e di un agente, quasi come nei gangli dell’europa nei quali un esercito di burocrati alimenta una macchina celibe per complicarci la vita e la doverosa appartenenza e assicurarne la sopravvivenza e la sussistenza degli addetti, siamo vittime, una volta fatti fuori gli stati intermedi di un tempo, organismi della partecipazione sindacati, organi di informazione “liberi”,  di cerchie consolidate di sbrigafaccende: consulenti, caf, patronati, ragionieri, che dovrebbero agire sia pure a pagamento in nostro nome, ma invece incaricati di farci esercitare la necessaria e obbligatoria obbedienza e la congruità dei nostri atti e dei nostri oboli coatti con comandi e norme criptiche,  estorsioni e coercizioni. Senza di loro non possiamo più pagare le tasse,   , stipulare un contratto con una badante e pagare i suoi contributi, percorrere i corridoi bui del sistema pensionistico, difenderci dalle esose e immotivate richieste di telecom ed enel, ricorrere a quegli istituti a cominciare dai giudici di pace, creati per dare un contesto agile e semplificato di  protezione dei cittadini. D’altra parte non stupisce, se, elargito il minimo sindacale del testamento biologico, è ancora più remota la concessione di una dignitosa e consapevole eutanasia, a evidente conferma che quello che non si vuole è l riconoscimento della “proprietà” dell’esistenza per ogni essere umano, laddove invece in ogni modo viene sancito il possesso della sua forza lavoro, dei suoi talenti, del suo contributo sociale.

Nel frattempo d raccontano che si tratta di un percorso virtuoso che promuove occupazione e gratificazione con la creazione di nuove figure professionali indispensabili  per farci navigare in rete, tutelarci da hacker, pilotare i droni, e,, mi aspetto, provvidenziali consulenti che ci assistano nel montaggio di una libreria      dell’Ikea, usare la pentola a pressione o il microonde, grazie a istruzioni sempre più e volutamente complicate, nelle quali la nostra lingua è un optional maltrattato.

Sullo  sfondo non è difficile intravvedere  un intento preciso, quello di estraniarci dalla realtà dipingendola come allarmante e ardua invitandoci alla delega, facendoci retrocedere a stati infantili, così da desiderare di essere messi sotto tutela e di affidarci a poteri che ci vogliono ignoranti e sottomessi. Quindi, schiavi.

Come al solito, tutto è andato peggiorando. Ma anche in passato abbiamo subito l’interferenza di figure  delle quali per legge e tradizione è stata stabilita l’imprescindibilità, senza la cui intermediazione e azione di sorveglianza avremmo difficoltà, parrebbe, a esercitare l’appartenenza al consorzio civile abbandonandoci a comportamenti ferini, ubbidendo alla legge della giungla, dando forma  sanguinosi conflitti e cruente diatribe e infiniti contenziosi.

In testa è giusto collocare quella del notaio, lucrosa professione, la più remunerata prima di dentisti, clinici e avvocati,   alla quale è affidata la funzione di garantire la validità dei contratti e dei negozi giuridici, attribuendo pubblica fede agli atti e alle sottoscrizioni apposte alla sua presenza. A dimostrazione che il processo di civilizzazione è sorprendentemente regressivo se rispetto al passato non basta più una stretta di mano, la parola data, una promessa, ma occorre un’autorità terza della quale è lecito sospettare obiettività e indipendenza, essendo conclamati i condizionamenti di chi più ha rispetto a chi ha meno e di una giustizia “ingiusta”. Nella letteratura e perfino nelle canzonette: porto il mantello a ruota e fo il notaio, l’immagine che mostra è quella di qualcuno che ha dismesso visioni, utopie e illusioni preferendo il fittizio realismo di codici e raccolte giurisprudenziali, che ha gettato alle ortiche  sogni e fantasie per godersi una profittevole carriera perlopiù di origine dinastica.

È per quello che penso che ci saremmo meritati qualcosa di meglio di un notaio al Quirinale, compuntamente e rigorosamente fedele all’incarico – lo dice il nome stesso – di “prendere nota” w apporre i necessari timbri secondo legge su scartafacci illegittimi che dovrebbero favorire la nomina di organismi illegittimi in sostituzione di altri più illegittimi ancora.

