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Si sono mangiati la Fiat

fiat(1)La Fiat è definitivamente olandese. Con il trasferimento anche della holding del gruppo, la Exor, nei Paesi Bassi, dove grazie alle regole assurde, contraddittorie, persino banditesche della Ue, supinamente sottoscritte dai nostri governi, si pagano meno tasse, si conclude definitivamente la storia del gruppo in Italia. Vanno in fumo le colossali cifre di denaro pubblico grazie alle quali gli Agnelli si sono immensamente arricchiti, hanno potuto costruire modelli spesso non in linea con la concorrenza, ad alto profitto aggiunto si potrebbe dire , hanno ottenuto dai governi che nessun altra azienda automobilistica si impiantasse nel nostro Paese dopo aver fagocitato le altre marche nazionali. Secondo i calcoli fatti in diversi libri e riassunti a suo tempo da Maria Rosa Calderoni, questa cifra si aggira in complesso sui 220 mila miliardi di lire, (110 miliardi di euro) senza tenere però conto delle aziende non automobilistiche del gruppo, ma dipendenti dal suo potere, che hanno fatto man bassa di appalti, naturalmente con la consueta e stratosferica moltiplicazione dei costi. Per non parlare del danno collaterale che ha causato all’Italia il mantenimento di un monopolio di fatto, costruito sull’opacità del rapporto affari politica. Quindi facendo il calcolo dell’inflazione quella cifra sale agevolmente a un quarto del debito pubblico del Paese.

Oggi siamo all’ultimo atto di una lunga fuga che va avanti da almeno 15 anni, tentata prima con la General Motors e concretizzatasi in uno dei modelli più brutti dopo la Duna mai costruiti della Fiat, secondo disegni americani, ma realizzata poi da Marchionne con la inopinata e sospetta chiamata al salvataggio della Chrysler, un’azienda in crisi da sessant’anni, che l’amministrazione di Washington era riuscita ad imporre come partner prima a Peugeot e poi a Mercedes con risultati disastrosi. Così ora il fulcro progettuale è in Usa, le tasse vengono pagate in Olanda, persino i resti della produzione, ad eccezione parziale della Panda e della 500, ultimi prodotti autoctoni vengono fabbricate e anche progettate altrove, in Serbia e in Turchia. Ma l’uscita dall’Italia, con tutto ciò che comporta in fatto di tecnologia, progettualità e lavoro non solo non è stato frenato o quanto meno regolato da un ceto politico di livello morale e intellettuale a dir poco indecente, ma addirittura favorito. Ricordate quando, con dietro il coro demente della vasta area di italiani imbecilli che si gonfiavano il petto per la conquista della Chrysler, veniva asseverato che così la Fiat aveva ora uno spazio più ampio, poteva competere sul mercato globale, che Marchionne poteva finalmente avere ragione dei sindacati sempre ostili alla competitività e che comunque non ha importanza se la proprietà di un’ azienda abbia riferimenti o meno al Paese dove c’è il suo mercato principale? Insomma tutte le fesserie più viete e grossolane della vulgata liberista accompagnate dalla farsa dei piani di rilancio, palesemente fasulli ma accreditati via via da Berlusconi, da Monti, da Letta e infime da Renzi, il più entusiasta,  oltre che dai sindacalisti della Cisl ottenebrati dalle promesse di rimanere in Italia da parte dei due minus habens John e Lapo. Il risultato è che ormai non si immagina e si progetta, ma si assembla e basta con la riduzione continua di manodopera, l’abbandono degli stabilimenti, la fine di tutto un circuito di lavoro e di saperi.