Nel suo discorso di fine anno si è tolto il mantello a ruota per indossare la tonaca e usare le parole della predica di un parroco di campagna di quelli che nel pieno della crisi delle vocazioni ha scelto la canonica in mancanza d’altro e sciorina dal pulpito il suo poco convinto repertorio di scontate ovvietà, di pensierini e auspici che fanno rimpiangere le cartine dei biscotti i cinesi. Proprio come fosse appena arrivato alla parrocchia di Rio Bo, catapultato da chissà che seminario, senza colpe, senza responsabilità, senza passato e senza obblighi o omeri se non quello di leggere il suo pistolotto di fine anno. Solo apparentemente meno dannoso del dispotico predecessore, mai arreso alla detronizzazione, solo apparentemente inoffensivo con quel suo proporsi bidimensionale, un cartellone della pubblicità regresso che ti guarda dal muro severamente per scoraggiare sogni, futuro, speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

quella sua

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L’arroganza dei Patroni

 l43-colosseo-120107094003_mediumAnna Lombroso per il Simplicissimus

Era entrato nella leggenda per essersi talmente immedesimato nell’ambascia dei terremotati aquilani ed emiliani, da aver trasformato magicamente il Colosseo, ombelico della Città Eterna, in zona sismica. Pare fosse una stamberga quell’appartamento poco più di una topaia, una casa di ringhiera con il water sul terrazzino, 109 metri quadri, sì, affacciato sull’anfiteatro Flavio, sì, ma proprio cadente e per di più, confermato dall’esimio collega Carlo Malinconico, altro personaggio alla ribalta per l’insana passione per i relais sul mare, in zona sismica e dunque potenzialmente pericolante. E fu per quello che l’allora sottosegretario alla Presidenza Patroni Griffi, pronipote di un dignitario borbonico messo alla porta da Garibaldi, acquisì lo sgangherato immobile dall’Inps a un prezzo ragionevolmente scontato, meno di 1.630 euro a metro quadro, per un totale di circa 177 mila euro. Un acquisto che tutto si può definire all’infuori che incauto, anche se culminò in  una lite giudiziaria vinta al Consiglio di Stato, dove, per una sorprendente coincidenza, il Patroni Griffi è Presidente di sezione.

E tutti a malignare, neanche fosse stato un profittatore, che si sa l’invidia è una brutta bestia. E chissà adesso quei biliosi pieni di acrimonia cosa diranno che l’ha rivenduta ad un altrettanto ragionevole prezzo di mercato, biecamente incuranti che l’abbia valorizzata con opportuni restauri e rifacimenti, torvamente indifferenti al fatto che, a fronte delle spese di acquisto e di risanamento, il modesto fitto che ne ricavava ammontasse all’irrisoria somma di 2000 euro mensili.

Dovremmo invece essere benevolmente impressionati dalla scrupolosa oculatezza, dalla parsimoniosa e sobria temperanza, dall’attenta e lungimirante moderazione di un amministratore pubblico che offre così un esempio edificante ed ammirevole ad uno Stato sciupone e dissipato e ad un popolo che paga con la miseria un’indole ai consumi dissoluti. E che interpreta e testimonia apprezzabilmente la cultura di governo, intesa a liberarsi di pesi ingombranti, svendendo non solo i beni al sole, ma pure il sole, non soltanto la casa vista Colosseo, ma il Colosseo medesimo.

E d’altra parte il previdente Patroni Griffi, l’avvedutezza ce l’ha proprio nel sangue, la vive ogni giorno come una vocazione. Così interpreta il suo incarico, come una missione pedagogica  per educare al risparmio sia pure obbligatorio i cittadini ma anche la Pubblica Amministrazione, indirizzata a tagli mirati – ma sarà una coincidenza o frutto di una dedizione appassionata all’ideologia dell’austerità – nei settori dei servizi e dell’assistenza.

Eh si la buona amministrazione anche personale è proprio un suo codice genetico: nel confezionare il decreto legge 54 del 21 maggio 2013,  che sancisce che i ministri “non possono cumulare il trattamento stipendiale”, una voce di dentro gli ha suggerito un sagace accorgimento al comma 1 bis dell’articolo 3  che permette sia a lui che al viceministro dell’Economia, Antonio Catricalà, di guadagnare molto di più degli altri membri dell’esecutivo, mantenendosi la paga dell’amministrazione pubblica dalla quale sono in aspettativa.

È buffo che in un Paese dove i condannati tengono sotto ricatto istituzioni, parlamento, partiti, cittadini, dove il sistema della giustizia è stato minato attraverso leggi ad personam e l’osceno mantenimento dell’impalcatura del conflitto di interesse, chi compie gesti inopportuni, oltraggiosi dell’uguaglianza dei cittadini, offensivi dei diritti monopolizzati e tradotti rendite, acquisizioni i elargizioni, si affretti a ricordare ai molto incazzati che nei comportamenti o nelle telefonate dei potenti non si ravvisi reato. Forse è il momento di distinguere tra legale e legittimo, soprattutto se le leggi se le fanno loro …  ha da veni’ Garibaldi?


Re Giorgio, Re Clemente

REGIONALI: BERLUSCONI STASERA DA NAPOLITANO, POI CDMAnna Lombroso per il Simplicissimus

 Il colle partorisce il topolino della resa all’intimidazione del condannato con la più antica e ipocrita ragione di Stato, quando lo Stato è stato espropriato di sovranità, legalità, giustizia.

“Di qualsiasi sentenza definitiva e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto”. Però, però  bisogna  “escludere la possibilità di una crisi,    contestare la tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere evitare di far ricadere il Paese nell’instabilità e nell’incertezza,  impedendo di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica”. Chiamato in causa   per offrire “risposte o soluzioni a garanzia di un normale svolgimento, nel prossimo futuro, della dialettica democratica e della competizione politica”  il Presidente ricorda che Berlusconi non ha rivolto nessuna   richiesta ufficiale di grazia, ma qualora ci fosse, il Colle valuterebbe “con rigore” la possibilità di un provvedimento di clemenza secondo le prerogative di legge”.

L’avevamo forse sottovalutato: l’improvvido stravolgimento istituzionale più che al presidenzialismo aspira alla monarchia assoluta con tanto di pennacchi, armigeri fermati dalla concessione della grazia, reclusi magnanimamente e vibrantemente restituiti a amorevoli famiglie, ma, soprattutto, e meno pittoresca, la vigenza  di un regime, ispirato, voluto, stabilito dal re e offerto a un delfino prescelto e incoronato, ubbidiente e assoggettato, secondo un diritto “ereditario” in sostituzione della Carta, delle regole e dei diritti.

Così il sommerso deve essere salvato:  seppure condannato per frode fiscale, deve essergli assicurata l’“agibilità”, non le condizioni per una cristiana redenzione, non un responsabile pentimento, no, bensì l’impunità. Di modo che in cambio si garantisce  la sopravvivenza  del governo Letta, del quale ci sarebbe da dubitare dell’esistenza in vita e del suo manifestarsi con   decisioni, azioni e scelte.

C’è chi in questi giorni, e la nota burbanzosa del Quirinale confermerebbe l’ardita tesi  che, in fondo, la clemenza altro non è che la conferma del valore della condanna. Buone notizie dunque per le migliaia di condannati che giacciono nelle patrie galere. Se si dà forza a questo principio, altro che indulto, altro che amnistia e altro che svuota carceri: tutti a casa a godere della generosità del sovrano, marioli o assassini, spacciatori o ladri incalliti, con uan preferenza per questi ultimi.

Ma non sarà così: viviamo in tempi di disuguaglianze economiche e sociali sempre più profonde e le  moderne nuove frontiere della legittimità e della realpolitik  prevedono una loro applicazione rigorosa anche nell’amministrazione della giustizia a sancire definitivamente che mica è uguale per tutti, che se un criminale recidivo e poliedrico è per caso  un capopartito, un capopopolo, un magnate e un padrone ha diritto a uno speciale trattamento..magari anche in attesa che questo status eccezionale possa un giorno portarlo a calcarsi in testa, invece del parrucchino e al posto della bandana, una corona.