L’unica consolazione è che il progetto, del tutto incoerente e pensato in termini finanziari più che produttivi fa acqua da tutte le parti e il gruppo, nonostante il tentativo da parte dell’informazione italiana, ancora servizio della ex corte di Torino di edulcorare la pillola, anzi di cambiarla con un placebo, è ormai in crisi: ha perso terreno rispetto ai concorrenti e produce due milioni di auto in meno rispetto ai 6 e mezzo milioni  preconizzati nonostante una temporanea ripresa del mercato prima in Usa e poi in europa: cioè la metà della Toyota senza contare Lexus e Daihatsu  Altro che balle e vendite che volano come ogni mese scrive la  stampa che conta, ma evidentemente non sa contare ed pronta ad avvalorare qualsiasi balla che venga da Marchionne: nel 2015 la Fiat ha perso il 12, 2%, la Dodge l’8,6%, mentre c’è stato un aumento della Jeep che comunque ha sempre numeri relativi e della Ram che di fatto produce solo un pick up e dunque ha un mercato di nicchia in gran parte limitato alle campagne americane. E adesso che è finito il boom delle varie interpretazioni della 500, quelle costruite in Serbia, l’uomo col maglioncino si appresta a licenziare un terzo degli operai della fabbrica di Kragujevac. In ogni caso tutti gli investimenti veri vengono fatti in Usa e la Fiat non è altro che un’appendice, per trasformarsi in nulla con l’inevitabile prossima confluenza del gruppo nella General Motors.

Naturalmente l’esodo in Olanda, nell’immediato, avrà come effetto una diminuzione del Pil oltre che dei soldi incassati dall’erario, ma a guardare più lontano si tratta della spinta definitiva alla deindustrializzazione del Paese, alla sua progressiva marginalizzazione e trasformazione in Paese agro mafioso, colmo di obnubilati che  studiano inutilmente comunicazione ed economia, come comanda la moda e hanno come sogno supremo quello di andare a fare i servi a Londra. Ecco la vera catastrofe.

 

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I maneggi di Marchionne e la bolla auto

224050212-84a84057-d8b6-41ce-8c8b-26d25114b387Gli incidenti di percorso in cui sono incappati la Fca di Marchionne (senza offesa per l’eventuale signora) e la Renault sono stati ampiamente riportati dai media con esclusivo interesse alle Borse e trascurando anzi nascondendo completamente ciò che implicano: ovvero la falsa comunicazione che esce dalle grandi multinazionali in questo caso riguardo ai livelli reali di emissioni e la manipolazione dei dati, divenuta ormai una costante del discorso pubblico ad ogni livello.

Ma ciò che è ancora più interessante è capire cosa abbia indotto Marchionne a premiare le concessionarie perché gonfiassero i dati di vendita. Dato per scontato che l’uomo ha tanto pelo sullo stomaco da far invidia a un visone selvaggio, è evidente che le cose non devono andare troppo bene se si ricorre a un sistema come questo che coinvolge troppe persone per non essere a rischio. In Italia e in Europa si costringono i concessionari ad acquisti di  modelli che poi verranno smaltiti a prezzo ribassato (i famosi chilometri zero o altre formule) in maniera da tenere alti i numeri di vendita, ma si tratta pur sempre di auto comprate da qualcuno, sia pure obtorto collo e il giochino non è una vera e propria truffa se non nei confronti dell’acquirente finale che magari è indotto a pensare che un certo modello tira sul mercato. Questa volta invece si è invece profumatamente ricompensata la sfacciata menzogna sulle vendite, resa possibile dalla legislazione statunitense.

Certamente la Fca è ancora molto fragile e l’ultima cosa che vuole è mostrare una flessione, specie dentro un mercato dell’auto impazzito. Ma questo è forse soltanto l’elemento scatenante e la ragione dei comportamenti scomposti sta nell’addensarsi di nubi temporalesche su un settore che ha goduto, contro ogni logica, di una crescita sospetta. Anzi totalmente artificiale e trascinata da una parte dai ridotti oneri finanziari, ma anche se non soprattutto dalla concessione di prestiti subprime per l’acquisto di veicoli, ossia di prestiti che prima o poi , in minore o maggiore misura saranno inesigibili.