Nei paesi dei campanelli, nei reami delle operette i colpi di stato si facevano così, con procedure un po’ ridicole, con modi incruenti, ma non certo per le leggi e il diritti, senza veleni, salvo quelli che intossicano le regole della democrazia e della giustizia.  Un partito- azienda  che vuole delegittimare il sistema giudiziario, mettersi sopra la Cassazione, negare  i fondamenti della democrazia costituzionale, insieme a un alleato tanto sottomesso da essere complice,  stanno dando luogo a un processo eversivo, avvalorato dalla proterva ostinazione di un uomo anziano implacabilmente convinto della irreversibilità e ragionevolezza delle sue scelte,   intento non si sa quanto consapevolmente a perseguire un impeachment: quello del Parlamento, già svuotato di forza da un sistema elettorale osceno e reso ancora più impotente dai ricorsi alla fiducia e  dalla decretazione d’urgenza, per dare forma a un sistema nel  quale gli organi di rappresentanza siano  esautorati pressoché completamente e il capo del governo diventi  “una specie di Secondo console,  accanto al Primo,  il Capo dello Stato, che sembra essere incline aa nominare senatori asini oltre che cavalli, e nemmeno di razza.


No, questo non è un paese per esseri umani

StefanoCucchi_02Anna Lombroso per il Simplicissimus

E c’è chi dice che questo non è un paese per donne. E c’è chi dice che questo non è un paese per vecchi. E c’è chi dice che questo non è un paese per giovani.

È probabile invece che questo non sia un paese per i suoi cittadini e per i loro diritti. E che questo non sia un mondo per gli “umani”, se per umanità intendiamo il controllo della ferocia, il governo dell’irrazionalità, il contrasto alla sopraffazione dei più forti sui più deboli, l’esercizio solidale della compassione, quella che fa condividere come compagni, il pane, la tristezza, il dolore, l’amore  e il bene.

Guai essere deboli, guai essere costretti a consegnarsi a una autorità, civile, morale, politica, ormai. Sempre di più si viene espropriati del poco che si è conservato, la dignità, le sicurezze, le garanzie, l’identità e infine anche  il proprio corpo. Che deve essere giovane, levigato, sodo, sano, robusto, per piacere o per servire, con un numero tatuato per il riconoscimento nell’esercito di nuove schiavitù

Si, guai  essere senza lavoro, guai essere precari, guai essere donne senza reddito e senza indipendenza, guai essere ragazzi senza soldi e senza futuro, guai essere deboli, malati,  vecchi, perché il ricatto diventa inesorabile, le ferite e le botte mortali, l’esproprio del sé, dell’umanità che risiede ancora in noi diventa implacabile, contro persone ridotte a rifiuto di cui disfarsi, rottame vergognoso da rimuovere,  oggetto sul quale esercitare potenza e indifferenza.

Succede in carcere, dove puoi essere dimenticato, picchiato, umiliato. Succede in ospedale dove obiettori in nome di una morale pubblica e di interessi privati possono decidere della tua vita e soprattutto della tua morte, prorogata a scopo propagandistico, negata anche quando la vita non è più vita. Succede in fabbrica come succede nella città intorno alla fabbrica. Perché alla fine i nostri corpi sono l’ultima proprietà che ci resta, una volta smantellato l’edificio di diritti, di garanzie, di libertà, di sicurezze, così il corpo di chi si vuole ridurre in schiavitù diventa oggetto di negoziato, di scambio, di profittevole prepotenza e di  ricatto: la sua salute contro il posto di lavoro, i veleni per garantirsi l’occupazione.

Si, guai a essere vulnerabili e peggio se sei già vulnerato,  guai se sei fuori dalle regole in virtù della tua debolezza,  guai se ti lamenti e chiedi aiuto, guai se l’aiuto non te lo puoi comprare, guai se ti ribelli, che anche il reclamo è riservato a chi ha e può, guai se chiedi che venga rispettato il patto tra cittadini e Stato, istituzioni, autorità, perché se sei debole non hai più nemmeno il diritto a essere cittadino e gli altri ti possono negare anche il diritto ad avere giustizia, perfino postuma, a Rebibbia come a Taranto.

Dobbiamo preoccuparci della giustizia che si deve esercitare  nei confronti dei deboli, dei marginali, dei diseredati, degli espropriati di tutto, perfino del loro corpo, affidato a poteri che non ne hanno cura e lo disprezzano come una merce inservibile. Perché in un mondo che non è fatto per gli uomini, siamo tutti a rischio. Gridare contro il sopruso, ribellarci all’ingiustizia, è la nostra difesa.


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