Si è trattato di un circolo vizioso iniziato con incentivi tipo quelli che conosciamo, in particolare vendite senza alcun anticipo, ma proseguito con la concessione di prestiti all’acquisto “senza documentazione”. Questo ha prodotto, fin dal 2009 una crescita delle vendite, questa a sua volta ha fatto lievitare  i listini del 15% ( del 25% per l’usato) e soprattutto ha indotto acquirenti che non dovevano dare alcuna prova della loro solvibilità a preferire modelli più costosi e aumentando dunque il rischio. Insomma la formula  “No Credit. Bad Credit. All Credit. 100 Percent Approval” ha funzionato . Ma i prestiti per le auto sono aumentati di 80 miliardi dollari dal 2009 e almeno il 20 per cento di coloro a cui sono stati concessi ha probabilità pressoché nulla di restituirli, mentre un altro 30% è a forte rischio di insolvenza. Insomma si è creata una nuova bolla di cui si vedono già gli effetti con un aumento del 120% dei mancati pagamenti.

E’ chiaro che a questo punto che il meccanismo infernale non potrà andare avanti per molto e infatti alla fine del 2015 la propensione all’acquisto di auto era notevolmente calata. Perciò se non è più possibile vendere alla cieca. magari per ritrovarsi con insolvenze dopo tre o quattro anni di rate (la durata media dei prestiti è arrivata a sessantasette mesi), cioè con veicoli fortemente deprezzati, allora meglio far finta di vendere per tenere su le azioni, specie se si è alla testa di un gruppo che ha il suo core business nelle operazioni finanziarie più che sulla manifattura vera e propria. Del resto nessuno ci dice che questo non sia un metodo seguito anche dagli altri concorrenti per permettere al settore un atterraggio morbido su cifre di vendita più realistiche vista la situazione. E prima che la nuova bolla si carichi fino all’esplosione.

 


Marchionne, i nuovi modelli di bugia

marchionneAlle volte quando si dice la coincidenza:  la Fiat annuncia investimenti a Mirafiori proprio nel momento in cui deve chiedere una proroga della cassa integrazione in via di scadenza. E prima che la Fiom sia riammessa al tavolo delle trattative in modo da doversela vedere solo con i sindacati bianchi che ormai paiono Fantozzi  davanti al direttore maga galattico. Anzi per la verità un qualche “quanto è buono lei” è già uscito dalle bocche flautate degli adepti di Bonanni, mentre dalle cervici dei politici sprizza soddisfazione.

L’impegno annunciato è la costruzione di un Suv Maserati e, forse, di un’ Alfa Romeo di fascia alta, ma, com’è già accaduto nel recente passato, nulla di concreto e di sostanzioso è stato rivelato su questo piano così poco definito da determinare subito un crollo in borsa. Il fatto è che per una piccola produzione come quella annunciata, certamente basata su pianali importati di origine jeep (orrore)  e motori Maserati, ci si chiede che senso abbia costruire la Quattroporte e la Ghibli tra Modena e Grugliasco e il Suv a Mirafiori. Non è che ci si appresta a chiudere uno stabilimento fingendo d’investire e semplicemente spostando la produzione? Ci si chiede anche di quale misteriosa Alfa si tratti nel momento stesso in cui Marchionne sta trattando con il sindacato che detiene parte delle azioni Chrysler un possibile scambio: la riduzione dei prezzi dei titoli necessari a Fiat per arrivare alla maggioranza in cambio della costruzione delle auto del biscione a Detroit.

La vaghezza del piano, la solita mancata risposta alle domande e le solite mancate domande dei media, la sua incoerenza, affiorante da tutte le parti , lascia pensare che si tratti dell’ennesimo ballon d’essai del manager col maglioncino che intanto incassa la proroga della Cig e può tenere sulla corda i sindacati investendo in gratuite prospettive. Certo ormai non fa più le cose in grande come con il “Piano Italia”, qui siamo ad annunci più modesti, ma non meno sospetti. Buoni magari anche per sostenere gli amici di sempre nel caso di una campagna elettorale. Una spinta non fa mai male, come per le Fiat.

 


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